Coronavirus, perché gli ospedali italiani sono diventati luoghi di contagio

Un sondaggio promosso da due sindacati medico-infermieristici piemontesi fotografa le difficoltà vissute nei primi mesi dell'emergenza Covid-19. Dagli operatori sanitari al lavoro in attesa dell'esito del tampone alla carenza di dispositivi di protezione: così gli ospedali sono diventati focolai di infezione

Foto di archivio Ansa

Perché alcuni ospedali italiani, soprattutto in alcune regioni, si sono trasformati da luoghi di cura in luoghi di contagio? Una risposta concreta può arrivare dai risultati di un sondaggio promosso dal sindacato medico Anaao Assomed Piemonte e dal sindacato delle professioni infermieristiche Nursind Piemonte, raccolti dal 27 aprile al 8 maggio con l'obiettivo di fotografare le difficoltà vissute nei primi mesi dell’emergenza Covid-19. Al sondaggio hanno risposto 1930 operatori sanitari rappresentativi di tutte le Asl e degli ospedali piemontesi. Di questi, il 70% sono infermieri, il 16,5% medici e l'8% operatori socio-sanitari. 

Cosa è emerso? Uomini e donne in prima linea hanno fronteggiato l'emergenza troppo spesso in solitudine e senza le protezioni necessarie. Il 79% degli operatori sanitari che hanno risposto al sondaggio lavora o ha lavorato nei reparti Covid e il 59% ha fatto il tampone. L’1,83% dei sintomatici e il 3,14% dei contatti stretti senza protezioni non l’ha invece purtroppo eseguito. L’indicazione ad eseguire il tampone è stata per il 22% il contatto stretto senza le adeguate protezioni con colleghi, per il 34,4% il contatto stretto con pazienti. In tutto, oltre il 56% dei medici e infermieri piemontesi ha eseguito l’esame per contatti stretti in carenza di protezione. Quest'ultimo dato è significativo della grave difficoltà, soprattutto nelle prime settimane del contagio, di ottenere adeguati dispositivi di protezione individuale.

Numeri che confermano, si legge in una nota di Anaao Assomed Piemonte, quanto ripetutamente denunciato dal sindacato medico in queste settimane: la carenza di dispositivi di protezione individuale, il ritardo nell'esecuzione dei tamponi, l'abolizione della quarantena preventiva, tutti elementi che hanno trasformato gli ospedali da luoghi di cura in luoghi di contagio: "I lavoratori della sanità, come rileva il sondaggio, sono stati lasciati soli e privi di protezione ad affrontare l'emergenza epidemiologica più grave degli ultimi decenni".

Operatori sanitari a lavoro in attesa dell'esito del tampone

Dal sondaggio emerge anche che il 77% degli operatori ha continuato a lavorare in attesa dell’esito del tampone, come prevede l’articolo 7 del Dpcm del 9 marzo, che esclude i sanitari dalla quarantena preventiva. E questo dato, unito al fatto che ben il 18% degli operatori sottoposti a tampone è risultato positivo, "chiarisce bene - denuncia il sindacato medico - come nelle strutture sanitarie sia venuta a mancare, a causa di una criticatissima scelta politica nazionale, una reale tutela della salute dei lavoratori e contestualmente come questa scelta possa aver favorito la diffusione del contagio".

medici tampone sondaggio-2

Non solo. Sempre secondo le risposte dei sanitari piemontesi, la successiva sorveglianza sanitaria degli operatori con tampone positivo è mancata nel 54% dei casi. Solo il 36% degli operatori sanitari che hanno risposto al sondaggio ha eseguito il tampone come da protocollo regionale, ovvero immediatamente se sintomatici o dopo tre giorni dall’avvenuto contatto con un Covid positivo. Il 27% ha atteso tra i cinque e i dieci giorni, il 12,9% ha atteso oltre dieci giorni e il 20,9% oltre due settimane. Se consideriamo solo i sanitari che hanno sviluppato i sintomi a domicilio, e che quindi sono stati presi in carico dal SISP (Servizio igiene e sanità pubblica) e non dal medico competente, i tempi d’attesa per l’esecuzione dell’esame aumentano ulteriormente: il 24,8% ha atteso oltre le due settimane, per un totale del 41,27% degli intervistati che ha atteso più di dieci giorni. L’attesa per ottenere l’esito del tampone è stata inferiore, seppur il 9% abbia aspettato quattro-cinque giorni e l’8% oltre i cinque giorni.

L'89% dei sanitari positivi: "Nessun tampone ai famigliari"

In sostanza, i sanitari hanno lavorato in carenza di dpi, non hanno fatto la quarantena preventiva, molti di loro sono risultati positivi ed hanno comunque atteso giorni per eseguire il tampone. Sicuramente avranno avuto timore di portare a casa l’infezione. Ma tutto il lavoro di ricostruzione e test ai contatti è completamente mancata, segnala ancora Anaao Assomed Piemonte: l’89% dei positivi dichiara che non è stato fatto il tampone ai propri famigliari. Ma con o senza tampone per la ricostruzione del contatto, alla fine l’8,7% dei sanitari ha avuto un famigliare malato Covid. Il partner quello più esposto con il 5,98% dei casi, seguono genitori, fratelli, figli. Proprio con l’intento di evitare il contagio dei propri affetti, di mettere a rischio la loro salute e di limitare il diffondersi del virus, il 39,2% del personale ha dovuto dormire in stanze/case separate.

tampone familiari sondaggio-2

I dispositivi di protezione individuale

Tema cruciale, poi, quello dei dispositivi di protezione individuale, fondamentali per la protezione degli operatori sanitari. Solo il 32,9% del personale dichiara di aver ricevuto dpi adeguati, mentre il 56,5%, oltre la metà, solo in parte. Il 10,5% afferma, infine, di non aver ricevuto dispositivi adeguati. Agli operatori sanitari è stato quindi chiesto di precisare perché la fornitura di dpi non fosse adeguata. Il 73,9% ha dichiarato un numero insufficiente di dispositivi, con conseguente necessità di riutilizzo di quelli in dotazione. Il 33,9% invece ha risposto che mancavano le mascherine Ffp2 e Ffp3 e infine il 26,6% afferma di aver dovuto trovare soluzioni tampone, come ad esempio sacchi dell’immondizia per assenza di fornitura adeguata.

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I percorsi sporchi e puliti all'interno degli ospedali

Un altro aspetto particolarmente significativo nella propagazione del virus all’interno delle strutture ospedaliere, è la distinzione tra percorsi sporchi e puliti, percorsi interni differenziati per ridurre il rischio contagio: le strutture sono diventate focolai di infezione anche e soprattutto per questa criticità. Il 58,75% ha risposto che questi percorsi non erano ben differenziati, un dato altissimo se si pensa alle conseguenze che tale problematica ha rappresentato. Torniamo alla domanda iniziale: perché alcuni ospedali italiani, soprattutto in alcune regioni, si sono trasformati da luoghi di cura in luoghi di contagio? Le risposte rivelate da questo sondaggio sono abbastanza chiare. 

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