Martedì, 23 Luglio 2024
Il caso

Vi porto nella capitale delle donne: è in Sardegna e non piace al Giappone

Dalla "Carta delle bambine" al monumento che ha fatto infuriare Tokyo: perché Stintino è finita al centro di un caso internazionale

Sul lungomare del comune sardo di Stintino c'è una scultura che rappresenta una ragazza seduta accanto a una sedia vuota. È una giovane donna, dai tratti orientali. Il suo volto racchiude il dolore di una ferita storica ancora aperta tra Corea e Giappone. Ora la "Statua della Pace", inaugurata il 22 giugno scorso, rischia di scatenare un vero scontro diplomatico tra Tokyo, Seul e il comune affacciato sul blu del mare di Sardegna.

"Rappresento un'autorità locale e non ho i titoli per entrare in vicende diplomatiche", afferma la sindaca del comune sardo Rita Limbania Vallebella, che a Today.it spiega come la scultura sia un simbolo universale che rappresenta la lotta contro la violenza di genere. La sindaca è finita al centro di una controversia diplomatica. Eppure, le sue intenzioni sono quelle di sensibilizzare la comunità locale e nazionale sulle atrocità commesse sul corpo femminile. "Le vittime coreane che in questo momento celebriamo rappresentano tutte le donne del mondo, come le ucraine, palestinesi e africane, comprese quelle che subiscono violenze domestica", rivendica Vallebella. 

Statua della Pace a Stintino (Facebook, Comune di Stintino)

La prima cittadina di Stintino non è nuova a questo tipo di impegno sociale. Basta guardare il suo curriculum per comprendere perché è in prima linea per la difesa dei diritti delle donne. Laureata in Giurisprudenza con il massimo dei voti e una tesi in materia di diritto processuale civile, Vallebella ha intrapreso la carriera di avvocata, impegnata nella difesa delle donne che subiscono violenza domestica e sessuale. Un impegno che ha declinato anche durante il suo incarico di sindaca a capo di una giunta Pd. Vallebella è dalla parte delle vittime, anche delle centinaia di migliaia di donne coreane e cinesi usate per il piacere sessuale dei soldati giapponesi durante l'epoca coloniale e la Seconda guerra mondiale.

Il punto di scontro con il Giappone

Vittime che sono tristemente diventate le protagoniste di una storia ancora dibattuta, su cui Giappone e Corea del Sud si sono scontrati più volte nel corso dei decenni. È una ferita ancora aperta che viene rappresentata nel mondo attraverso la scultura che porta il nome "Statua della Pace", la stessa che è stata donata al comune di Stintino da una fondazione sudcoreana, la Korean Council for Justice and Remembrance for the Issues of Military Sexual Slavery by Japan (il Consiglio coreano per la giustizia e la memoria della schiavitù sessuale militare da parte del Giappone), sin dagli anni 90 impegnata a commemorare le donne coreane chiamate "donne di conforto dell'esercito giapponese".

Ma la presenza della "Statua della pace" al Faro di Stintino non piace al Giappone. Pochi giorni prima dell'installazione della scultura, la prima cittadina di Stintino ha avuto un colloquio personale con l'ambasciatore giapponese in Italia, Satoshi Suzuki: il diplomatico giapponese le ha spiegato perché il suo governo si oppone alla statua e l'ha invitata a rimandare l'evento e a ripensare alla targa che accompagna la scultura. Questa (che presenta un'iscrizione incisa in italiano, coreano e inglese e un Qr code con un approfondimento sul tema) descrive come l'esercito imperiale giapponese portò via con la forza o con l'inganno migliaia di giovani ragazze e donne per costringerle a fornire prestazioni sessuali ai soldati giapponesi. In un passaggio, forse quello più controverso, si legge che Tokyo non ha riconosciuto i crimini commessi nell'epoca coloniale. Una ricostruzione che, per il Giappone, non rispecchia la realtà dei fatti.

