Giovedì, 3 Dicembre 2020

OC43, l'altro coronavirus: così un semplice raffreddore potrebbe aggravare la malattia

È un virus del raffreddore simile a Sars-Cov-2. E può creare confusione nel nostro sistema immunitario, rendendo la Covid-19 potenzialmente letale. Vediamo perché

Foto di repertorio Ansa

I casi di Covid-19 sono in aumento, così come i ricoveri in ospedale, compresi quelli in terapia intensiva. Una spiacevole realtà dopo un'estate relativamente tranquilla. Il virus non è mai cambiato, non ha perso virulenza (con buona pace di Zangrillo&soci...). Anzi: ora, nel contesto ambientale invernale con la presenza di altri virus tipicamente stagionali, ha trovato una situazione ideale per aggredirci.

Perché il nuovo coronavirus ha "riacquistato" aggressività? E perché alcuni possono tranquillamente "portare in giro" questo virus senza nemmeno accorgersene e altri hanno sintomi più gravi, si ammalano e finiscono in ospedale? Una possibile spiegazione arriva da una ricerca condotta dall'immunologo Alberto Beretta, autore insieme ai colleghi virologi e biologi molecolari Martin Cranage e Donato Zipeto di un paper pubblicato sulla rivista specializzata Frontiers in Immunology.

I virus che si assomigliano e gli anticorpi sbagliati

Ed è una spiegazione "piuttosto complessa che troviamo nascosta nei meccanismi molto sofisticati ma purtroppo imperfetti del nostro sistema immunitario - spiega il professor Beretta -. Parliamo di come virus che si assomigliano possono giocare un brutto scherzo al sistema facendogli produrre gli anticorpi sbagliati". In estrema sintesi: secondo l'ipotesi di questo studio, la virulenza di Sars-Cov-2 potrebbe dipendere dalla risposta che l'organismo umano dà quando al suo interno, oltre al nuovo coronavirus, ci sono i segni del passaggio di un altro coronavirus, OC43. Si tratta di uno dei quattro coronavirus comuni che causano raffreddori stagionali.

Coronavirus, anticorpi e OC43: sono queste le tre parole chiave. Andiamo con ordine.

Cosa sono i coronavirus

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la Mers (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la Sars (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome). Sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie. I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, se pur raramente, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione. Un nuovo coronavirus è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo.

I coronavirus umani conosciuti ad oggi, comuni in tutto il mondo, sono sette, alcuni identificati diversi anni fa (i primi a metà degli anni Sessanta) e alcuni identificati nel nuovo millennio. I coronavirus umani comuni sono:

  • 1 - 229E (coronavirus alpha)
  • 2 - NL63 (coronavirus alpha)
  • 3 - OC43 (coronavirus beta)
  • 4 - HKU1 (coronavirus beta)

Altri coronavirus hanno fatto il salto nella specie umana sono:

  • 5 - MERS-CoV (il coronavirus beta che causa la Middle East respiratory syndrome)
  • 6 - SARS-CoV (il coronavirus beta che causa la Severe acute respiratory syndrome)
  • 7 - SARS-CoV-2 (il coronavirus che che causa la COVID-19).

Quando gli anticorpi diventano dannosi

Quest'ultimo, ahinoi, lo conosciamo bene. Ma cosa c'entrano gli anticorpi? Spiega l'immunologo Alberto Beretta: "Per capire gli anticorpi occorre prima capire che cosa gli anticorpi riconoscono di un virus. Un anticorpo, come tutte le proteine, è una lunga catena di aminoacidi che si attorciglia assumendo una certa forma. La forma dell’anticorpo determina la sua funzione, che è quella di riconoscere a sua volta un'altra forma, quella della proteina del virus contro il quale l’anticorpo è stato prodotto. Il riconoscimento è il momento in cui le due forme trovano il modo di agganciarsi fra di loro bloccandosi a vicenda".

"A seconda di come un anticorpo riconosce la proteina del virus, il risultato può essere o un blocco rapido ed efficace del virus, o poco di più di un solletico, o, quando va male, un effetto opposto a quello per cui l’anticorpo è stato prodotto, con un conseguente aumento della capacità del virus di entrare nella cellula".

Quando il virus entra nella cellula cominciano i guai. "Quello degli anticorpi che aumentano, invece di bloccare, l’entrata del virus nelle cellule è l’incubo degli immunologi. Perché sono anticorpi molto difficili da misurare e possono apparire in particolari situazioni aggravando la malattia", argomenta l'esperto.

Due virus simili nella stessa persona: così il sistema immunitario rischia di sbagliarsi

"È chiaro che se vogliamo preparare il sistema immunitario a difenderci dal virus dobbiamo insegnargli a produrre gli anticorpi che lo bloccano e a non produrre gli altri. Anche il virus, o meglio la proteina presente sulla sua membrana, la Spike, ha una forma. E, come tutte le forme, può essere più o meno unica. Più è unica, in altre parole, meno somiglianze ha con le proteine di altri virus, e più sarà facile per i nostri anticorpi distinguerla dalle altre proteine presenti su altri virus. Ne segue che quando due virus che si assomigliano si incontrano nella stessa persona il sistema immunitario rischia di sbagliarsi e produrre anticorpi inutili perché incapaci di riconoscere, tra i due, il virus più pericoloso".

