Martedì, 18 Maggio 2021

Il picco delle terapie intensive e gli ospedali in crisi in 13 regioni

Posti letto ai limiti in Lombardia, Piemonte, Marche, Emilia-Romagna e Provincia di Trento. Più di un migliaio di ventilatori resta in soffitta. E intanto uno studio di Crisanti dice che i test antigenici non sanno rilevare alcune varianti

La situazione nelle terapie intensive degli ospedali italiani durante l'emergenza coronavirus è al limite. Ieri è stato raggiunto il record di "nuovi posti letto in terapia intensiva occupati" nel bollettino della Protezione Civile. E intanto ci sono dodici regioni e una provincia autonoma con un tasso di occupazione delle terapie intensive che ha superato il livello di guardia fissato al 30%. 

Il picco delle terapie intensive e gli ospedali in crisi in 13 regioni

Le regioni sono Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana e Umbria a cui si aggiunge la provincia autonoma di Trento. La soglia serve per segnalare lo stato di crisi in arrivo per il sistema sanitario: ieri di pazienti ne sono entrati altri 44, che hanno portato il totale a 3679: un passo sotto il "record" del 29 marzo scorso, quando si superò la soglia dei 3800. 

Repubblica oggi parla di un report di Agenas (l'Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali) che è stato redatto con l'università di Padova: secondo questo documento il picco non è stato ancora raggiunto. Quindi gli ingressi in rianimazione continueranno a crescere nelle prossime settimane. Anche in quelle regioni che oggi sono quasi al collasso. Con questo andamento si rischia di superare la quota dei quattromila ricoveri, toccata soltanto nell'aprile 2020. All'epoca i posti in terapia intensiva erano molto meno di oggi, visto che attualmente ce ne sono 9059 e altri 880 attivabili. Ma il personale è rimasto lo stesso. "La prossima settimana avremo il picco dei ricoveri e degli ingressi giornalieri nelle unità di intensiva", dice a Repubblica il matematico Giovanni Sebastiani dell’Istituto per le applicazioni del calcolo del Cnr. "Una situazione — fanno notare fonti del governo — incompatibile con le riaperture". 

Intanto c'è però da chiedere conto anche alle Regioni. Perché la struttura commissariale ha acquistato migliaia di ventilatori per le terapie intensive durante l'emergenza e ce ne sono un migliaio che non sono ancora stati utilizzati. Le Regioni non li vogliono perché non hanno il personale necessario a metterli in funzione e utilizzarli. Il “Piano di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale” che serviva a riorganizzare la rete ospedaliera è nel frattempo finito in soffitta. E allora niente ventilatori per nessuno. 

Lo studio sulle varianti e i test 

E c'è anche uno studio sulle varianti del coronavirus che porta altre brutte notizie. È firmato dal professor Andrea Crisanti e da un gruppo di ricercatori dell'università e dell'ospedale di Padova e dice che i test antigenici non riescono a trovare alcune varianti. Non quella inglese o brasiliana che riguardano la proteina Spike (S), ma quelle dell'antigene N. Che sono quindi libere di diffondersi come potrebbe essere successo in Veneto nella Seconda Ondata. 

I test antigenici sono in voga soprattutto nella regione di Luca Zaia, dove rappresentano il 67,4% del totale. Ma anche nel bollettino nazionale sul coronavirus, dove sono stati inseriti su richiesta proprio del Veneto, erano 107762 su 272630, ovvero il 39,53%. Lo studio, disponibile in pre-print su Medrxiv.org e in corso di revisione, è illustrato oggi dal Fatto Quotidiano. I ricercatori hanno analizzato un campione di 1441 tamponi eseguiti tra settembre e ottobre 2020: hanno prima somministrato il test antigenico (Ancov Panbio della Abbott) e poi quello molecolare Rt-Pcr (Dncov Simplexa di Diasorin).  “Il test antigenico ha mancato di identificare correttamente la presenza di Sars-Cov-2 in 19 dei 61 campioni che mostrano un chiaro segnale positivo nella Rt-Pcr (molecolare, ndr) . Comparandolo con la Rt-Pcr, Panbio mostra una specificità del 99,9% (99,6-100) e una sensibilità del 68,9% (55,7-80,1)”, conclude lo studio.

Abbott dichiara una sensibilità (ovvero la capacità di evitare falsi negativi) pari al 93,3% ma secondo lo studio il valore predittivo è tra l'82% e il 48,07% a seconda del margine d'errore. Questo significa che così si perdono fino a metà dei positivi. E in più alcuni infetti sono sfuggiti all'antigenico “nonostante un'elevata carica virale nei test Rt - PCR”, sempre secondo i ricercatori di Padova. 

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