Giovedì, 4 Marzo 2021
La ricerca

Cosa si rischia con la riapertura delle scuole superiori

I numeri del contagio non sono buoni e il ritorno sui banchi potrebbe slittare ulteriormente. Uno studio dell'Istituto superiore sanità, Inail e Fondazione Bruno Kessler evidenzia i rischi

Quando si torna a scuola e si dice addio alla didattica a distanza? Nelle scorse ore studenti di licei ed istituti superiori italiani hanno protestato per chiedere al governo nazionale certezze e chiarezza sull'anno scolastico in corso e per esprimere spesso una contrarietà alle recenti scelte. La Dad viene considerata da molti un palliativo che non può soddisfare le esigenze di apprendimento e crescita culturale. Ma i numeri del contagio non sono buoni, e il ritorno sui banchi potrebbe slittare ulteriormente. I presidi faticano a immaginare orari in cui tutto si incastri, mettendo insieme esigenze didattiche, regole anti contagio e buonsenso.

Quando riapre la scuola?

Nel corso del weekend il governo potrebbe decidere di uniformare le divergenze e i punti di domanda che arrivano anche dalle regioni. Il Consiglio dei ministri del 4 gennaio ha detto sì al rientro in presenza al 50% per le scuole secondarie di secondo grado dall'11 gennaio. Le regioni decidono però in ordine sparso e questo al momento è lo stato dell'arte:

  • Abruzzo: possibile il rientro delle superiori in classe al 50% dall’11 gennaio
  • Basilicata: possibile il rientro delle superiori in classe al 50% dall’11 gennaio
  • Bolzano: in Alto Adige, dal 7 gennaio, gli studenti delle scuole superiori torneranno in presenza fino al 75%
  • Calabria: Superiori a distanza fino al 31 gennaio. Elementari e medie riaprono in presenza il 15 gennaio.
  • Campania: il ritorno in classe sarà a step per medie e superiori dal 25 gennaio in avanti. Da lunedì 11 gennaio in classe gli alunni della scuola dell’infanzia e delle prime due classi della scuola primaria.
  • Friuli Venezia Giulia: le scuole superiori in presenza solo dopo il 31 gennaio.
  • Lazio: rinvio al 18 gennaio per le superiori in presenza
  • Liguria: si pensa a un rinvio al 18 gennaio per le superiori in presenza
  • Lombardia: la Lombardia stoppa il ritorno sui banchi per licei, tecnici e professionali fino al 24 gennaio
  • Marche: scuola superiori in Dad al 100% fino a fine mese
  • Molise: niente lezioni in presenza fino al 17 gennaio per le scuole primarie e secondarie di primo grado; si pensa a un rinvio al 18 gennaio per le superiori in presenza.
  • Piemonte: a scuola da ieri solo gli alunni di elementari e medie, alle superiori didattica a distanza al 100% fino al 16 gennaio
  • Puglia: le scuole di ogni ordine e grado, dalle primarie alle superiori, saranno in Ddi, Didattica digitale integrata, sino a venerdì prossimo.
  • Sardegna:  si pensa a un rinvio al 18 gennaio o 1 febbraio per le superiori in presenza
  • Sicilia: si valuta seriamente di chiudere le superiori fino alla fine del mese
  • Toscana: ancora possibile il ritorno in classe per le superiori l’11 gennaio.
  • Trento: è stato confermato per ieri giovedì 7 gennaio il ritorno in presenza al 50% degli studenti della scuola secondaria di secondo grado
  • Valle d’Aosta: scuola superiori in presenza dall’11 gennaio, a meno di novità a carattere nazionale
  • Veneto: dad per le superiori fino a fine gennaio 2021
  • Umbria: si pensa a un rinvio al 18 gennaio per le superiori in presenza.

Cosa si rischia con la riapertura delle scuole superiori

Riattivare quasi completamente i contatti sociali e le scuole di ogni ordine e grado potrebbe provocare “un’onda epidemica non contenibile senza severe misure restrittive”. Lo dice uno studio, basato sui dati della “prima ondata” dell’epidemia, dei ricercatori di Fondazione Bruno Kessler (Fbk), Istituto superiore di sanità (Iss) e Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail) pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States (Pnas). La riapertura delle scuole dagli asili fino alle scuole medie, invece, potrebbe avere un impatto limitato sulla trasmissibilità di Sars-CoV-2 a causa della minor suscettibilità all’infezione dei bambini e ragazzi fino a circa 14 anni di età.