Gli anticorpi prodotti dai pazienti Covid

Cosa c'entra tutto questo con il nuovo coronavirus che diventa aggressivo nei mesi invernali? Quando ad aprile sono usciti i primi dati sugli anticorpi prodotti dai pazienti Covid, i tre autori dello studio hanno avviato una ricerca a tutto campo della letteratura scientifica disponibile per capire se i pazienti producevano gli anticorpi giusti o quelli sbagliati o entrambi. Spiega Beretta: "E ci siamo accorti che in molti pazienti apparivano, spesso nelle fasi iniziali della malattia, un tipo di anticorpi che, in situazioni normali, avrebbero dovuto apparire più tardi. Non solo, tanto più forti erano queste risposte anticorpali tanto più grave era il decorso della malattia. La domanda che ci siamo posti è subito stata: da dove vengono questi anticorpi?".

"Da allora sono passati sei mesi e le nostre conoscenze sugli anticorpi sono aumentate notevolmente e abbiamo imparato, dalle ricerche pubblicate da colleghi in tutto il mondo, che quando una persona si infetta con il coronavirus può produrre due tipi di anticorpi". E cioè:

  • "i primi, quelli utili, sono assolutamente specifici per il nuovo coronavirus, lo bloccano e, quando arrivano in tempo, permettono al paziente di guarire. Sono i famosi “super-anticorpi” che molti centri di ricerca nel mondo stanno riproducendo per farne dei veri e propri farmaci";
  • "i secondi, quelli inutili o più probabilmente dannosi, sono anticorpi che noi produciamo perché nella popolazione umana circolano, da ormai moltissimi anni, altri due coronavirus che appartengono alla stessa famiglia del Sars-Cov-2 e che gli assomigliano un po', ma non abbastanza da fare in modo che gli anticorpi che inducono siano capaci di bloccarlo. Oggi sappiamo che almeno uno dei due coronavirus in questione, chiamato OC43, ha una proteina Spike che assomiglia alla Spike del Sars-Cov-2 e che molti pazienti Covid producono anticorpi che, nati per bloccare la Spike di OC43, sbagliano bersaglio e si attaccano a quella di Sars-Cov-2, probabilmente favorendolo. È probabile che questi anticorpi abbiano un ruolo negativo nel decorso della malattia".

Gli anticorpi che sbagliano bersaglio e favoriscono Sars-Cov-2

Tradotto: la struttura di OC43 è molto simile a quella del nuovo coronavirus e per questo la reazione del sistema immunitario a OC43 si incrocerebbe con quella a Sars-Cov-2 in maniera dannosa, con un effetto amplificatore sull'infezione da Sars-Cov-2 (un processo chiamato "immunità crociata").

oc43 coronavirus-2
(Il coronavirus OC43)

OC43 e la letalità del nuovo coronavirus: tre conclusioni

Come detto, i coronavirus comuni come l’OC43 sono virus tipicamente stagionali. Arrivano d’inverno e si nascondono in estate senza causare grandi malattie se non un banale raffreddore o una leggera bronchite. "Il problema che abbiamo oggi - spiega il professor Beretta - è che ancora non sappiamo in che misura la circolazione di questi virus aumenta il rischio di risposte anticorpali dannose quando ci si infetta con il nuovo coronavirus. I dati che abbiamo a disposizione lo suggeriscono. Non possiamo pertanto escludere che la letalità del virus, che oggi appare ridotta rispetto a quella osservata a marzo, non aumenti nei prossimi mesi per effetto di questo fenomeno".

Gli studiosi traggono tre conclusioni:

  • "La prima, e più importante: l’impiego delle mascherine diventa, in inverno, particolarmente importante. Perché oltre a ridurre il rischio di contagio con il nuovo coronavirus, riduce anche il rischio di contrarre (o diffondere) gli altri virus che circolano d’inverno, i virus influenzali ma anche i coronavirus comuni".
  • "La seconda, e qui veniamo al lato positivo di questa complicata vicenda: per sconfiggere un nemico occorre prima conoscerlo. Oggi sappiamo che tutti, chi più chi meno, abbiamo la capacità di produrre i super-anticorpi. E sappiamo anche che i vaccini in via di sperimentazione sono capaci di allenare il nostro sistema immunitario a produrli. Diamo alla scienza il tempo necessario e alla fine sapremo come difenderci insegnando al nostro sistema come produrre gli anticorpi giusti".
  • "Terza conclusione. Sapere distinguere gli anticorpi giusti da quelli sbagliati ci permetterà di calibrare meglio le terapie con il plasma che oggi vengono fatte alla cieca, senza sapere cosa iniettiamo. Non solo, quando avremo a disposizione test semplici per misurare i vari tipi di anticorpi potremo aggiustare le terapie in base alla caratteristica della risposta immunitaria del paziente".

"La vaccinazione antinfluenzale è tanto più necessaria"

L'immunologo Alberto Beretta, infine, fa una precisazione importante: "Questi fenomeni di immunità crociata con anticorpi che giocano un ruolo sfavorevole entrano in gioco solo fra virus simili fra di loro. Questo esclude il rischio che avvengano fra due virus come quello influenzale e il coronavirus che sono completamente diversi. Analogamente non abbiamo nessuna evidenza che il vaccino influenzale possa stimolare queste risposte anticorpali. Al contrario, la vaccinazione influenzale è tanto più necessaria quanto più limita il rischio di coinfezioni pericolose".

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