Mercoledì, 3 Marzo 2021

Le violazioni dei diritti umani nelle rsa italiane secondo Amnesty

La denuncia nel rapporto “Abbandonati” sulla situazione nelle strutture per anziani all’inizio della pandemia da Covid-19

foto di repertorio Pixabay

Abbandonati”. Si intitola così il rapporto di Amnesty International sulla situazione delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali in Italia durante la prima ondata di Covid-19. La ong ha rilevato “violazioni e mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione dei pazienti anziani di tali strutture da parte delle istituzioni a livello nazionale, regionale e locale”, soffermandosi su tre regioni: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto.Il report, denuncia l’organizzazione, ha messo in luce “le lacune delle istituzioni italiane a livello nazionale, regionale e locale nell’adottare misure tempestive per proteggere la vita e la dignità delle persone anziane nelle case di riposo nel corso dell’emergenza sanitaria da Covid-19”. 

Il ritardo nell’emanazione di provvedimenti adeguati, o la loro totale mancanza, si sono spesso tradotti in violazioni del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti anziani delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali italiane e degli operatori che vi lavorano. 

Il rapporto di Amnesty sulle Rsa

Secondo Amnesty, ad aver contribuito al “tragico esito” sono state “l’intempestiva chiusura alle visite esterne delle strutture, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura di dispositivi di protezione individuale (Dpi) alle stesse, il  ritardo nell’esecuzione di tamponi sui pazienti e sul personale sanitario”. Situazione che per la ong “dimostrano la de-prioritizzazione di questa tipologia di presidi rispetto a quelli ospedalieri, nonostante la popolazione anziana fosse stata dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tra le più vulnerabili al virus fin dall’inizio della pandemia”. 

Ancora oggi denuncia Amnesty, “non esistono indicazioni che impongano, a livello uniforme sul territorio nazionale, una cadenza regolare e frequente per l’effettuazione di tamponi nell’ambito di uno screening continuativo all’interno delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali”. 

“I trasferimenti di pazienti dimessi dagli ospedali verso le strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali, sia con Covid-19, sia con possibili sintomi riconducibili alla malattia, in assenza dell’applicazione dei requisiti operativi, fisici e relativi al personale sanitario che potessero garantire una concreta limitazione del contagio al loro interno e di approfondite attività ispettive per verificarne la sussistenza, hanno a loro volta contribuito alla diffusione del Covid-19 in questi ambienti”, denuncia il report, che contiene anche numerose testimonianze di operatori sanitari e di familiari dei pazienti anziani delle strutture che hanno riferito dell’impossibilità o dei gravi ostacoli incontrati nel tentativo di far ospedalizzare gli ospiti con Covid-19 o con sintomi simil-influenzali.

La situazione in Lombardia

“In particolare, in Lombardia gli ospiti over 75 in tali condizioni di salute sono stati oggetto di una delibera regionale che stabiliva come opportuno continuare a prestare cure e assistenza presso le strutture sociosanitarie e socioassistenziali dove risiedevano, limitandone di fatto le possibilità di accesso ai presidi ospedalieri. In assenza di valutazioni cliniche individuali volte a individuare la migliore soluzione per ogni paziente, questo ha comportato la mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione”, spiega Amnesty. 

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L’emergenza sanitaria ha, inoltre, “acuito problemi sistemici” che affliggono queste strutture. Tra queste, la carenza di personale – aggravata dall’alto numero di operatori sanitari in malattia e dai reclutamenti straordinari dei presidi ospedalieri – ha comportato “un grave abbassamento del livello di qualità dell’assistenza e della cura degli ospiti e ha fatto sì che si realizzassero condizioni di lavoro terribili per gli operatori stessi, sottoposti a un grave stress fisico e psicologico e che fossero sovraesposti al rischio di contagio”.

“I pochi Dpi a disposizione, le indicazioni scorrette circa il loro uso – o addirittura istruzioni relative al riutilizzo di dispositivi monouso – l’inadeguata formazione, l’esecuzione dei tamponi con frequenza irregolare e solo a partire da una fase avanzata dall’emergenza, quando il picco dei decessi della prima ondata era stato superato, la mancata attuazione di protocolli appropriati a contenere la circolazione del virus nelle strutture, hanno accresciuto le possibilità che gli operatori contraessero il Covid-19”.

Le richieste di Amnesty al ministero della Salute

La risposta del governo italiano alla pandemia Covid-19, denuncia Amnesty, “non è stata adeguata a proteggere e a garantire i diritti umani degli ospiti anziani delle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali. È imperativo che non si risparmino sforzi per dimostrare che la lezione è stata appresa, i processi decisionali errati devono essere immediatamente rivisti e corretti”. La ong chiede un’inchiesta pubblica  “totalmente indipendente per esaminare in profondità la preparazione generale e la risposta alla pandemia per quanto riguarda i presidi residenziali sociosanitari e socioassistenziali per persone anziane”. 

 Amnesty International Italia ha chiesto al ministero della Salute di “garantire in maniera tempestiva il pieno accesso a tamponi frequenti e regolari per anziani residenti nelle strutture, per il personale sanitario e i visitatori, oltre alla fornitura adeguata e continuativa di Dpi per le strutture” e di “garantire l’accesso pieno e paritario agli ospedali e ai servizi sanitari per i residenti anziani dei presidi sociosanitari. I diritti delle persone anziane residenti devono essere al centro della risposta e devono essere garantite visite e contatti significativi con le famiglie, nel rispetto delle misure di prevenzione del virus”.

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