Domenica, 16 Maggio 2021

Le riaperture dal 26 aprile sono davvero un "rischio ragionato"?

Il premier Draghi ha parlato di una decisione presa "su base scientifica" per la ripartenza annunciata dal suo governo. Ma cosa dicono i numeri sul ritorno della zona gialla rafforzata? La frenata dei contagi può davvero bastare a dichiarare finita l'epidemia?

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto che le riaperture dal 26 aprile sono un "rischio ragionato". Che viene preso "su basi scientifiche". La zona gialla rafforzata che tornerà in vigore in Italia porterà a nuove regole per le attività che riapriranno i battenti e alla scuola in presenza anche in zona rossa. Ma quali sono le basi scientifiche che hanno portato l'esecutivo a questa scelta?

Le riaperture dal 26 aprile sono davvero un "rischio ragionato"? 

Andiamo con ordine. Il report #48 del monitoraggio dell'Istituto Superiore della Sanità e della Protezione Civile racconta la criticità ancora elevata nelle terapie intensive e nei reparti ordinari. Dice anche che l'incidenza, in diminuzione, è ancora troppo elevata per consentire il ritorno del contact tracing. Dopodiché, ci sono anche altri numeri significativi. 

  • Questa settimana si osserva ancora una diminuzione della incidenza settimanale (160,5 per 100.000 abitanti (05/04/2021-11/04/2021) vs 210,8 per 100.000 abitanti (29/03/2021-04/04/2021), dati flusso ISS). La diminuzione di incidenza, influenzata dal basso numero dei tamponi effettuati nel periodo delle festività pasquali, va interpretata con cautela. Complessivamente, l’incidenza resta elevata e ancora ben lontana da livelli (50 per 100.000) che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e tracciamento dei loro contatti.
  • Nel periodo 24 marzo – 06 aprile 2021, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 0,85 (range 0,71– 0,97), in diminuzione rispetto alla settimana precedente e sotto l’uno anche nel limite superiore.
  • Si osserva una diminuzione del livello generale del rischio, con una Regione (Calabria) che ha un livello di rischio alto secondo il DM del 30 Aprile 2020. Sedici Regioni/PPAA hanno una classificazione di rischio moderato (di cui quattro ad alta probabilità di progressione a rischio alto nelle prossime settimane) e tre Regioni (Abruzzo, Campania, Veneto) e una Provincia Autonoma (Bolzano) che hanno una classificazione di rischio basso.

E soprattutto, spiega il Report, "si osserva una forte diminuzione nel numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (32.921 vs 46.302 la settimana precedente). La percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in aumento (37,0% vs 34,9% la scorsa settimana). È, invece, in lieve diminuzione il numero di casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (38,1% vs 39,6%). Infine, il 24,9% è stato diagnosticato attraverso attività di screening". 

La frenata dei contagi e la curva dei morti

C'è poi la frenata dei contagi: prima eravamo costantemente tra i 21 e i 22mila casi giornalieri. Oggi la media è tra i 14 e i 15mila. Un calo significativo che si accoppia a quello dell'indice di contagio Rt calcolato dall'Iss, che non è più sopra uno da qualche settimana e ora è sceso a 0,82. Tutti questi numeri dicono inequivocabilmente che c'è una frenata nei contagi. Ma lo stesso Report dice che l'incidenza rimane "ancora molto elevata per consentire sull’intero territorio nazionale una gestione basata sul contenimento ovvero sull’identificazione dei casi e sul tracciamento dei loro contatti. Di conseguenza, è necessario ridurre rapidamente il numero di casi anche con misure di mitigazione volte a ridurre la possibilità di aggregazione interpersonale. L’ampia diffusione di alcune varianti virali a maggiore trasmissibilità richiede l’applicazione delle misure utili al contenimento del contagio". 

Il Corriere della Sera oggi spiega che secondo l’Istituto superiore di Sanità, affinchéil contagio torni sotto controllo e i nuovi infetti siano tracciabili, occorre che i casi attivi di Covid siano meno di 50 ogni 100 mila abitanti. E già i numeri di oggi indicano che il traguardo è ancora lontano. Infine c'è la situazione critica in alcune regioni come la Lombardia. Dove il tasso di occupazione delle terapie intensive è al 51,4%. Infine c'è la curva dei morti. Che è scesa in queste settimane a 300 decessi al giorno. Dopo giornate in cui è stata al di sopra di quota 500. E questo è il punto più doloroso e che rende più rischiosa la scelta del governo Draghi. 

