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Martedì, 27 Febbraio 2024
La valigia di salvataggio

"Abbiamo una valigia sempre pronta per salvare le donne dalla violenza domestica"

Scappare di casa e trovare gratis ciò che serve per vivere alcuni giorni lontano dalla violenza vissuta tra le mura domestiche: è il progetto dell'associazione Salvamamme, che fornisce alle donne in fuga dai maltrattamenti un bagaglio e un rifugio sicuro. Un progetto sostenuto da volontari mentre Meloni ha tagliato i fondi per la prevenzione della violenza contro le donne dai 17 milioni di euro stanziati dal governo Draghi per il 2022 a 5 milioni per il 2023

"Escono di casa come terremotate, come terremotati sono i loro sentimenti. Si trovano senza più nulla. Noi diamo loro lo stretto necessario per allontanarsi dal luogo che potrebbe trasformarsi nel teatro dell'ennesimo femminicidio". Da aprile 2014 a oggi, l'associazione Salvamamme ha consegnato migliaia di valigie con dentro biancheria intima, un paio di scarpe, delle pantofole, un maglione, pantaloni, prodotti per l'igiene e una trousse per i trucchi. "Sono oggetti che servono a dare il senso di accoglienza e di dignità alla donna", spiega a Today.it Grazia Passeri, la presidente dell'associazione che da oltre vent'anni è in prima linea a sostegno delle vittime di violenza e delle famiglie fragili. È la "Valigia Salvataggio, per non tornare indietro", il progetto dell'associazione che si occupa di fornire gratuitamente un bagaglio che contiene ciò che serve alla donna nei primi giorni del distacco da casa. A queste si aggiungono le valigine per i figli con indumenti, pannolini, latte in polvere e "piccole certezze", come possono essere i giocattoli. "La presenza del giocattolo può sembrare una banalità, ma non lo è - chiosa Passeri -. Il giocattolo rappresenta per il bambino il suo mondo in cui rifugiarsi e trovare protezione". 

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Una valigia per non tornare indietro

L'idea della "Valigia di Salvataggio" è nata dall'arrivo in associazione di una ragazza scappata dal compagno maltrattante e violento. "Era gennaio, quando una ragazza è giunta da noi dopo esser stata cacciata di casa dal fidanzato: indossava vestiti leggeri e non adatti al clima rigido dell'inverno, aveva in braccio un bambino piccolo e un altro che portava in grembo. Al suo arrivo per dialogare con la nostra psicologa - racconta Passeri - lei ha espresso l'esigenza di tornare a casa per riprendere alcuni indumenti, nonostante il pericolo di incontrare il maltrattante. In quel momento nessuno poteva accompagnarla a casa, nemmeno la polizia, e dopo diversa insistenza le abbiamo dato quello che poi è diventato il bagaglio per iniziare una nuova vita per lei e i suoi figli". I capi e gli oggetti all'interno dei trolley preparati da Salvamamme vengono donati da diverse aziende aderenti all'iniziativa; i bagagli invece possono essere consegnati, su richiesta, a case rifugio, studi legali, sedi della Polizia di Stato o dei Carabinieri, o prelevati direttamente dalle interessate presso l'associazione.

Il progetto, che ha all'attivo un Protocollo d'intesa con la Polizia di Stato, il Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro Rugby, il sostegno di Autostrade per l'Italia e il patrocinio della Regione Lazio, prevede un piano di pronto intervento con assistenza psicologica, legale e materiale per le donne costrette alla fuga dalla loro abitazione e che rimangono prive di ogni cosa. Anche di una sistemazione temporanea. Questo perché le disponibilità di strutture di accoglienza per le donne che fuggono da situazioni familiari di violenza, spesso con bambini piccoli al seguito, sono assolutamente poche rispetto alle reali esigenze.

Diminuiscono i fondi per la violenza di genere

Sul territorio italiano, le donne vittime di violenza domestica possono contare su 350 Centri antiviolenza (CAV) e 366 Case Rifugio (CR), secondo i dati Istat di maggio 2022. Le rilevazioni dell'Istituto di Statistica mettono in luce quanto la distribuzione territoriale dei servizi per il contrasto della violenza di genere non sia omogenea: al Nord si concentra il 70,2 per cento delle Case rifugio (257) e il 41,7 per cento dei Centri anti violenza (146), nel Sud invece sono attivi 104 CAV (29,7 per cento del totale nazionale). La presenza di questi servizi è minore nelle restanti aree geografiche, raggiungendo il valore minimo per entrambe le tipologie nelle Isole, dove ci sono 19 Case rifugio e 35 Centri anti violenza, pari rispettivamente al 5,2 per cento e al 10 per cento del totale delle unità attive. In termini di copertura, sono tre i territori che hanno un'offerta più equilibrata tra centri anti violenza e case rifugio: la Valle d'Aosta, la provincia autonoma di Trento e il Veneto.

