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Lunedì, 20 Maggio 2024
Il bivio

Che fine ha fatto lo smart working dopo la pandemia

Mentre l'Europa sperimenta con successo la settimana corta, in Italia si registra un passo indietro sul lavoro a distanza. Cosa ne sarà dello smart working?

Mentre in Italia arriva (a fatica e in ritardo) la proroga fino a fine giugno dello smart working per i lavoratori con figli under 14 del settore pubblico e privato, negli Stati Uniti e nel resto d’Europa il lavoro da remoto è ormai una realtà acquisita. Non esiste più una correlazione diretta tra lavoro a distanza e pandemia, molte aziende hanno deciso di adottare lo smart working come nuovo modello organizzativo per arginare il fenomeno delle "grandi dimissioni" e garantire alle persone quella flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi e degli orari di lavoro cui non possono ormai più fare a meno.

In Italia, invece, il lavoro a distanza fatica a radicalizzarsi, il numero di lavoratori in smart risulta in calo rispetto al 2021, anche se alcune grandi aziende hanno deciso di sperimentare il lavoro ibrido. Nel frattempo in Europa si parla già di settimana corta. Cosa ne sarà dello smart working? Perché l'Italia fa così tanta fatica ad abbracciare il concetto di work-life balance? Come sarà organizzato il lavoro in futuro? Andiamo per ordine.

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Smart working: a che punto siamo in Italia

Addio lockdown, addio restrizioni, addio mascherine e purtroppo addio smart working. Con la fine della pandemia molti lavoratori sono tornati, loro malgrado, a lavorare in presenza, sfidando il traffico delle grandi città (2 ore al giorno in auto a Roma, dati Enea). Secondo l’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, i lavoratori da remoto oggi sono circa 3,6 milioni, quasi 500mila in meno rispetto al 2021. In piena pandemia erano 7 milioni, un terzo della totalità dei lavoratori dipendenti, mentre adesso rappresentano appena il 14,9% (dati Inapp). Il lavoro a distanza risulta in calo soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle piccole e medie imprese, mentre registra una costante crescita nelle grandi imprese.

Circa la metà di tutti gli smart worker d’Italia lavora nelle grandi aziende: 1,84 milioni dopo il picco di 2,1 milioni toccato durante la pandemia. Il 91% delle grandi imprese ha deciso di adottare il lavoro a distanza, mediamente con 9,5 giorni di lavoro da remoto al mese, soprattutto per venire incontro alle esigenze dei propri dipendenti, per risultare attraente agli occhi dei candidati e per ridurre il tasso di abbandono. Nelle piccole e medie imprese, invece, la situazione smart working è davvero molto diversa: il tasso di utilizzo è passato dal 53% al 48%, in media per circa 4,5 giorni al mese. Com'è la situazione nella pubblica amministrazione?

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Il lavoro a distanza nella pubblica amministrazione

Nella pubblica amministrazione il picco di lavoratori da remoto è stato toccato in piena pandemia, quando più della metà (1,8 milioni) ha avuto la possibilità di lavorare da casa. Con la fine dell’emergenza sanitaria molte realtà sono tornate ai modelli di lavoro tradizionali e così il lavoro a distanza ha registrato una contrazione del 70%. Attualmente si stima che i lavoratori pubblici a cui è data la possibilità di lavorare da remoto siano 570mila, il 33% in meno rispetto allo scorso anno. In particolare, l’utilizzo dello smart working è stato adottato nel 2022 solo nel 57% degli enti, a fronte del 67% dell’anno precedente, con in media 8 giorni di lavoro da remoto al mese. Le previsioni per il 2023 sono per un’inversione di tendenza, con una crescita prevista di circa il 20% del numero di lavoratori pubblici coinvolti.

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Smart working: le previsioni

È palese che sullo smart working siamo tornati indietro, anche se le previsioni per il prossimo anno sono per un lieve aumento fino a 3,63 milioni di lavoratori, grazie al consolidamento dei modelli di lavoro a distanza nelle grandi imprese e a un possibile incremento nel settore pubblico. Perché lo smart working in Italia non prende piede? Da una parte c’è la diffidenza dei manager di stampo ‘tradizionale’ nell’assegnare piena autonomia e responsabilità ai dipendenti, dall’altra la difficoltà nell’applicare il lavoro agile alle piccole imprese, di cui il nostro tessuto imprenditoriale è ricco. Secondo l’Inapp più le imprese sono piccole e meno sono adatte al lavoro agile: l’84% dei lavoratori delle imprese fino a 5 dipendenti svolge mansioni che non possono essere “smartabili”, percentuale che passa al 56,4% per quelle medie e al 34,2% per quelle con più di 250 addetti.

C’è da considerare poi che, sia nella pubblica amministrazione sia nelle grandi imprese, bisognerebbe rivoluzionare il modello organizzativo di lavoro se si volesse adottare seriamente lo smart working e non tutti sono disposti a farlo. Secondo gli esperti del Politecnico di Milano siamo davanti a un bivio: costruire uno smart working "di facciata", concedendo alle persone la possibilità di lavorare da remoto con l’unico obiettivo di migliorare il loro work-life balance e il benessere; oppure, attuare il "vero" smart working, un cambiamento più profondo incentrato sul lavoro per obiettivi e sulla digitalizzazione intelligente delle attività, che può allargare il set di benefici sia per le persone, sia per le organizzazioni.

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Quanto si risparmia con il lavoro a distanza

Tantissimi studi hanno dimostrato che i vantaggi dello smart working non sono solo per i dipendenti ma sono anche per le aziende e la collettività. Secondo i risultati della ricerca 2022 dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto risparmia in media 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto (anche se poi spende 400 euro in più per i consumi domestici). Le aziende, invece, beneficiano di una riduzione dei consumi di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Il risparmio lievita fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore se l’impresa decide di ridurre gli spazi della sede del 30%.

C’è da considerare poi che nelle imprese dove si adotta lo smart working si registra un aumento della produttività e del benessere dei dipendenti (meno giorni di malattia e di ferie, per non parlare poi dei livelli di stress). Infine ci sono da aggiungere i benefici a livello ambientale che si ottengono dalla riduzione delle emissioni di CO2, stimate in circa 450 Kg annui per persona (considerando i mancati spostamenti, la riduzione delle emissioni nelle sedi delle aziende e il conteggio di quelle addizionali dovute al lavoro dalla propria abitazione). Prendendo a riferimento il numero degli smart worker attuali, pari a 3,57 milioni, l’impatto a livello di sistema Paese è pari a 1.500.000 Ton annue di CO2, paragonabile alla quantità assorbita da una superficie boschiva di estensione pari a circa 8 volte quella del comune di Milano.

E così mentre in Europa si sperimenta la settimana corta (con successo), in Italia si continua a discutere di vantaggi e svantaggi dello smart working. I ritardi che stiamo accumulando sul lavoro a distanza rispetto agli atri paesi europei, non faranno altro che alimentare quella "fuga di cervelli" di cui tanto si parla, dando forza a un fenomeno già esistente, quello dei nomadi digitali, che rischia di impoverire ulteriormente le nostre aziende e di conseguenza la nostra economia.

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