Sabato, 19 Giugno 2021
L'ipotesi

Da AstraZeneca a Pfizer: ha senso cambiare vaccino per la seconda dose?

L'Aifa si mantiene prudente e per ora l'Italia non si è accodata ai Paesi che hanno aperto al mix. I primi studi hanno dato risultati incoraggianti, mancano però dati più solidi. In ogni caso, il rischio di eventi avversi gravi dopo il richiamo di Vaxzevria sembra essere molto più basso. Cosa sappiamo finora

Foto di repertorio

Combinare AstraZeneca e Pfizer-BioNTech (o Moderna). Che cosa sappiamo finora sul mix di vaccini? I dati non sono ancora tantissimi (motivo per cui per l'Aifa si mantiene cauta) ma qualche studio è già stato condotto. Del resto la lista dei Paesi che hanno optato per questa scelta, permettendo a chi aveva ricevuto come prima dose Vaxzevria di scegliere un vaccino a mRNA per il richiamo, è piuttosto nutrita. Si va dalla Spagna alla Francia, dalla Germania a Danimarca e Norvegia. In ultimo, solo pochi giorni fa, si è aggiunto anche il Canada. 

Che cosa sappiamo finora sul così detto 'mix and match'? Uno studio spagnolo, condotto dal Carlos III Health Institute di Madrid, su 663 volontari e pubblicato su 'Nature', ha dato risultati che a prima vista sembrano molto incoraggianti. La ricerca ha coinvolto 663 persone che avevano già ricevuto una prima dose del vaccino AstraZeneca. Due terzi dei partecipanti allo studio, in modo casuale, hanno ricevuto dopo almeno 8 settimane il richiamo con il vaccino mRNA prodotto da Pfizer. Un gruppo di controllo di 232 persone non ha ancora ricevuto la seconda dose. Dopo la seconda dose, i partecipanti hanno iniziato "a produrre livelli di anticorpi molto più elevati rispetto a prima e questi anticorpi nei test di laboratorio sono stati in grado di riconoscere e inattivare Sars-CoV-2" rileva lo studio. "I partecipanti che non hanno ricevuto il richiamo non hanno registrato alcun cambiamento nei livelli di anticorpi". Non ci sono ancora dati sull'efficacia del mix di vaccini per prevenire il covid-19, ma è probabile che la combinazione funzioni bene. La risposta immunitaria - riporta la Bbc - sembra simile, o addirittura migliore, rispetto agli studi condotti con lo stesso vaccino come prima e seconda dose. 

Lo studio inglese sul mix di vaccini tra AstraZeneca e Pfizer

Altri dati arrivano dallo studio inglese Com-COV su 830 soggetti over-50, i cui risultati - ancora preliminari - sono stati pubblicati su Lancet. In questo caso è stata sperimentata sia la somministrazione di una prima dose AstraZeneca e la seconda Pfizer che quella inversa. La buona notizia è che non sono stati rilevati particolari problemi per la sicurezza. Tuttavia, è bene sottolinearlo, è stato osservato un aumento delle reazioni avverse lievi come febbre, mal di testa e dolori. Nel dettaglio un volontario su 10 a cui sono stati somministrate due dosi di AstraZeneca a quattro settimane di distanza ha riferito febbre, ma con la combinazione AstraZeneca + Pfizer, in qualsiasi ordine, la percentuale è salita al 34%. Nell'articolo pubblicato su Lancet viene però spiegato che si tratta di dati "ottenuti in partecipanti di età pari o superiore a 50 anni" e nei gruppi di età più giovane la reattogenicità "potrebbe essere maggiore". Anche lo studio spagnolo non ha evidenziato problemi per la salute dei volontari. Anzi. In questo caso non è stato osservato neppure un aumento degli effetti collaterali lievi. Un risultato apparenemente in contrasto con la ricerca condotta in Uk.

Tuttavia i volontari della ricerca condotta in Spagna hanno ricevuto la seconda dose a 8-12 settimane dalla prima, contro le 4 dello studio inglese. In ogni caso nessun paziente ha necessitato di ricovero in ospedale.

Cosa pensano gli esperti

Possiamo fidarci? Gli esperti sono speranzosi ma cauti. Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, ha spiegato il mese scorso - dopo la pubblicazione dello studio britannico - che sebbene all'inizio fosse molto cauto sul mix di vaccini, le ricerche condotte "hanno dimostrato che si possono mischiare. Mi pare un bel messaggio non tanto per oggi quando alla fine le persone prendono il medesimo vaccino perché è inserito in un percorso, quanto per il futuro, cioè fondamentalmente per la terza dose che faremo a novembre-dicembre-gennaio".  

Ancora più prudente è l'immunologo Mauro Minelli che sempre a proposito dello studio inglese ha osservato:  "Nulla si sa dell'efficacia che la stessa miscela potrebbe avere sulle varianti, soprattutto su quella indiana che, d'altra parte, sembrano essere sufficientemente neutralizzate dai prodotti oggi disponibili somministrati secondo le attuali disposizioni canoniche. Nulla si sa di quel che potrebbe accadere nei soggetti al di sotto dei 50 anni, visto che la sperimentazione è stata condotto su numero limitatissimo di persone ultracinquantenni". Sebbene dunque il mix sembra indurre un'ottima risposta anticorpale, la realtà è che non se ne conosce la reale efficacia sul campo perché non sono stati condotte sperimentazioni come quelle di fase 3 sui vaccini. È probabile che altri dati arriveranno a breve.

