Domenica, 13 Giugno 2021
La storia

Samantha D'Incà, in stato vegetativo a 30 anni: la battaglia dei familiari per sospendere le cure

Si parla di un caso simile a quello di Eluana Englaro, ma rispetto ad allora oggi una legge sul fine vita esiste. La giovane purtroppo aveva comunicato le sue volontà solo in forma orale. Il problema è anche culturale

Samantha D'Incà, foto da facebook

Immobile in un letto d'ospedale. E nessuna speranza di poter  tornare a vivere davvero. Samantha D'Incà, 30enne di Feltre, nel Bellunese, è finita in coma a novembre dopo un'operazione ad una gamba. Da allora è in stato vegetativo. Il suo cervello non ha ricevuto più ossigeno per troppo tempo e, dice la mamma, adesso "ha lo stato di coscienza di una neonata di un mese". La famiglia vorrebbe staccare la spina, in accordo con la volontà espressa più volte dalla giovane agli stessi familiari, ma anche ai suoi amici. Il giudice però ha disposto un nuovo tentativo di riabilitazione. E così Samantha viene idratata e nutrita, nella speranza che un domani possa migliorare. Ma secondo la famiglia i medici sono stati chiari. Al massimo, dopo le terapie, la giovane potrà stare seduta e deglutire. Si parla di un nuovo caso Englaro. Ma la differenza è che, rispetto alla vicenda che vide protagonista Eluana e il papà Beppino, un passo avanti è stato fatto. Una legge c'è. Ma è una legge che a quanto pare ha ancora dei punti deboli. O forse, si parla anche di questo, il problema è che in Italia non c'è una vera e propria cultura del fine vita.

Il caso di Samantha D'Incà: cosa prevede la legge e perché a decidere è il giudice

Proviamo a inquadrare meglio i termini della questione. La legge n.219 del 22 dicembre 2017 prevede che "ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere" possa "esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari" attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT) "in previsione di un'eventuale futura incapacità di autodeterminarsi". Il cittadino può esprimere il proprio consenso in forma scritta o, se impossibilitato, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Inoltre nelle Dat è necessario indicare un fiduciario che possa fare le veci del paziente e rappresentarlo "nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie".

Il problema è: che fare quando il biotestamento non è stato depositato? Si tratta proprio del caso di Samantha che non aveva mai messo per iscritto le sue volontà, sebbene le avesse comunicate più volte a chi le stava accanto. "Con lei parlavamo spesso anche della morte - ha raccontato il fratello Manuel - e mentre io le dicevo di essere troppo giovane per pensarci lei era determinata. Diceva che se le fosse successo qualcosa di irreversibile non doveva esserci accanimento e che a decidere doveva essere chi le stava vicino". Il legale della famiglia sostiene che secondo la legge si possa ricostruire la volontà della persona che non è più in grado di esprimersi. Ma per farlo serve un amministratore di sostegno, ovvero una persona che abbia compiti di assistenza e di rappresentanza esclusiva in ambito sanitario a tutela dei minori e/o delle persone inabilitate. La decsione finale però spetta comunque al giudice tutelare, come indicato dal testo di legge e come ha di recente confermato una recente sentenza della Corte Costituzionale. E i genitori di Samantha si sentono con le mani legate. 

La mamma della ragazza, Genzianella Dal Zot, ha parlato di "una legge fatta a metà e che nessuna forza politica vuole portare fino in fondo,  per paura di inimicarsi potenziali elettori". Il tema esiste. Ma il problema è anche culturale. Forse soprattutto culturale. Il perché lo ha spiegato con parole molto chiare proprio Beppe Englaro che l'argomento lo conosce molto bene:  "Si tratta di decisioni che vanno affrontate fino in fondo e con le idee chiare o si incorre in queste situazioni. Senza si è spacciati. E questo succede sia a lei che ai suoi familiari che si trovano oggi in una situazione infernale. Ora si può, mi dispiace che Samantha non abbia fatto sua questa possibilità. Prima non c'era".  A dicembre del 2019, secondo un'indagine condotta a livello nazionale, solo meno di un italiano su 10 aveva sottoscritto le DAT. Per colpa anche dei comuni che in alcuni casi ancora non si erano ancora attrezzati per la loro raccolta delle disposizioni anticipate di trattamento. Ma in ogni caso, benché favorevoli a poter decidere sulla sospensione delle cure, sul fine vita gli italiani continuano ad essere poco informati. 

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