L’analisi condotta non permette di distinguere tra infezione trasmessa all’interno degli edifici scolastici e infezione trasmessa durante le attività peri-scolastiche (per esempio trasporti, possibili assembramenti fuori degli edifici scolastici, attività extra-scolastiche). Più in generale, secondo la ricerca, allentare le restrizioni quando l’incidenza delle infezioni da Sars-CoV-2 è ancora alta può portare a un rapido nuovo picco dei casi, e quindi dei ricoveri, anche se l’Rt è inferiore a 1. Nello studio è stato usato un modello di trasmissione del virus per stimare l’impatto di diverse strategie di mitigazione, introducendo anche la stima del rischio nei diversi settori produttivi in maniera innovativa. I risultati di questa ricerca sono stati utilizzati per definire i possibili scenari a seguito delle riaperture della fase 2 e per definire i possibili scenari e interventi nella fase autunnale.

"Un anticipo prematuro delle riaperture può incidere sull’andamento dell’epidemia"

Per quanto riguarda la tempistica con cui vengono riattivati i contatti sociali, la ricerca mostra che un anticipo prematuro delle riaperture può incidere notevolmente sull’andamento dell’epidemia. Ad esempio, anticipare al 20 aprile la fine del lockdown avvenuta il 18 maggio avrebbe potuto generare un incremento di circa il 500% delle ospedalizzazioni cumulative rispetto a quelle osservate da maggio fino a fine settembre. Dall’analisi è emerso che Rt minore di 1 è necessario per permettere margine di azione dopo il rilascio delle restrizioni, mentre la bassa incidenza è necessaria per mantenere il livello dei casi, e quindi di ospedalizzazioni e decessi, approssimativamente costante dopo che Rt ritorna a valori vicini a 1 a seguito delle riaperture.

Questo ad esempio è avvenuto l’estate scorsa: l’Rt a livello nazionale è stato stimato a circa 3 in febbraio, è poi sceso sostanzialmente sotto 1 nel giro di due settimane a seguito del lockdown imposto l’11 marzo ed è poi ricresciuto a valori vicini e anche leggermente superiori a 1 a seguito delle riaperture del 18 maggio. “In particolare – spiega Stefano Merler, ricercatore FBK – l’incidenza deve essere sufficientemente bassa da poter essere gestita dai sistemi di prevenzione con l’isolamento dei casi e la quarantena dei contatti. Basandosi sul periodo in cui i servizi di prevenzione hanno cominciato ad andare in sofferenza a causa dell’aumento di incidenza di casi durante la seconda onda, questa incidenza dovrebbe essere inferiore a circa 50 casi settimanali ogni 100mila abitanti”.

“La ricerca – prosegue Merler – mostra che il potenziale di trasmissione di Covid-19 è ancora altissimo e suggerisce estrema cautela nella scelta dei contatti sociali che vengono riattivati e nella tempistica di riattivazione degli stessi”. Per quanto riguarda i contatti sociali che vengono riattivati, la ricerca mostra che: i contatti nel mondo del lavoro, escludendo i servizi essenziali (ad esempio la sanità) che possono essere ad alto rischio ma non possono essere sospesi, potrebbero non incidere molto sulla trasmissibilità di Sars-CoV-2; è comunque importante favorire il più possibile lo smart working, dove possibile; la riapertura delle scuole dagli asili fino alle scuole medie potrebbe avere un impatto limitato sulla trasmissibilità di Sars-CoV-2 a causa della minor suscettibilità all’infezione dei bambini e ragazzi fino a circa 14 anni di età; riattivare quasi completamente i contatti sociali e le scuole di ogni ordine e grado, come avvenuto in tarda estate, può risultare in un’onda epidemica non contenibile senza severe misure restrittive.

Gli autori hanno stimato che fino al 30 settembre si è infettata circa il 4,8% della popolazione italiana, con grandi differenze tra regione e regione (circa l’11% in Lombardia, il 2% in Lazio e l’1% in Campania). Come conseguenza, l’analisi suggerisce che gli effetti delle riaperture possono essere diversi da regione a regione a seguito dei diversi livelli di immunità raggiunta e della diversa prevalenza di infezione. La ricerca suggerisce anche un possibile ruolo della struttura demografica, con un minore impatto di Covid-19 nelle regioni con popolazione più giovane.

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