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Sabato, 10 Dicembre 2022

Charlotte Matteini

Opinionista

Morire a 26 anni per una cena: è la gig economy, bellezza

“Gentile Sebastian, Glovo intende offrire un’esperienza ottimale ai propri corrieri, partner e clienti. Per mantenere una piattaforma sana ed equa, talvolta è necessario prendere dei provvedimenti quando uno di questi utenti non si comporta in modo corretto. Siamo spiacenti di doverti informare che il tuo account è stato disattivato per il mancato rispetto dei termini e delle condizioni”. Con queste parole, recapitate attraverso una impersonale mail automatizzata, Glovo ha licenziato Sebastian per non aver portato a termine una consegna.  

Non fosse già abbastanza grave la situazione, a rendere ancor peggiore il quadro è il motivo per cui il rider non è riuscito a portare a termine il proprio lavoro: Sebastian Galassi, questo il nome dello studente e rider di 26 anni licenziato da Glovo, è morto in un incidente stradale proprio mentre stava effettuando il suo turno di lavoro. Morto per consegnare una cena a domicilio, così è finita la vita di Sebastian.  

Nessuna tutela

Nonostante la notizia del decesso del ragazzo fosse finita su tutti i quotidiani locali e nazionali, commentata anche pubblicamente dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, Sebastian si è visto recapitare un messaggio di licenziamento netto e senza appello, post-mortem, partito senza che nessuno potesse in qualche modo verificare le motivazioni del presunto “disservizio” per poterlo bloccare per tempo ed evitare quest’ennesimo e inutile dolore ai familiari del ragazzo. Non appena uscita la notizia, Glovo si è immediatamente scusata per l’errore – e ci mancherebbe – promettendo di contribuire alle spese per il funerale del giovane fiorentino.  

L’elemento decisamente interessante che emerge pienamente dallo scivolone di Glovo è, però, un altro e ha molto a che fare con la considerazione che l’azienda – o meglio dire, questo tipo di aziende fiore all’occhiello della Gig Economy – ha dei propri collaboratori e di quanto questo tipo nuove occupazioni siano degradante nei tempi, nei modi e nelle condizioni. 

Totale mancanza di tutele e un perenne senso di precarietà, che viene utilizzato dalle aziende per la consegna di cibo a domicilio come “grimaldello” per aumentare in ogni modo e al massimo livello possibile la produttività oraria tramite un algoritmo che calcola numero di consegne e distanze da percorrere in tempi umanamente folli e che decide in maniera totalmente autonoma, impersonale e algida chi promuovere e chi penalizzare: questi sono gli elementi salienti che caratterizzano un impiego nel mondo della Gig Economy, la nuova frontiera del lavoro “autonomo” senza sicurezza e senza protezioni di sorta. Esiste un unico imperativo: essere il più produttivi possibile, senza scuse.  

Il mondo dei lavoretti

Nonostante da anni i difensori di questo tipo di occupazioni “mordi e fuggi” provino a descriverle come dei “lavoretti” utili a guadagnare qualche soldo in più (o delle temporanee opportunità per chi cerca di sfuggire alla disoccupazione e per questo non classificabili come un vero e proprio lavoro dipendente da retribuire dignitosamente, assicurando le giuste e sacrosante tutele di legge) quel che è invece ormai chiaro ai più è che i rider sono di fatto lavoratori costretti a correre su e giù per la città, con tutto ciò che questo comporta per la loro sicurezza e incolumità, nel tentativo di guadagnare qualche euro in più e non essere penalizzati – o finanche espulsi – da un intelligentissimo algoritmo totalmente incapace di prendere in considerazione alcun tipo di variabile esterna che potrebbe contribuire ad abbassare le prestazioni dei propri collaboratori. Nemmeno la morte di un collaboratore, come in questo caso. 

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