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Venerdì, 12 Aprile 2024

Alberto Berlini

Giornalista

La prossima guerra sarà per il cibo?

C'è un aspetto che è passato sotto traccia negli ultimi giorni nel contesto della guerra in Ucraina: la Russia, non appena messi in sicurezza i passaggi tra il Sud dell'Ucraina e le aree del Donbass che già controllava, ha svuotato i granai della regione di Kherson portando tonnellate di cereali verso la Russia. L'immagine dei tir (marchiati con la Z) carichi di derrate alimentari in viaggio dalla zona di Melitopol sono finite in rete e sono esemplificative di un aspetto importante: c'è una forte chiave economica dietro l'invasione dell'Ucraina. Per la Russia in crisi economica il Donbass rappresenterebbe una importantissima fonte di ricchezza.

Non solo: con l'Europa avviata verso l'affrancamento dalle fonti fossili per l'approvigionamento energetico sarebbe caduto presto una fonte su cui la Russia di Putin basa gran parte della propria ricchezza: il gas. Mosca esporta infatti in Europa gas a prezzi davvero concorrenziali con la prospettiva che presto sarebbero diventati risibili con l'avanzamento del ricorso a fonti energetiche rinnovabili o nucleari nei paesi europei. Non c'era momento migliore per Putin e per le prospettive di Mosca, che ora è orientata a spostare i proprio gasdotti verso i paesi emergenti dell'Asia.

E proprio guardando all'Asia non possiamo che mettere in evidenza un fattore emergente: il cibo. I cambiamenti climatici infatti stanno mutando profondamente il contesto di sviluppo di India e Cina. È notizia di questi giorni come nel subcontinente indiano siano state registrate temperature superiori ai 60 gradi. E sono sempre più le città che stanno diventando invivibili a causa del climate change. Eventi climatici estremi rendono ovviamente sempre più difficoltosa anche l'agricoltura e il cibo sta via via diventando una emergenza. 

Senza soffermarci troppo sul problema atavico dell'Africa dove milioni di persone stanno affrontando ora anche la carenza degli approvigionamenti alimentari che arrivavano via nave proprio dal mar Nero diventato teatro dell'operazione speciale di Mosca, ora anche la Cina si appresta a vivere una crisi alimentare. È notizia di questi giorni come in Cina la sicurezza alimentare sia entrata nell’agenda politica del Partito comunista: il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo ha adottato provvedimenti per limitare gli sprechi alimentari. Se lo scorso anno l’organo legislativo cinese aveva introdotto una norma che sanzionava con una multa di oltre 1000 euro chi non finiva di consumare il cibo ordinato al ristorante, oggi è lo stesso presidente Xi Jinping ad abbracciare la campagna del "piatto vuoto".  Uno studio dell’Accademia cinese delle scienze ha mostrato come, a Pechino e Shanghai, i residenti sprechino fino a 18 milioni di tonnellate di cibo, una quantità sufficiente a sfamare dai 30 alle 50 milioni di persone, mentre -  a causa dei cambiamenti demografici e sociali - la produzione nazionale è destinata a ridursi al punto da soddisfare appena la metà del fabbisogno nazionale. Già nel 2020 è stata pari al 65,8 per cento quando all'inizio del secolo era al 93,6 per cento. Per il gigante asiatico e per la sua necessità di crescita si tratta di numeri allarmanti. 

Forse è avventato, ma parlare del tema della sicurezza alimentare come cardine per sventare nuove guerre non deve essere un tabù. Lo stiamo toccando con mano con il rallentamento dell'intersambio globale e l'aumento dei prezzi delle materie prime. La corsa alle risorse è infatti già iniziata e i cambiamenti climatici impongono un cambio di passo rispetto alla inazione a cui siamo purtroppo avvezzi. 

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