L'Aifa per ora è prudente

Per ora l'Ema non ha dato indicazioni chiare. Giorni fa il Commissario straordinario all'emergenza Francesco Paolo Figliuolo ha aperto alla possibilità di un mix di vaccini: "Ci sono studi avanzati sulla seconda dose eterologa, ovvero fare la prima dose con AstraZeneca e la seconda con Pfizer o Moderna" e "sembra che diano un'ottima risposta". Per ora però l'Italia non si è accodata ai Paesi che hanno aperto al mix. La presidente della Commissione tecnico scientifica dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Patrizia Popoli, ha definito la settimana scorsa "interessante" l'opzione di mescolare i due preparati, "c'è un'ipotesi di un effetto incoraggiante, ma ancora non ci sono dati scientifici definitivi e pubblicati in merito".  Insomma, "fino a quando gli studi non verranno pubblicati non possiamo dire nulla di più e bisognerà valutare bene sia il profilo di efficacia che di sicurezza". 

Il vaccino AstraZeneca e i casi di trombosi: cosa dicono gli ultimi dati

Ma perché cambiare vaccino? Il motivo principale è ovviamente quello di evitare i rari casi di trombosi che pure possono verificarsi con AstraZeneca, specie tra i più giovani. In Italia è stato stimato un caso ogni 100.000 vaccinati di trombosi venose in sedi atipiche associate a piastrinopenia. I dati della Gran Bretagna dicono però che sotto i 40 anni i problemi di coagulazione si verificano in un caso ogni 50mila vaccinazioni: si tratta dunque di eventi che sebbene restino molto rari, rendono il rapporto rischi benefici molto meno favorevole al vaccino tra queste fasce di età. 

Secondo l'Mhra, ente regolatorio del Regno Unito, al 26 maggio erano stati segnalati  348 casi di eventi tromboembolici con concomitante trombocitopenia su un totale di 37,7 milioni di somministrazioni, di cui 24,3 prime dosi e 13,4 milioni di  richiami. L'incidenza media dopo la prima dose è stata di un caso ogni 74mila (13,6 casi ogni milione di dosi), ma questi eventi avversi a quanto pare sono più rari dopo una certa età. In particolare si sono contati 18 casi su 1 milioni di dosi tra la fascia di età compresa tra 18 e 49 anni, contro i 10,2 casi tra gli over 50. Gli eventi tromboembolici, si legge ancora sul sito del governo inglese, si sono verificati in 189 donne e 156 uomini (le donne dunque sembrano leggermente più colpite). Le trombosi si sono rivelate fatali nel 18% dei casi.

benefici rischi astrazeneca-2

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Ha senso cambiare vaccino dopo la prima dose? 

E le seconde dosi? In totale i casi di trombosi rare segnalati nel Regno Unito dopo i richiami sono stati solo 18. Non solo. Ad oggi, spiegano le autorità sanitarie di oltremanica, non sono stati segnalati casi a seguito di una seconda dose in pazienti di età compresa tra 18 e 49 anni, con una stima di 2,7 milioni di persone appartenenti a questa fascia di età che hanno ricevuto entrambe le dosi (i dati sono aggiornati al 3 giugno). E tuttavia, si legge ancora, in questo caso il periodo di tempo trascorso per l'identificazione dei casi è più breve. Si tratta dunque di numeri da prendere con una certa dose di cautela.

E l'Aifa che dice? In un report del 26 maggio si legge che "la mancanza di una definizione del meccanismo eziopatogenetico alla base dei casi di trombosi venosa in sedi atipiche accompagnata da piastrinopenia rende difficile prevedere se, e in quale misura, tali complicazioni possano verificarsi dopo la seconda dose nei soggetti nei soggetti che si trovano nella fascia di età in cui si sono verificati la maggior parte dei casi di VITT". Un'ipotesi è che il vettore adenovirale "possa attivare con meccanismi ancora non definiti la cascata coagulativa e che ciò porti, in soggetti con predisposizioni non identificate, al raro fenomeno trombotico in sedi atipiche". 

"In questo caso - spiega l'agenzia italiana del farmaco - è ragionevole attendersi che con la prima somministrazione del vaccino si sia già avuta la cosiddetta 'deplezione dei suscettibili', ovvero una sorta di selezione dei soggetti che per ragioni non note sono più esposti all'azione di questi ipotetici meccanismi protrombotici, e che pertanto eventuali manifestazioni avverse siano ancora più rare a seguito della seconda dose".  E tuttavia l'Aifa ammette anche che "non si può escludere che un soggetto che non abbia sviluppato la rara reazione coinvolgente le piastrine con la prima dose, non possa farlo con la seconda". Insomma, sia per l'Mhra che per Aifa i casi di trombosi dopo la seconda dose dovrebbero essere molto più rari, ma al momento non ci sono sufficienti dati per stabilirlo con certezza. 

Galli: "Chi ha già fatto la prima dose può fare la seconda senza problemi"

Del caso Astrazeneca ha parlato oggi anche Massimo Galli, responsabile del reparto di malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano che ha voluto rassicuraree chi si è già vaccinato con Vaxzevria. Per Galli "le manifestazioni negative sono in un periodo ristretto dopo la prima dose. Chi l'ha già fatta" senza problemi "può andare avanti in maniera serena: non state lì ad aspettare il coccolone, non vi viene. Le manifestazioni molto rare intervengono dopo la prima dose, entro un numero di giorni limitato, al massimo due settimane". "Dovremmo avere una posizione forte, chiara e definita che venga dalle autorità responsabili", ha però aggiunto l'infettivologo che si è schierato tra "coloro che stanno pensando a una seria divisione dell'utilizzo di questo vaccino e a una sua limitazione in fasce di età in cui non ha una associazione significativa con questa pur rara condizione ma che crea un continuo allarme, molta ansia e certamente non migliora la qualità di vita di coloro che si vaccinano". Insomma il messaggio all'Aifa è molto chiaro: "Credo sia giunto il momento di porre questo problema sul tavolo e ci sia una presa di posizione chiara e definitiva".

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