"Dalla targa deve emergere anche che il governo nipponico ha riconosciuto i crimini risarcendo le vittime e le loro famiglie. Almeno questo mi ha detto l'ambasciatore giapponese durante il nostro colloquio", ha spiegato a Today.it la sindaca Vallebella, che sul caso vuole fare chiarezza, proprio perché si "deve descrivere la vicenda con la massima oggettività possibile". La prima cittadina si è impegnata a dare spazio anche alla voce del Giappone. Ma perché una fondazione sudcoreana ha scelto proprio un piccolo comune italiano per la 14esima "Statua della Pace" nel mondo? A Vallebella è stata presentata l'attività dell'associazione sudcoreana e il suo impegno e non si è quindi tirata indietro. "Una sensibilità come la mia non può che aver detto 'io ci sono no, possiamo fare questa cosa', e quindi ho accettato di installare questa scultura", racconta la sindaca. 

Vallebella sindaca di Stintino - Facebook Comune di Stintino

L'impegno del comune di Stintino contro la violenza di genere

La prima cittadina del comune sardo è però incappata in una vicenda più grande di quanto pensasse ed è finito in secondo piano l'obiettivo della sua amministrazione di parlare delle violenze che subiscono le donne in ambito domestico e nei conflitti. Tanto che Stintino è uno dei comuni che in Sardegna ha adottato la Carta delle bambine, nella speranza di porre le basi per un mondo in cui bambine, ragazze e donne siano padrone della loro vita e delle loro opportunità. Nel comune che affaccia su una delle coste più belle d'Italia sono installate anche tre panchine rosse in memoria di tutte le donne vittime della violenza di genere, inaugurate al Porto Vecchio di Stintino nel marzo 2023.  

Una battaglia civile di cui Stintino è diventata la capitale tanto da finire, suo malgrado, al centro di un caso internazionale: lo storico scontro tra Giappone e Corea del Sud. E per questo Vallebella rilancia: "Vorrei candidare Stintino come luogo nel quale Corea e Giappone possano confrontarsi e definitivamente mettere la parola fine a questa vicenda". 

Perché Tokyo e Seul litigano sulle "comfort women"

La colonizzazione dell'impero giapponese dell'intera penisola coreana rappresenta una ferita ancora aperta tra il governo sudcoreano quello giapponese. La dominazione è durata dal 1910 al 1945, e in trentacinque anni di dominio i soldati dell'impero nipponico hanno compiuto una serie di crimini che hanno segnato la coscienza collettiva dei coreani. Ancora oggi le vittime e le loro famiglie imputano al governo giapponese di non aver fatto abbastanza per compensare le violenze commesse dalle truppe nipponiche.

E questo, nonostante nel 1965 Tokyo e Seul abbiano siglato l'"Accordo sulla risoluzione dei problemi riguardanti le proprietà e le rivendicazioni e sulla cooperazione economica", che ha visto il Giappone dare 500 milioni di dollari come compensazione per il proprio dominio coloniale, in cambio della quale il governo sudcoreano avrebbe dovuto rinunciare a chiedere nuove riparazioni. Questi soldi non sono mai arrivati direttamente alle vittime e alle loro famiglie: il governo autoritario di Park Chung-hee (1961-79) usò quei finanziamenti per la nascente industria del paese. 

Dopo anni di litigi, nel 2015 Tokyo e Seul giunsero a un accordo, considerato "finale e irreversibile". L'ex premier Shinzo Abe (assassinato nel luglio 2022) si scusò per i reati commessi dall'esercito imperiale giapponese e accettò di versare mille milioni di yen (circa 7,6 milioni di euro) a uno speciale fondo di risarcimento per le vittime. Qualche anno dopo, nel 2018, ci fu tuttavia uno strappo: la Corte Suprema sudcoreana, confermando un pronunciamento di sei anni prima, aveva ritenuto che l'Accordo del 1965 non avesse estinto il diritto dei singoli a presentare richieste di risarcimento per aver svolto lavori forzati nelle fabbriche nipponiche. Si è arrivati alla condanna di due società (Mitsubishi Heavy Industries e Nippon Steel) a versare un risarcimento di 88,7mila dollari a ciascun ricorrente. Le due aziende nipponiche si sono rifiutate di obbedire alla sentenza della Corte sudcoreana, forti dell'appoggio del governo giapponese. Tokyo, infatti, ha rifiutato di cadere sotto la giurisdizione di un tribunale di un altro paese, considerando la disputa conclusa con l'accordo del 2015. In risposta, nel 2019 l'amministrazione sudcoreana del democratico Moon Jae In ha cancellato definitivamente l'accordo, anche per via delle pressioni esercitate dai diversi gruppo di interesse e di stampo nazionalista.

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