Domenica, 24 Ottobre 2021
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Qual è l’età giusta per dare uno smartphone ai figli?

Ne parliamo con Alberto Pellai, coautore insieme a Barbara Tamborini del libro ‘Vietato ai minori di 14 anni’ che indaga sul rapporto tra minori e dispositivi

Qual è l’età giusta per dare uno smartphone ai figli? Da che parte deve partire un genitore che vorrebbe capire se e quanto convenga instradare nel labirinto tortuosissimo di chat e social network anche i propri ragazzi? Gli interrogativi accomunano in molti, soprattutto ora che piano piano emergono i rischi potenziali derivanti da un utilizzo non del tutto consapevole delle piattaforme e l’importanza di una corretta educazione digitale si fa davvero urgente.

Alberto Pellai e Barbara Tamborini, marito e moglie, rispettivamente medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva dell’Università degli studi di Milano e psicopedagogista, sono gli autori di ‘Vietato ai minori di 14 anni’, un libro edito da De Agostini che si propone come un percorso di accompagnamento all’uso delle tecnologie utile per aiutare a rendere più coscienti i figli riguardo la loro futura vita online. Sulla base della loro esperienza, delle testimonianze dei genitori che incontrano ogni anno e anche dei risultati delle più recenti ricerche delle neuroscienze, in questo manuale dal titolo così deciso gli esperti spiegano perché si dovrebbe evitare che bambini e preadolescenti dispongano di uno smartphone prima della fine della terza media. “Il mondo online funziona un po’ come il Paese dei balocchi” ci racconta il professor Pellai: “Prima dei 14 anni è difficile che i ragazzi vadano nella direzione di luoghi dove si fa fatica, ma si cresce”.

‘Vietato ai minori di 14 anni’: un titolo che già di per sé è perentorio nel fissare la soglia di utilizzo degli smartphone. Perché 14 anni? Cosa succede a questa età?

“Quello che ci hanno spiegato le neuroscienze negli ultimi anni è che prima di questa età, in preadolescenza, il cervello è fragile e vulnerabile nei confronti di tutto ciò che l’online propone a chi sta crescendo. La situazione è molto simile a quella di Pinocchio che esce di casa per andare a scuola, incontra Lucignolo e va nel Paese dei balocchi. L’online funziona un po’ così: prima dei 14 anni i ragazzi non hanno dietro una complessità di pensiero, non riescono ancora a direzionarsi nei luoghi dove si fa fatica ma si cresce. Si va nei luoghi dove ci si diverte, ma non si cresce. Questo lo constatiamo in concreto: negli ultimi anni gli adolescenti non sono molto allenati alla vita reale e si perdono esperienze utili per la loro crescita intellettuale, cognitiva ed emotiva. Rischiano di diventare profondamente immaturi”.

Una delle spiegazioni più frequenti date dai genitori che hanno fornito i loro figli di smartphone già prima dei 14 anni è: “Tutti i compagni di scuola ce l’hanno, senza si sentirebbero esclusi”. È davvero così? Che disagio potrebbe nascere in un bambino privato del dispositivo tecnologico?

“Effettivamente tra i 9 e i 14 anni sentirsi parte di un gruppo di pari è un bisogno assoluto ed è vero anche che molta della socializzazione avviene con i social anziché nella vita reale. Questi sono due dati di fatto. Poi, però, c’è la ricerca e i dati ci dicono che più precocemente e più intensamente i minori socializzano online, meno diventano capaci di socializzare nella vita reale, in presenza. Perdono davvero l’abilità e l’allenamento ad acquisire competenze relazionali. Quindi, pensare che il proprio figlio resti fuori dalla realtà virtuale è vero per quanto riguarda quel contesto e quel genere di relazionalità, ma è giusto anche sapere che in quel modo si può costruire un isolamento sociale durante l’adolescenza, che poi è ciò che noi vorremmo prevenire dandogli lo smartphone. Insomma, per rimediare al problema diamo loro uno dei fattori di rischio principale che contribuisce a quel problema”.

Cosa possono fare allora i genitori per ovviare alla mancanza dello smartphone?

Il mandato per noi adulti è offrire il più possibile occasioni di relazioni in presenza nella vita reale, unico vero fattore di protezione nel percorso di crescita. Lo smartphone non è un fattore di protezione, ma un potente fattore di rischio. Piuttosto che pensare: “Se non gli do lo smarphone rimane escluso”, dovremmo dirci: “Se glielo do rimane escluso dalla socialità online, ma gli permetto di doversi sforzare molto di più per costruire la sua socialità in presenza, nella vita reale”. Inoltre, va considerato che pensando di concederglielo perché il resto dei bambini lo possiede, si sta scegliendo un comportamento a grande impatto sulla vita dei figli usando esclusivamente il criterio della popolarità e del mercato che, in un altro contesto, forse non sceglieremmo mai valutando tutti i pro e i contro. Ci troviamo tutti, insomma, allineati in un modo di comportarci che qualcuno ha scelto per noi, tema attuale nel dibattito su Facebook e Instagram che sono a conoscenza dei rischi a cui gli utenti vanno incontro”.

