Giovedì, 29 Ottobre 2020

Telefono Amico: "Con la pandemia confusione e solitudine sono diventati un'esperienza di massa"

Boom di contatti durante il lockdown per Telefono Amico. Giovanissimi, anziani, persone che improvvisamente si sono ritrovate chiuse in casa si sono rivolti ai volontari, che dall'altro capo del telefono hanno ascoltato gli sfoghi di chi non aveva più una voce amica. L'intervista alla presidente Monica Petra

Il lockdown ha costretto milioni di persone a restare chiuse in casa, senza possibilità di scambi con l'esterno. Per alcuni questo ha significato una riscoperta di una dimensione più intima, per altri invece ha fatto da detonatore in situazioni già difficili. Per tanti è mancato uno sfogo, la possibilità di parlare, di trovare qualcuno disposto ad ascoltare. Non è un caso quindi che un servizio come quello di Telefono Amico, lo storico servizio di volontario telefonico dedicato alle persone in crisi o in stato di agitazione emozionale, abbia registrato un aumento di contatti, con un picco di oltre duemila richieste di aiuto tramite il servizio su WhatsApp, che proprio in questo periodo è stato potenziato per rispondere alla grande richiesta che c'è stata.

"Noi ascoltiamo sempre tutte le persone che ci chiamano nei momenti di crisi difficoltà. Solitamente però si tratta di un'esperienza abbastanza individuale. In questi mesi, durante la pandemia, il sentirsi soli, smarriti, confusi e preoccupati è stata un'esperienza più di massa, che ha colpito più persone diverse tra loro. In questo periodo molti hanno avvertito più forte il bisogno di comunicare con gli altri", spiega a Today Monica Petra, presidente di Telefono Amico e lei stessa volontaria da quasi 30 anni.

A chiamare sono state persone che già vivevano situazioni di difficoltà o criticità, dice Petra. "Ammalati o anziani che già normalmente si trovano in situazioni di disagio e che in quel periodo di sono sentiti  proprio persi, non essendoci più magari nemmeno quel minimo di socialità o relazione che poteva essere rappresentato dagli assistenti o dai pochi familiari vicini", racconta, ma ci sono stati tantissimi altri che facevano fatica a mettere ordine tra la preoccupazione per il futuro, la confusione rispetto a quello che sarebbe successo o che ancora potrebbe succedere. "Di questo periodo mi sono rimaste più impresse le storie di chi già viveva situazioni in difficoltà, è stato come se piovesse sul bagnato", dice Petra, senza rivelare ulteriori dettagli perché uno dei cardini dell'esperienza di Telefono Amico è, oltre all'ascolto "attivo", la garanzia di un totale anonimato, grazie al patto implicito che c'è tra chi chiede aiuto e chi riceve la telefonata. "È stato un periodo difficile per tutti, ma per alcuni lo è stato ancora di più. Molte persone avevano comunque un'idea di progettualità futura, di quello che prima o poi si sarebbe potuto tornare a fare, che si spostava di data in data man mano che uscivano i vari decreti. Chi invece aveva già una progettualità più limitata, in questo periodo si è trovato veramente solo e quasi impossibile da raggiungere", dice Petra. "È un tipo di solitudine particolarmente commovente ed emozionante da ascoltare, un'esperienza che tutti vorremmo non dover sperimentare mai".

Ma si può essere soli e in difficoltà anche in mezzo ad altre persone, in situazioni che anziché aiutare fanno esplodere maggiormente i conflitti. "Penso a chi ha dovuto condividere gli spazi, in alcuni casi perché ci sono dei vincoli d'età per cui questo è inevitabile, come nel caso dei giovani che vivono situazioni conflittuali all'interno della famiglia, oppure come chi stava affrontando percorsi di separazione e allontanamento", spiega la presidente di Telefono Amico. Tanti si sono ritrovati in condizioni di convivenza forzata, contesti difficili in cui magari non c'è stata più la possibilità di integrarli con relazioni più sane o alleggerenti, situazioni di violenza psicologica e problemi legati alla gestione degli spazi. "Nelle situazioni conflittuali quello che è successo è stato dirompente dal punto di vista della difficoltà della gestione delle emozioni come rabbia o aggressività che non riuscivano più ad essere catalizzate in altro modo", ricorda Petra.

Telefono, WhatsApp, mail. I canali per chiedere aiuto messi a disposizione sono tanti. I giovanissimi hanno utilizzato in questi mesi più le email, mentre gli under 30 hanno preferito usare la chat. Il servizio telefonico è aperto a tutti, chiunque può usarlo, ma è un po' più specifico di altre generazioni mentre quelle nuove "comunicano molto bene anche per iscritto e per loro non è era barriera, anzi è uno spazio di libertà, al contrario di persone più adulte che fanno facilmente ricorso alla parola 'udita' perché ci trovano altre cose dietro".

Dall'altra parte del telefono, o della chat o del computer, ci sono i volontari di Telefono Amico. Ognuno di loro segue un percorso di formazione e supervisione, che continua durante tutto il loro impegno. Anche per loro questo periodo non è stato facile. "Ci siamo preparati alla situazione un po' alla volta, come del resto più o meno tutti nel Paesi. Ci siamo ritrovati ad avere la possibilità di continuare ad operare in sicurezza per il tipo di servizio che forniamo e abbiamo continuato a farlo. Man mano le telefonate aumentavano, la gestione della situazione l'abbiamo imparata un po' tutti sul campo. Alcuni all'inizio non si sono sentiti subito pronti, perché la crisi ha colpito i volontari come chiunque altro, ma poi tutto si è risolto. Stiamo tornando a una 'normalità', anche i contatti restano sempre alti".  

Monica Petra ha iniziato a collaborare con Telefono Amico 27 anni. "È una cosa che mi accompagna da tutta la vita. Io e miei colleghi crediamo che dialogare con gli altri trasformi la visione sulle situazioni e sulle emozioni che stiamo vivendo. Il dialogo è un ponte importantissimo, si inizia con una telefonata e al termine della conversazione ti ritrovi diverso da come sei partito. Affrontarlo con questa idea in mente nel corso degli anni ti fortifica", racconta. "Quello che abbiamo vissuto in questi mesi ha confermato che la nostra fiducia nel dialogo era ben riposta. Quando si è verificato un reale bisogno di entrare in contatto con gli altri, il nostro servizio è andato a coprire quell'esigenza specifica. Si dice che ne usciremo migliori. Io credo che ne usciremo sicuramente più consapevoli del valore che hanno le relazioni che abbiamo e che le  fragilità che abbiamo sperimentato appartengono a tutti, non solo a quelli che sta male, ma sono un'esperienza che chiunque può fare in un momento specifico della propria vita e questo può essere d'aiuto. Ci permette di renderci conto che non c'è qualcuno che sta bene e qualcuno invece 'sfigato' che sta male. Tutti possiamo in un momento della nostra vita avere bisogno di aiuto e tutti possiamo trovarlo, basta semplicemente chiederlo".

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