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Martedì, 9 Agosto 2022

I taxi in sciopero che negano il futuro

Non sono solito prendere taxi perché a me piace guidare. Quando mi sposto in città uso lo scooter o l’auto. Tuttavia di recente mi sono infortunato e sono stato costretto a camminare con un paio di stampelle. In quel periodo, fine maggio, c’è stata un’occasione in cui dovevo andare a un appuntamento. Ero a Torino e nessuno poteva accompagnarmi. Non potevo guidare e la fermata dell’autobus era troppo lontana. Così ho pensato di chiamare un taxi. All’andata il tassista mi ha chiesto dove fossi diretto e io gli ho comunicato la via precisa. Per arrivarci ha subito aperto lo stradario, quello cartaceo. Mi ha commosso perché mi ha ricordato quando ero piccolo e viaggiavo con mio padre, che era solito tirare fuori mappe di ogni genere dal vano portaoggetti dell’auto. Tutt’ora quando devo andare fuori Roma e ci parlo, lui comincia a indicarmi le varie possibilità e i percorsi alternativi per muoversi da un punto all’altro del Paese. Altri tempi.

Fatto sta che il tassista ha guidato fino alla destinazione consultando più volte le mappe del capoluogo piemontese, per poi lasciarmi comunque a duecento metri circa dalla destinazione. "Forse se prendo questa traversa e poi giro a destra e poi ancora a destra, arriviamo proprio davanti al negozio" mi ha detto, con gli occhi fissi sulla mappa. Io l’ho rassicurato del fatto che non avevo problemi a fare un tratto in stampelle, ho pagato e sono sceso.

Ddl concorrenza, perché i taxi bocciano la nuova legge 

Al ritorno è andata anche peggio. Il tassista ha usato lo stesso stradario cartaceo ma questa volta non sapeva neppure dove fosse la via della casa in cui dovevo tornare. Quando è arrivato nel quartiere, abbiamo girato un po' in cerca di un riferimento. Lui chiedeva a me ma io non sono di Torino e non conosco benissimo la città. Non fino a orientare un tassista nella periferia. Alla fine ho riconosciuto un bar e siamo arrivati a destinazione. Quando sono sceso da quell’auto ho fatto due cose: ho aperto una applicazione del cellulare per farmi portare il pranzo a casa e un’altra app per prenotare il treno del giorno dopo. Uscire dal taxi torinese è stato un po' come uscire dalla DeLorean, l’auto del film "Ritorno al futuro" dopo aver fatto un viaggio nel passato.      

Io li capisco i tassisti d’Italia che scioperano e invadono Roma per protestare contro il Ddl concorrenza. Hanno paura di perdere una posizione di privilegio perché di sostanziale monopolio. Forse hanno ragione quando ci mettono in guardia sul fatto che ci esporremo alla speculazione finanziaria e ad algoritmi capaci di schiavizzare il lavoratore ma qualsiasi attacco al sistema non è credibile senza che venga fatta mai mezza autocritica. Sì, ci sono i lavoratori da tutelare. Poi però ci sono gli utenti, che hanno nuove esigenze e faticano a capire perché quei bisogni non debbano essere soddisfatti per salvare chi neppure ci prova a stare al passo con il presente. Lo sciopero dei tassisti è una protesta per difendere un presente che è già passato, già superato dalla storia. La rivolta dei taxi è la rappresentazione plastica di un Paese perennemente incapace di creare servizi e opportunità per i giovani, dove le nuove generazioni, per volgere lo sguardo al futuro, se ne vanno all'estero. E allora, dopo aver ostacolato due tentativi di liberalizzazioni (Prodi nel 2006 e Monti nel 2013), speriamo questa sia la volta buona. La volta in cui i tassisti sgomberano la strada a chi sa fare di meglio. Perché i giovani non siano più ostaggio di chi ha ancora bisogno di una cartina per orientarsi in una città. 

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