Dire no ai figli è sempre tanto complicato. Come si fa a convincerli che lo smartphone non è indispensabile come credono?

“Innanzitutto è importante avere chiaro nel proprio progetto educativo che definire una età limite per l’uso dello smartphone non significa inibire la sua crescita, ma proteggerla. Quindi spiegare sin da bambini che avranno sì uno smartphone, ma alla fine della terza media, significa prepararli a una scelta educativa che non viene giocata nel qui e ora. In terzo luogo, occorre tenere il più possibile alta la relazionalità nella vita reale, facilitando lo scambio di incontri pomeridiani con altri amici e famiglie. Questa è senza dubbio la cosa su cui gli adulti devono puntare di più e anche i territori, i comuni, fornire ai bambini che crescono occasioni di aggregazione, di relazioni in luoghi che abbiano un progetto educativo”.

In questo contesto, quindi, è importante anche il rapporto tra i genitori?

“Sì, una rete tra genitori è fondamentale, perché evita che un genitore si senta obbligato quando un figlio gli dice “tutti ce l’hanno tranne io”. In quel caso, infatti, mamma e papà possono rispondere “è vero, ma sono anche tanti quelli che non hanno lo smartphone, non sei l’unico, non sei isolato”. Io nella mia esperienza le posso assicurare di non aver mai sentito un genitore lamentarsi o avere rimorso per aver aspettato di dare lo smartphone, mentre sono infiniti quelli che, se potessero tornare indietro, cambierebbero drasticamente le scelta di cedere alla richiesta”.

Ma i genitori di oggi sono effettivamente consapevoli loro stessi dei rischi della rete? Come possono loro che sono i primi a usare i social in modo così frequente, postando anche le foto degli stessi figli minori, insegnare loro un corretto utilizzo? Potrebbero non risultare molto credibili come modello da seguire… È un po’ come dire al ragazzino “non fumare” con la sigaretta in bocca.

“In effetti, è difficile insegnare ai nostri figli un’educazione digitale se noi per primi non l’abbiamo ancora capita. Anche la questione di postare le foto dei nostri figli sui social non va bene, perché è un’azione che invade uno spazio di intimità di cui nessuno è realmente padrone assoluto, a parte il soggetto, per quanto minore. Proteggere i figli da quella sovraesposizione, quindi, significa già dar loro un modello a cui ispirarsi, elemento di cui avvertiamo l’importanza in preadolescenza. Altrimenti, dopo averli esibiti sui social noi per primi quando eravamo piccoli, come si fa a dire loro di non esporsi?”

Secondo lei, potrebbe arrivare prima o poi una legge a regolare la questione?

“È una direzione verso cui prima o poi dovremmo muoverci. Le conseguenze stiamo iniziando a scoprirle oggi, come successe ai tempi delle multinazionali del tabacco che per anni hanno tenuti nascosti elementi di pericolosità. Se noi ogni giorno ci rendiamo conto che ci sono dati che indicano che gli smartphone impattano in modo negativo sulla crescita dei nostri figli e che le multinazionali a capo del sistema sono al corrente di tutto ma lo tengono nascosto, forse una legge potrebbe essere molto utile, ma solo quando tutti saremo consapevoli e sicuri della sua validità. Ovvio che nessuno vuole l’approccio cinese che ha vietato l’uso dei videogiochi per più di tre ore a settimane, nessuno vuole sentirsi obbligato dallo Stato. Di certo, però, i genitori si sentono sicuri per l’esistenza di una legge che, per esempio, vieta la vendita di bevande alcoliche ai loro figli minori. Ecco, bisogna trovare un modo per far capire che una legge non pone un divieto ma codifica una norma a cui tutti noi ci ispiriamo”.

Al libro scritto da lei e da sua moglie Barbara Tamborini sono state mosse delle critiche. Di cosa esattamente siete stati rimproverati?

“Ci hanno dato dei cavernicoli incapaci di adattarci al cambiamento e alla modernità, ci hanno detto che generiamo un allarme ingiustificato. Ma il fatto che una la questione sia pervasiva e tanto diffusa, non ci autorizza mica a normalizzarla e accettarla se sappiamo che impatta in modo rischioso sul percorso di crescita dei nostri figli. Anzi, forse si è diffusa così tanto perché nessuno ha generato la consapevolezza necessaria a tenerla sotto controllo. È un po’ come quanto accaduto con il tabacco: a partire dagli anni 80 e 90 abbiamo deciso di invertire la rotta e, infatti, adesso andiamo al ristorante, al cinema e al teatro senza essere intossicati dal fumo, grazie a un divieto che oggi va a vantaggio degli stessi fumatori. Inoltre, quello che scriviamo nel libro è basato su evidenze cliniche e ricerche di neuroscienze attualissime. Ci siamo basati sui dati più recenti, di cavernicolo non c’è nulla. A noi non interessa spaventare i genitori, ma renderli consapevoli, perché fino ad ora ai genitori è stato detto di lasciare usare lo smartphone ai più piccoli, ma senza far conoscere loro il bugiardino”.

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