I dati giusti da guardare sui femminicidi in Italia 

Poiché il numero delle strutture in Italia è basso, le volontarie di Salvamamme spesso si fanno carico di disporre e coprire i costi di una sistemazione temporanea, come un albergo, per ospitare le donne che non possono fare affidamento sulla loro rete familiare o amicale e che devono subito allontanarsi dal maltrattante. "Il 1522 (il numero di emergenza che dal 2006 assiste e sostiene le vittime di violenza domestica, ndr.) è uno strumento preziosissimo, però in molte regioni non c'è un servizio immediato e ramificato. Ci sono delle situazioni per le quali non si può attendere quattro o anche cinque giorni per entrare in una casa protetta", spiega a Today Grazia Passeri. Perché in quell'arco temporale il maltrattante potrebbe trasformarsi in omicida. Ed è qui che entra in gioco la squadra di volontari e volontarie di Salvamamme, che assiste passo dopo passo le donne dall'uscita del luogo di violenza e le indirizza a una nuova vita. "I nostri progetti non ricevono finanziamenti, se non donazioni dirette da aziende e da benefattori", precisa la presidente Passeri. Ed è una cartina di tornasole per un'associazione che necessita del coinvolgimento dell'intera società. 

Perché il sostegno che dovrebbe arrivare dalla politica viene a mancare. In 365 giorni dal suo ingresso a Palazzo Chigi, il governo di Giorgia Meloni ha tagliato i fondi per la prevenzione della violenza contro le donne del 70 per cento. Stando ai dati raccolti nell'ultimo report sul tema dall'organizzazione internazionale ActionAid (La miopia della politica italiana nella lotta alla violenza maschile contro le donne), dai 17 milioni di euro stanziati dal governo Draghi per il 2022 siamo passati a 5 milioni per il 2023. Una decisione che va contro la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (l'Italia l'ha ratificata nel 2013 ed è dunque giuridicamente vincolata dalle sue disposizioni), secondo cui gli Stati dovrebbero intervenire per promuovere cambiamenti socioculturali destinati a "prevenire e combattere ogni forma di violenza e fornire una risposta globale alla violenza contro le donne" e a ridurre la disuguaglianza di genere. Il documento di Action Aid evidenzia, inoltre, come gli obiettivi di spesa del governo Meloni tralascino la prevenzione ed educazione per concentrarsi solo sulle misure di punizione e repressione a violenza avvenuta. 

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Nei giorni in cui l'opinione pubblica del Paese è sconvolta per il femminicidio di Giulia Cecchettin e si interroga sempre più su quali possano essere le misure di prevenzione più efficaci per prevenire i femminicidi, i provvedimenti discussi e messi in campo dall'attuale esecutivo sembrano non bastare. Perché molto spesso una donna non trova un ambiente accogliente e sicuro quando sporge una denuncia dopo aver subito delle violenze.

"Maltrattata ma le forze dell'ordine sminuivano le denunce"

"Una volta una donna ci ha chiamato da Firenze per riportarci la difficile e pericolosa condizione della sorella che viveva in un piccolo paese della Sicilia, dove era legata al padre dei suoi due figli che la maltrattava, violentava e minacciava di morte" ci racconta Gabriella Salvatore, criminologa dell'associazione Salvamamme. "La ragazza aveva il timore di denunciare la violenza subita alle autorità perché l'uomo maltrattante aveva connessioni e amicizie con le forze dell'ordine, che tendevano a sminuire i racconti della vittima - prosegue Salvatore - Noi di Salvamamme ci siamo quindi attivate per farla arrivare con i suoi bambini a Roma, dove finalmente ha sporto denuncia contro il suo maltrattante. Poi, attraverso il nostro aiuto, ha raggiunto la sorella in Toscana, dove ora conduce una vita in tranquillità e circondata dall'amore dei suoi familiari e di un uomo che la ama".

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La criminologa dell'associazione, parlando con Today.it, non nasconde la criticità di un sistema che dovrebbe garantire un ambiente sicuro alle donne vittime di violenza. "Ci sono criticità culturali, motivo per cui il discorso legato all'educazione sentimentale o alla disuguaglianza di genere viene sottovalutato, ma anche complessità di un sistema che presenta molte lacune dovute alla burocrazia o alla carenza di posti nelle case protette", riporta Salvatore. "Una donna che sporge una denuncia dopo aver subito delle violenze non sa spesso dove andare. Il progetto della Valigia di Salvataggio, che non riceve finanziamenti, lo portiamo avanti nonostante le difficoltà economiche che ricadono su ogni volontario di Salvamamme. E questo lo facciamo perché quelle criticità che abbiamo evidenziato sviluppano tragiche situazioni di pericolo e trauma per le donne vittime di violenza e per i figli al loro seguito", chiosa la criminologa. E lancia un appello: "C'è bisogno di un'intera società che si muova per aiutare queste donne". 

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