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Lunedì, 27 Maggio 2024
L'intervista

Resteremo senza olio di palma (e non è una brutta notizia)

Il provvedimento indonesiano di vietare l'export dell'olio di palma è per l'Italia un’occasione imperdibile. L'intervista al presidente dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile

La decisione del governo indonesiano di vietare l’esportazione dell’olio di palma prodotto nel paese del sud est asiatico spaventa il settore agroalimentare italiano. Attualmente non c’è però il rischio di una grava conseguenza per il comparto alimentare italiano, perché il nostro paese utilizza in cucina olio di palma proveniente dalla Malesia e dal Sud America, afferma a Today, Mauro Fontana, presidente dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile, che dal 2015 unisce associazioni di categoria aderenti a Confindustria e aziende nazionali e internazionali attive nei settori merceologici che utilizzano olio di palma.

Certamente non mancheranno tensioni economiche, ma la situazione non è grave. Questo perché il governo di Giacarta ha comunicato che osserverà periodicamente l’andamento del trend economico, ventilando l’ipotesi di revocare la decisione entro un mese.

Perché sta esplodendo il prezzo dell'olio di palma

La sostenibilità dell'olio di palma

Il provvedimento indonesiano è però un’occasione imperdibile per l’Italia, che potrebbe rafforzare la consapevolezza sull’utilizzo dell’olio di palma sostenibile certificato. Nell'industria alimentare, ad oggi, il 95 per cento dell'olio di palma utilizzato è certificato Rspo (The Roundtable on Sustainable Palm Oil), l'altro 5 per cento ha altre certificazioni.

Cosa prevede questa certificazione? Fontana spiega che durante la cultura e raccolta del frutto della palma da cui si ottiene l’olio vengono osservati criteri per la tutela ambientale e dei diritti dei lavoratori. La certificazione, quindi, attesta che il prodotto non provenga da aree soggette a deforestazione o dove sia a rischio l’ecosistema.

Per questo, è il monito del presidente dell’associazione, bisogna raddoppiare gli sforzi per evitare che l’olio di palma non sostenibile prende il posto di quello sostenibile e certificato. “L’olio di palma sostenibile è l’unica e migliore alternativa al prodotto che non rispetta i criteri di ecosostenibilità”, afferma Fontana.

Certamente, la produzione dell’olio di palma comporta diversi vantaggi. La palma da olio ha una capacità di fruttificare pressoché costante durante tutto l’anno e per la produzione dell’olio di palma sono sufficienti porzioni di terreno quattro volte inferiore di quelli utilizzati per altri olii.

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Ma perché nella catena alimentare un consumatore dovrebbe preferire l’utilizzo dell’olio di palma a quello d’oliva? Il presidente dell’associazione spiega che la produzione italiana di olio d'oliva non copre il fabbisogno nazionale; inoltre, sottolinea, l’olio d’oliva ha una presenza inferiore nei prodotti alimentari a causa del suo sapore deciso. Per questo l’olio di palma, che ha invece un sapore neutro, è utilizzato nell'industria alimentare in alimenti dolci e salati come biscotti, brodi e zuppe, dolciumi, creme spalmabili, torte, grissini, brioche e alcuni piatti pronti.

Il potere delle fake news

Fontana fa suonare un campanello d’allarme in merito alla circolare emanata a inizio aprile dal Ministero dello Sviluppo Economico, che autorizza l’industria alimentare nostrana a sostituire l’olio di semi di girasole, bloccato in Ucraina a causa della guerra, con altre alternative vegetali, come l’olio di palma. “Bisogna evitare di aumentare gli allarmismi quando non sono giustificati da fatti oggettivi”, è il ragionamento del presidente, che sottolinea la necessità di rendere più chiaro per il consumatore l’etichettatura sul prodotto che sta acquistando.

Sulle nostre tavole torna l’olio di palma (a causa della guerra in Ucraina)

Un recente studio sperimentale dell’EngageMinds Hub, Centro di ricerca in psicologia dei consumi dell’Università Cattolica di Cremona realizzato con il contributo non condizionante dell'Unione italiana olio di palma sostenibile, rileva come il potere seduttivo dell’etichetta ‘senza olio di palma’ possa spingere i cittadini a puntare su alimenti nei quali l’ingrediente 'mancante' è incongruente o addirittura salutare.

"Sono molti gli elementi che ci impongono una riflessione sui risultati dello studio”, spiega all'AdnKronos la professoressa Guendalina Graffigna, ordinario di psicologia dei consumi e direttore dell’EngageMinds Hub. Innanzitutto, “emerge che a tutti i prodotti con etichetta 'senza', il consumatore attribuisce un plus di qualità percepita rispetto al prodotto connotato come convenzionale. In secondo luogo, è da rilevare come il claim 'senza olio di palma' venga apprezzato più degli altri e questo, probabilmente, è conseguenza della maggior stigmatizzazione mediatica che questo ingrediente ha subito negli ultimi anni".

Stop a 'Ogm free' e a 'Senza olio di palma': sulle etichette indicare quello che c'è e non quello che non c'è

È importante sottolineare che questi risultati sono frutto di un esperimento di psicologia dei consumi", sottolinea la professoressa Graffigna. L’etichetta 'senza' "determina una forte distorsione cognitiva nella valutazione dei prodotti alimentari. Tanto che induce i consumatori a pensare che quel prodotto sia anche di maggiore qualità, più salutare e più rispettoso dell’ambiente indipendentemente dal tipo di ingrediente eliminato poiché ciò che guida la valutazione è l’etichetta 'senza' e non l’ingrediente escluso”, conclude la docente.

“Con tutto il clamore mediatico che c'è stato tra il 2016 e il 2017 – afferma Fontana dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile – in cui l'olio di palma fu additato come molto rischioso, a nostro avviso in maniera strumentale, questo sentimento dei consumatori è diventato quasi una moda e cavalcata da media e sulla tv ha indirizzato le scelte sugli scaffali”.

L'unico modo per difendere l'olio di palma da questa offensiva negativa è una maggiore informazione, per far conoscere al consumatore l'olio di palma sostenibile.

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