Omofobia, un questionario per fotografare la violenza quotidiana: “Il fenomeno c'è ed è radicato”

“Hate Crimes No More” è l’iniziativa lanciata dal Centro Risorse Lgbti, con il primo progetto italiano di documentazione per far emergere un presente fatto di diritti negati e violenze reali e “trasversali”

L’Italia non ha ancora una legge contro l’omofobia e la transfobia, mentre in un anno il nostro paese è passato dalla 32esima alla 34esima posizione (su 49 presi in considerazione) per quanto riguarda il rispetto dei diritti delle persone lgbtqi secondo l’ultima Rainbow Index di Ilga Europe. Il Centro Risorse Lgbti, con il supporto del Comune di Bologna, ha lanciato il primo progetto italiano di documentazione dei crimini d’odio motivati da omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia. “La documentazione servirà per fare pressione per una legge contro le persone che praticano l’omotransfobia”, spiega a Today Michela Sartini, responsabile del Centro. “In Italia c’è un vuoto di legge. Esiste l’aggravante razziale ma non quella transfobica. La violenza viene percepita ancora come un fatto eccezionale. Con il questionario vogliamo far emergere il fatto che invece la violenza invece c’è, non è sporadica, ed è il risultato del meccanismo violento insito in una società ancora patriarcale e machista”.

Al via la campagna "Hate Crimes No More"

“Hate Crimes No More” è il nome scelto per il progetto di documentazione, realizzato con il supporto del Comune di Bologna nell’ambito del Patto generale di collaborazione per la promozione e la tutela dei diritti delle persone e della comunità lgbtqi nella città di Bologna e del programma "Creating Opportunities" di Ilga Europe. Sette i volti scelti per accompagnarlo con una campagna di comunicazione con diffusione nazionale: Maurizio, insegnante gay insultato per il suo orientamento sessuale da un alunno; Christian, ragazzo trans che ha denunciato il disagio provato quando a scuola utilizzava il bagno o come quando è andato a votare con un documento che non lo rappresentava; Anna e Georgette sono state entrambe molestate perché sono state viste baciarsi in pubblico con le rispettive ragazze, come è successo anche a Lyas, molestato perché usciva da un cinema tenendosi per mano con il compagno; Marco, identificato dalla polizia mentre si truccava in macchina insieme alle amiche; Nicole, attivista trans che ha dovuto subito numerosi e gravi episodi di violenza dall’infanzia e oltre, tra cui due stupri. Le loro storie purtroppo non sono casi isolati e raccontano un presente fatto di diritti negati e violenze, vissute a casa e fuori, a scuola, sul posto di lavoro, in strada, persino nei luoghi istituzionali.

Un questionario per raccontare la violenza quotidiana: "Non è retorica"

“In Italia non ci sono raccolte dati sull’omofobia. Le persone lgbtqi rappresentano una quota marginale nelle rilevazioni di organismi sovranazionali come Istat o altri istituti. Con questo questionario sono gli stessi appartenenti alla comunità lgbtqi ad avere l’opportunità di fare sentire la propria voce e raccontare, questa è la grande differenza”, dice Sartini. Al centro del progetto c’è quindi il questionario (disponibile a questo link), partito qualche settimana fa e che sarà disponibile fino a dicembre 2019, con la diffusione dei risultati prevista a marzo 2020. Per la compilazione bastano circa tre minuti, è anonimo, e pone “poche domande, ma chiare e precise”.

“È un lavoro a due velocità: da una parte è diretto ai singoli anche non attivisti, che possono diffonderlo tra i propri amici e tramite la propria cerchia di contatti, dall’altro rappresenta anche un lavoro di rete tra le varie associazioni”, chiarisce Sartini. Chi compilerà il questionario avrà la possibilità di ricevere una mappa delle attività sul territorio che possono supportare, accogliere e aiutare le vittime di violenza e discriminazione. Si è scelto uno strumento anonimo e inclusivo per tutti. “Abbiamo creato uno strumento usufruibile dalla maggior parte delle persone in autonomia e anonimato ed è anche un incentivo ad essere liberi di non uscire allo scoperto se non si vuole farlo ma allo stesso tempo consente di esprimere la propria voce”  

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“Lo scopo – ribadisce Sartini – è fornire una fotografia di quello che accade, per far capire che non è una retorica ma uno stato delle cose da combattere”.

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