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Giovedì, 23 Maggio 2024
Italia sprecona

Reti colabrodo e clima impazzito: così l'Italia resta senz'acqua

Nel 2020 è andato perso il 36,2% dell’acqua immessa nell'acquedotto e in undici comuni i cittadini hanno fatto i conti col razionamento. Un problema che finora ha toccato il Sud, ma adesso anche il Nord è a rischio. Le conseguenze della siccità record non colpiscono solo gli agricoltori, ma tutti i cittadini

L'acqua come bene primario - impossibile farne a meno in qualsiasi epoca e in qualsiasi punto del mondo - ma anche come affare economico (e quindi politico) proprio per il suo essere essenziale. L'acqua è anche però spreco e paradosso in Italia: ne siamo circondati, ma in più parti del nostro territorio è merce rara. Ci sono zone del Paese dove il razionamento è la normalità. Con un referendum abbiamo sancito l'importanza dell'acqua come bene pubblico, ma poi i privati sono in ballo lo stesso. La perdiamo poi tra disservizi, mala gestione e sprechi. C'è poi il clima sempre più tropicale: siccità record e bombe d'acqua si alternano con danni milionari per i territori e l'agricoltura. Tutti elementi che se combinati insieme rendono l'idea di quanto complesso sia ancora ora oggi il tema "acqua" nel nostro Paese.

Il referendum sull'acqua pubblica

Partiamo dal 2011. Il popolo italiano ha deciso, con un referendum, che l'acqua deve restare pubblica. E' stato chiesto agli elettori se abrogare (cioè modificare) l'articolo della legge 133/2008 relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. La norma approvata dall'allora governo Berlusconi stabiliva l'affidamento del servizio idrico a soggetti privati attraverso una gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico-privato (all'interno delle quali il privato detenga almeno il 40%). Gli italiani hanno detto palesemente di volere cambiare la legge e di non volere affidare al mercato i servizi idrici. A differenza di quanto accaduto domenica 12 giugno con i referendum sulla giustizia, il quorum venne raggiunto e superato toccando il 54,8%. A volere l'acqua pubblica fu il 95,3% cioè quasi 26 milioni di persone (Fonte ministero dell'Interno)

La volontà degli italiani è stata espressa chiaramente, ma poi è stata "tradita" nei fatti.  Le società che gestiscono i servizi idrici italiani sono società "miste". Gli utili sono divisi tra gli azionisti e non esiste obbligo di investimenti nella rete. La conseguenza più immediata è che i numeri in bolletta sono sempre più alti, con la qualità del servizio spesso in caduta libera. I privati e le loro logiche sono entrati a pieno titolo nella gestione del bene pubblico, che da più parti si chiede sia "ripubblicizzato".

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Acqua sprecata per reti colabrodo  

L'acqua è un bene che non siamo in grado di tutelare. Lo dice l'Istat. Secondo i dati dell'Istituto di statistica pubblicati a marzo in occasione della Giornata mondiale dell'acqua 2022, nel 2020 sono andati persi 41 metri cubi al giorno per km di rete nei capoluoghi di provincia/città metropolitana, il 36,2% dell’acqua immessa in rete (37,3% nel 2018).

Nel 2020, il servizio di distribuzione dell’acqua potabile nei 109 Comuni capoluogo di provincia/città metropolitana (dove risiedono 17,8 milioni di abitanti, il 30% circa della popolazione italiana) era in carico a 95 gestori. In 100 Comuni (17,2 milioni di residenti) la gestione del servizio è specializzata mentre nei restanti nove (600mila residenti) è prevalentemente in economia. In quest’ultimo caso è il Comune che ha la responsabilità del servizio. La rete di distribuzione dei Comuni capoluogo si sviluppa complessivamente su oltre 57mila chilometri di rete, calcolati per circa l’80% della lunghezza attraverso un sistema informativo territoriale. 

