Venerdì, 22 Ottobre 2021
Grande Fratello

Saremo controllati dappertutto?

L'uso del riconoscimento facciale è sempre più esteso. E può avere implicazioni preoccupanti per la nostra privacy

È il classico tema che finisce per passare in sordina pur avendo conseguenze potenzialmente deflagranti. Parliamo del 'riconoscimento facciale', una tecnica basata sull'intelligenza artificiale che consente, sulla base di foto e video, di riconoscere in modo univoco una persona dai tratti del volto. I sistemi di riconoscimento facciale sono già utilizzati sugli smartphone per aumentare la sicurezza dei nostri device: in sostanza anziché utilizzare la password è possibile sbloccare il telefono solo con i nostri tratti somatici.

Ma si tratta solo di un esempio. L'uso dei dati biometrici è in realtà ben più vasto e potrebbe diventare in futuro ancora più esteso. Sistemi del genere sono infatti utilizzati in molti aeroporti per evitare di controllare passaporti e carte d'identità, oppure nei supermercati, come avviene in Russia e altri Paesi dove ci si serve del riconoscimento facciale per pagare ma anche per profilare i clienti e tenere lontani eventuali taccheggiatori. Secondo "Juniper Research", società inglese specializzata in ricerche di mercato, entro il 2025 i dati biometrici garantiranno l'autenticazione dei pagamenti per 1,4 miliardi di persone. E in Cina già oggi il riconoscimento facciale è abilitato per riscuotere pensioni, assicurazioni sanitarie e bonus di disoccupazione.

Un futuro inquietante? I cinesi non la pensano così. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso marzo sulla rivista scientifica Public Understanding of Science, il 67% degli intervistati non è turbato da questa tendenza e si dichiara invece favorevole. Un sondaggio di YouGov uscito un paio di anni fa ha fotografato dalle nostre parti una situazione non troppo diversa: il 64% degli italiani si è detto d'accordo con l'installazione di servizi di sorveglianza in grado di riconoscere i volti dei passanti e rintracciare i criminali.

Quando è consentito il riconoscimento facciale in Italia?

I rischi per la privacy però sono enormi. Amnesty International ricorda che queste tecnologie "permettono il monitoraggio, raccolta, conservazione, analisi e utilizzo di altri dati personali sensibili (dati biometrici) di massa senza un ragionevole e individualizzato sospetto di reato", e questo altro non è che "sorveglianza di massa indiscriminata". Il settore peraltro è ancora poco normato. Secondo federprivacy, nel nostro ordinamento non esistono normative ad hoc che regolano il riconoscimento facciale, ma "il relativo trattamento dei dati personali deve rispettare alcune disposizioni fondamentali" del Regolamento generale sulla protezione dei dati. L'articolo 9 in particolare stabilisce il divieto di trattare "dati personali biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica", ma prevede anche una sfilza di eccezioni, tra cui quella di aver espresso il proprio consenso o l'utilità del trattamento dei dati in sede giudiziaria.

Il riconoscimento facciale e il controllo perenne dei cittadini

Il pericolo da molti paventato non è solo (e non tanto) che i dati biometrici vengano utilizzati a fini commerciali dalle società big tech o da altre aziende, bensì che il 'riconoscimento facciale' diventi un'arma in mano ai governi per controllare i cittadini. Secondo l'authority internazionale sulla videosorveglianza, in Cina i sistemi di riconoscimento facciale sarebbero utilizzati tra le altre cose per l'identificazione degli uiguri, la minoranza etnica musulmana oggetto di una campagna di discriminazione. Il tutto in un Paese con una vasta rete di telecamere, supportate da sistemi per il 'face recognition', utilizzati contro la criminalità ma anche per verificare le identità in metropolitane, uffici e scuole.

Anche i governi di altri Paesi però si sono serviti (o hanno iniziato a farlo) di questa tecnologia per reprimere il dissenso o combattere la criminalità. Negli Stati Uniti software per il riconoscimento facciale sono stati usati "per supportare le indagini penali relative a disordini civili, rivolte o proteste" esplose in particolare dopo la morte di George Floyd. Non solo. Stando ad un rapporto diffuso a giugno dal 'Government Accountability Office' tre agenzie federali avrebbero usato proprio il 'riconoscimento facciale' per rintracciare i responsabili dell'assalto al Campidoglio avvenuto lo scorso gennaio. Proprio per evitare possibili abusi la Ibm ha comunicato al Congresso Usa di voler uscire da questo business, mentre Microsoft non venderà più tecnologie di riconoscimento facciale ai dipartimenti di polizia americana.

Insomma, se da una parte i sistemi biometrici possono aiutare le forze di polizia ad individuare i responsabili di crimini o ritrovare persone scomparse, dall'altro il loro uso comporta dei rischi evidenti in materia di privacy: l'idea di essere riconosciuti da una telecamera non appena si esce fuori di casa (e probabilmente anche dentro) potrebbe suonare orwelliana anche ai più strenui sostenitori dell'ordine e della legalità.

