Venerdì, 16 Aprile 2021
L'intervista

“La scuola deve riaprire ma in sicurezza. Il problema è che mancano i dati”

“Per riaprire le scuole bisogna abbattere fortemente il contagio e poi bisogna controllare in maniera costante le classi”, dice a Today Alessandro Ferretti, ricercatore presso il dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, che sottolinea: il problema più grave è la mancanza di dati su quello che succede nelle scuole

“La vera urgenza non è quando riaprire o chiudere le scuole, ma metterle in sicurezza”. Alessandro Ferretti, ricercatore presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, guarda con preoccupazione alla ripresa delle lezioni in presenza in molte scuole a partire da mercoledì 7 aprile: quello che si sarebbe dovuto fare per mettere le scuole in sicurezza non è stato fatto, la mobilità non è stata abbassata a sufficienza e l’assenza di dati puntuali su quello che avviene negli istituti italiani complica la situazione. “Un po’ come se fosse sempre il ‘giorno della marmotta’, a ogni nuova ondata si ricomincia tutto da capo”, dice a Today

"Per riaprire le scuole bisogna abbattere fortemente il contagio"

“Notiamo che l’indice RT tende a stabilizzarsi ma a valori di contagio molto alti e questo è molto pericoloso, perché vuol dire non solo che si ammalano molte persone e ci sono molti decessi, ma anche che il contagio è ancora molto diffuso tra la società e quindi ogni luogo è più pericoloso di prima perché la probabilità di incontrare un contagiato aumenta con l’aumentare dei contagiati nella società”, dice Ferretti. Nel Regno Unito le scuole sono state riaperte circa un mese fa dopo diverse settimane di chiusura, ma con i contagi in calo. Una “lezione” da imparare, secondo il ricercatore: “Per riaprire le scuole bisogna abbattere fortemente il contagio e poi bisogna controllare in maniera costante le classi in maniera per assicurarsi di poter invertire subito in caso di positività ed evitare così di estendere il problema al resto della scuola e quindi alla società”. Di contro, secondo Ferretti, “in Italia c’è stato un vero e proprio ‘mantra’ scandito da molte voci sia nel mondo scientifico sia da quello dei media, che hanno insistito costantemente nel dire che le scuole erano già sicure".

Ferretti fa riferimento a un controverso studio pubblicato sulla rivista Lancet Health-Regional Europe e realizzato da Sara Gandini, direttrice del Dipartimento di epidemiologica e biostatistica dell’Istituto Europeo di oncologia di Milano, insieme ad altri esperti di varie discipline. Secondo lo studio non vi sarebbe correlazione tra la riapertura delle scuole e l’aumento dei contagi durante la seconda ondata. Tra le critiche che gli sono state rivolte c’è quella di aver preso in considerazione un periodo (dal 12 settembre all’8 novembre) precedente all’impennata dei nuovi contagi della seconda ondata e alla diffusione delle varianti. La mutazione B.1.1.7, ossia la cosiddetta “variante inglese” del coronavirus, al 18 marzo secondo l’Iss è responsabile di quasi il 90% dei nuovi contagi. 

Il problema della mancanza dei dati

Ma al di là delle critiche metodologiche allo studio di Gandini et al., il vero problema è la mancanza di dati, sottolinea Ferretti. Le domande sulla sicurezza della scuola e sul suo ruolo nella diffusione o meno dell’epidemia sono tante, ma a queste si può rispondere soltanto con i dati, che al momento non ci sono. Lo aveva detto anche Agostino Miozzo, ex coordinatore del Cts e ora collaboratore del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: “Il ministero non ha dati, e questa è una sua antica lacuna. Non sa quanti docenti sta vaccinando, non conosce i contagi interni agli istituti scolastici. All'ultimo questionario inviato, ha risposto il dieci per cento dei dirigenti scolastici. Domande impossibili, da trattato epidemiologico”. E lo ha confermato oggi Silvio Brusaferro, portavoce del Cts e presidente dell’Istituto superiore di sanità: “Il dato reale è che dati precisi sulla scuola in sé non ci sono”.

“Perché ci nascondono i dati sul contagio delle scuole? I dati devono essere raccolti e resi pubblici, mentre quelli che ci sono pochi e frammentari. Quando non si parla di cose concrete alla fine si parla solo delle proprie convinzioni. Come si fa a capire se la scuola è contagiosa o no? Si guardano i dati. Ma sei i dati non ci sono? Si rimane a parlare di niente. L’uso dei dati parziale e politico trasforma tutto in una battaglia ideologica”, denuncia Ferretti. 

Con i dati a disposizione si potrebbe intervenire in maniera più puntuale, mettendo in sicurezza le scuole, sapendo quali sono più in difficoltà e perché. “Le scuole non sono tutte uguali: ci sono quelle con le classi ampie e le finestre che si possono tenere bene aperte e ci sono quelle anguste in cui si respira male. Si può scegliere di intervenire lì lasciando aperte le altre. Non sono un ‘richiudista’.  Anzi, io vorrei tenere le scuole sempre aperte ma senza che questo crei situazioni di contagio”. 

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