L’intensità dell’erogazione dell’acqua non è uguale lungo lo Stivale. Al Nord i volumi erogati raggiungono il massimo (256 litri per abitante al giorno in media), calano nei capoluoghi del Centro (231 litri), del Sud (221), per poi raggiungere il minimo nelle città delle isole (194).

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Acqua razionata

L'Istat sottolinea che nel 2020, ben 11 comuni capoluogo di provincia/città metropolitana, tutti nel Mezzogiorno, hanno fatto ricorso a misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile. Tradotto significa acqua che sorga dal rubinetti a giorni alterni o solo in precise fasce orarie. Disservizio che nasce da più fattori: la rete colabrodo, l'inquinamento o la mancanza stessa dell'acqua.

Misure di razionamento sono state adottate in quasi tutti i capoluoghi della Sicilia (tranne a Messina e Siracusa), in due della Calabria (Reggio di Calabria e Cosenza), in un capoluogo abruzzese (Pescara) e in uno campano (Avellino). Ad Agrigento e Trapani le misure più restrittive di erogazione dell’acqua. Ma si sono state anche Pescara, Cosenza e Reggio Calabria, Avellino. 

Siccità record, coltivazioni a rischio e prezzi alle stelle

Le reti idriche colabrodo sono sono un tassello del puzzle. A complicare le cose c'è il cambiamento climatico. Assistiamo a stagioni sempre meno "tradizionali" dal punto di vista meteo: periodi di siccità estrema e caldo afoso si alternano a giornate di pioggia torrenziale che non generano scorte idriche ma causano frane, smottamenti, allagamenti. Il Po anno dopo anno si sta trasformando in un rigagnolo secco e pure salato col pericolo di "bruciare" i raccolti.

Rischia anche di scarseggiare l'acqua per raffreddare le centrali idroelettriche e anche al Nord l'oro blu - come viene definita l'acqua - potrebbe essere razionato come estrema soluzione. Tutto questo ha anche un impatto economico. Se manca l'acqua per irrigare, le produzioni sono a rischio. Cambia poi la scelta di cosa coltivare. Si abbandonano i prodotti che richiedono più acqua, come il riso, per quelli che ne chiedono meno come la soia. A preoccupare – precisa la Coldiretti – è la riduzione delle coltivazioni di girasole, mais, grano e degli altri cereali ma anche quella dei foraggi per l’alimentazione degli animali e di ortaggi e frutta che hanno bisogno di acqua per crescere. Una situazione pesante in un momento difficile a causa della guerra in Ucraina e dei forti rincari nel carrello della spesa con aumenti di prezzi degli alimentari che hanno raggiunto a maggio il +7,1%.

All'inizio di maggio il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha firmato un'ordinanza con cui viene dichiarato lo stato di crisi idrica nel territorio regionale. Tra le indicazioni, quella di un "uso parsimonioso e sostenibile" dell'acqua per irrigare parchi e giardini. I Consorzi di bonifica devono poi dare priorità al servizio nelle aree dotate di impianti a maggior efficienza irrigua, tenendo conto anche delle colture.

La sfida del Pnrr

Per le reti idriche e gli investimenti infrastrutturali, un aiuto potrà arrivare dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una delle missioni del Pnrr è proprio la "Tutela del territorio e della risorsa idrica" e ha lo scopo di "mettere in campo le azioni necessarie per rendere il Paese più resiliente agli effetti dei cambiamenti climatici, proteggendo la natura e le biodiversità".

Si vuole dotare l’Italia di un sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione, per mitigare e gestire meglio il rischio idrogeologico. Particolare attenzione, inoltre, è riservata a "garantire la sicurezza, l’approvvigionamento e la gestione sostenibile delle risorse idriche lungo l'intero ciclo, andando ad agire attraverso una manutenzione straordinaria sugli invasi e completando i grandi schemi idrici ancora incompiuti, migliorando lo stato di qualità ecologica e chimica dell’acqua, la gestione a livello di bacino e l’allocazione efficiente della risorsa idrica tra i vari usi/settori (urbano, agricoltura, idroelettrico, industriale)".

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