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Bruxelles propone il riconoscimento facciale per i reati gravi

Per cercare di mettere ordine nel far west ad aprile la commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte che, se approvate, dichiareranno fuorilegge le tecnologie "inaccettabili" e restringeranno con forza il campo di applicazione di tanti altri sistema di AI (Artificial Intelligence). L'esecutivo Ue ha classificato le nuove tecnologie secondo quattro diversi livelli di rischio qualificando la tecnologia biometrica come ad "ad alto rischio". Ciò significa che, pur non venendo vietati, i sistemi di riconoscimento facciale saranno soggetti a una serie di requisiti a tutela della privacy.

Il loro utilizzo in tempo reale in spazi pubblici per il contrasto della criminalità sarà - in linea di principio - vietato. Viene invece ammesso l'uso dell'identificazione biometrica solo se "strettamente necessario" in casi eccezionali. Tra gli esempi citati dalla Commissione c'è la ricerca di un bambino scomparso, la prevenzione di una minaccia terroristica imminente o l'identificazione di un soggetto sospettato di aver compiuto un reato grave.

Come i sistemi di 'face recognition' vengono usati dalla polizia

Anche in Italia il Garante della privacy sta cercando di arginare le derive nell'uso di questa tecnologia. Lo scorso 10 settembre, con due distinti pareri è stato dato il via libera all'uso delle body cam da parte delle forze dell'ordine per documentare situazioni critiche di ordine pubblico in occasione di eventi o manifestazioni. Allo stesso tempo il Garante ha però sottolineato che non è consentita l'identificazione univoca o il riconoscimento facciale della persona. Le videocamere indossabili in uso al personale dei reparti mobili incaricato potranno essere attivate solo in presenza di concrete e reali situazioni di pericolo di turbamento dell'ordine pubblico o di fatti di reato. Non sarà ammessa la registrazione continua delle immagini e tantomeno quella di episodi non critici.

Le tecnologie di riconoscimento facciale sono invece consentite nell'attività investigativa. Il sistema in uso dal 2018 dalla Polizia di Stato, il Sari Enterprise, consente di effettuare ricerche nella banca dati attraverso l'inserimento di un'immagine fotografica di un soggetto ignoto che, elaborata da due algoritmi, fornisce un elenco di immagini ordinato secondo un grado di similarità. Grazie al lavoro dei logaritmi il sistema consente di individuare tra 17 milioni e mezzo di persone schedate, la persona compatibile con il presunto colpevole immortalato dalle telecamere di sorveglianza sulla scena di un crimine.

Il Garante della privacy ha però espresso parere negativo sulla funzione "real time" del sistema che avrebbe permesso attraverso una serie di telecamere installate in una determinata area geografica, di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi, confrontandoli con una banca dati predefinita (denominata "watch-list"), che può contenere fino a 10.000 volti.

I sindaci italiani e l'ossessione per le telecamere

Anche i sindaci, o quanto meno una parte, bramano per avere questa tecnologia. In un'interrogazione scritta inviata al presidente del consiglio e al ministro dell'Interno il deputato Filippo Sensi avvertiva che "in assenza di norme sufficientemente chiare" alcuni amministratori locali "stanno progettando l'installazione di massa nelle città italiane di sistemi di riconoscimento facciale, che prevedono il trattamento senza autorizzazione dei dati biometrici". Il Comune di Como è stato il primo a dotarsi di telecamere intelligenti per il riconoscimento facciale, il cui utilizzo è stato però stoppato dal Garante per la privacy.

Anche il comune di Udine ha accarezzato la stessa idea tanto da aver avviato, nel 2020, l'installazione di 67 nuove telecamere (un investimento da 673mila euro), che avrebbero dovuto "implementare gli strumenti di video-analisi, come il riconoscimento di mezzi e individui (e un domani il riconoscimento facciale) sulla base di filtri come l'età, il sesso, gli abiti, l'orario, attraverso l'utilizzo di software di analisi forense". Il sindaco Pietro Fontanini ha di recente spiegato che alcune telecamere "sono dotate di tecnologia per il riconoscimento facciale" ma "questa possibilità è al momento vietata". Idem il Comune di Torino che aveva acquistato sei occhi elettronici in grado di riconoscere i dati biometrici, salvo ricevere poi l'altolà dello stesso Garante.

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Riconoscimento facciale o meno bisogna fare i conti anche con il fatto che le telecamere sono ormai presenti ovunque. In Italia ce ne sarebbero almeno 2 milioni, 1 ogni 35 abitanti. A Milano gli occhi elettronici sono 12 ogni chilometro quadrato, a Roma 3. E i sistemi di sorveglianza diventano sempre più sosfisticati. A Trieste l'amministrazione ha da poco installato otto nuovi apparecchi ad altissima risoluzione che pur non dotati di riconoscimento facciale sono in grado di riprendere i volti da lontano e in notturna. Per molti versi dunque il futuro è già qui: siamo più o meno tutti dentro l'obiettivo di una telecamera.

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