Rischio calcolato? Ma da chi?

Subito dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio poche sono state le voci critiche a sollevarsi contro la decisione sulle riaperture dal 26 aprile.  "Rischio calcolato? Calcolato male. Abbiamo ancora 500mila casi attivi, che significa averne il doppio, perché non possono che essere più di così visto che ce ne sono sfuggiti molti", ha detto il direttore del reparto di Infettivologia dell'ospedale Sacco di Milano Massimo Galli, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. "Abbiamo somministrato appena 23 dosi e mezzo di vaccino ogni 100 abitanti, e ci sono ancora molti anziani non vaccinati". "Il sistema dei colori - ha aggiunto Galli - non ha funzionato, basta vedere la Sardegna. La curva dei contagi vede una flessione appena accennata, ma temo che avremo presto un segno opposto. A meno che non riusciamo a vaccinare così tanta gente da metterci al sicuro in fretta, ma non mi sembra questo il caso. Rimango in allerta e con grande preoccupazione". 

 "Con una situazione di contagio elevato, pensare alle riaperture vuole dire che tra un mese avremo un aumento dei casi di Covid-19 e l'estate sarà a rischio e dovremmo richiudere", ha invece detto all'Adnkronos Salute Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e virologia dell'università di Padova. "Riproporre le zone gialle, quelle arancioni e rosse, è continuare con un sistema infernale - avverte - ed è la dimostrazione che in un anno non si è trovata un'alternativa efficace e non si sono costruiti strumenti adeguati per contenere l'epidemia. Siamo sempre lì, con oscillazioni tra zone gialle e arancioni, nelle prime si apre e il contagio aumenta". E sul "rischio ragionato" per la roadmap delle riaperture: "Mi auguro che abbiano delle proiezioni - osserva Crisanti - Ma i numeri non li vediamo, non c'è trasparenza.

L'espressione 'rischio ragionato' è vuota e decisamente politica e non scientifica. Il rischio è dato da due componenti, la probabilità e l'intensità del rischio. Per la prima sappiamo già che i contagi aumenteranno e non è una probabilità, con le riaperture accadrà questo. Servirebbe un programma di vaccinazioni a tamburo battente per evitarlo. L'intensità è la gravita del fenomeno e i nostri dati sono ancora alti, con le aperture aumenteranno e dovremmo chiudere proprio in estate, quando invece gli altri Paesi saranno fuori dal tunnel". 

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Quello che sta accadendo in Italia è "il risultato di una mediazione tra chi è cauto e chi vuole aprire tutto - ha avvertito Crisanti - Siamo un Paese ostaggio di un gruppo di pressione che fa prevalere gli interessi di parte alla sanità pubblica". Ma quale sarà allora lo scenario delle prossime settimane? "Non ho la sfera di cristallo, ma aumenteranno i contagi", risponde il virologo che poi riflette anche sul dato dei decessi "ancora molto alto in Italia e non si capisce il perché, forse - ipotizza - questo dato è falsato da quello dei nuovi positivi che sono sicuramente di più di quelli registrati, perché il sistema di tracciamento è da mesi che non funziona più". 

C'è di più. Come ha scritto nei giorni scorsi Open, il premier Draghi si è presentato in conferenza stampa venerdì pomeriggio per annunciare le riaperture dal 26 aprile mentre era in svolgimento la riunione della Cabina di Regia sull'emergenza coronavirus con gli esperti del Cts. Che però non sono stati in alcun modo contatti per chiedere loro un parere sulla scelta dell'esecutivo. Successivamente Silvio Brusaferro, a chi gli chiedeva conto della questione riaperture, si è limitato a dire che il Comitato "ha contribuito come fa sempre e cioè con l’analisi dei dati epidemiologici settimanali". Ovvero non ha detto né sì né no. E se non lo ha fatto è perché nessuno glielo ha chiesto. La decisione di Draghi è politica ed è anche evidentemente presa al di fuori del confronto con gli esperti che ha lui stesso nominato, visto che il Cts è stato rinnovato da poco meno di un mese. E proprio per questo oggi Draghi si prende una responsabilità simile a quella che si prese il governo Conte mentre arrivava l'estate. Come è finita quella vicenda lo sappiamo tutti: con la Seconda Ondata. La speranza è che la storia stavolta non si ripeta. 

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