Mercoledì, 4 Agosto 2021
La presa di posizione

Pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, Cartabia: "Tradita la Costituzione"

Il ministro della giustizia parla "un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti", ma anche a "quella divisa che ogni donna e ogni uomo della Polizia Penitenziaria deve portare con onore"

Alcune ferite riportate dagli agenti Foto: CasertaNews

"Un'offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della Polizia Penitenziaria deve portare con onore, per il difficile, fondamentale e delicato compito che è chiamato a svolgere". Davanti ai video pubblicati di quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere l'anno scorso, il 6 aprile 2020 - fatti salvi gli ulteriori accertamenti dell'Autorità Giudiziaria e tutte le garanzie per gli indagati - il ministro della Giustizia Marta Cartabia parla di "un tradimento della Costituzione" che all'articolo 27  "esplicitamente richiama il 'senso di umanità', che deve connotare ogni momento di vita in ogni istituto penitenziario". Sono 52 gli agenti colpiti da misure cautelari in merito alle presunte torture avvenute alla casa circondariale "Francesco Uccella". 

"Si tratta di un tradimento - aggiunge Cartabia - anche dell'alta funzione assegnata al Corpo di Polizia Penitenziaria, sempre in prima fila nella fondamentale missione - svolta ogni giorno con dedizione da migliaia di agenti - di contribuire alla rieducazione del condannato".

"Di fronte a fatti di una tale gravità non basta una condanna a parole. Occorre attivarsi - aggiunge la Guardasigilli - per comprenderne e rimuoverne le cause. Occorre attivarsi perché fatti così non si ripetano. Ho chiesto un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull'intera catena di responsabilità", annuncia Cartabia, secondo cui questa vicenda - "che ci auguriamo isolata, richieda una verifica a più ampio raggio, in sinergia con il Capo del Dap, con il Garante nazionale delle persone private della libertà e con tutte le articolazioni istituzionali, specie dopo quest'ultimo difficilissimo anno, vissuto negli istituti penitenziari con un altissimo livello di tensione". "Oltre quegli alti muri di cinta delle carceri - conclude il ministro - c'è un pezzo della nostra Repubblica, dove la persona è persona, e dove i diritti costituzionali non possono essere calpestati. E questo a tutela anche delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che sono i primi ad essere sconcertati dai fatti accaduti".

Cos'è successo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Come detto i fatti sono avvenuti il 6 aprile 2020, in pieno lockdown. Dopo aver appreso della positività al Covid di uno dei detenuti, era scoppiata una protesta di alcuni internati del reparto Nilo consistita nella cosiddetta "battitura", cioè del battere oggetti contro le porte delle celle, e nel mancato rientro in cella di un gruppo di facinorosi. Una protesta che rientrò già nel corso della serata dello stesso giorno. Ma il giorno successivo, già dalle prime ore del pomeriggio, si registrò un notevole afflusso di persone in servizio nei vari reparti della penitenziaria a livello regionale. Si tratta di un'unità speciale istituita nel marzo 2020 dal provveditore Antonio Fullone con il compito di svolgere "attività di supporto agli interventi che dovessero rendersi necessari in ambito penitenziario regionale". Un 'commando' di circa 100 agenti che sarebbero dovuti intervenire "in caso di estrema necessità e per la sola temporanea esigenza associata al ripristino dei principali presidi posti a garanzia della turela dell'ordine e della sicurezza delle strutture penitenziarie", si legge nel decreto del provveditore.

A Santa Maria Capua Vetere l'unità speciale sarebbe andata oltre il proprio compito. Secondo gli inquirenti, gli agenti avrebbero prelevato i detenuti dalle sezioni del reparto Nilo costringendoli a subire una serie di violenze fisiche e psicologiche. In particolare, i reclusi sarebbero stati costretti ad inginocchiarsi, denudarsi, fare flessioni oltre a ricevere calci, schiaffi, pugni, manganellate e testate da parte degli agenti che indossavano caschi antisommossa.  Le denunce dei detenuti hanno portato la Procura ad indagare su 144 agenti della polizia penitenziaria:  92 in forza al nucleo operativo di Napoli Secodigliano, 36 appartenenti al Notp di Santa Maria Capua Vetere e 18 in forza al Notp di Bellizzi Irpino (Avellino). 

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