Domenica, 28 Febbraio 2021

Terza ondata: le cinque regioni a rischio a gennaio

L'indice di contagio Rt torna a salire a dicembre e ci sono alcuni territori a rischio complessivo più alto. Tra questi il Veneto. Il pericolo della ripresa dell'epidemia dopo Natale 2020 e l'esortazione degli scienziati ad ampliare le restrizioni

È bastato un po' di shopping per far risalire l'indice di contagio e mettere a rischio cinque regioni italiane. Mentre ieri il bollettino della Protezione Civile sull'emergenza coronavirus riportava 14522 nuovi casi, circa 1300 in più rispetto al giorno prima, con un tasso di positività all’8,3% (il giorno precedente era l’8%), alla faccia di tutti quelli che a settembre dichiaravano la prossima fine dell'emergenza la seconda ondata dell'epidemia ha certificato un numero maggiore di morti rispetto alla prima. 

Le cinque regioni a rischio a gennaio 

Le vittime sono infatti arrivate a quota 70.395: abbiamo superato dunque anche la soglia dei 70mila decessi, e non è detto che il peggio sia alle spalle. E, come fa notare su Twitter Matteo Villa dell’Ispi, se prendiamo il numero dei decessi cumulati "oggi la seconda ondata di Covid-189 in Italia è ufficialmente diventata più grave della prima". Ma le brutte notizie non sono finite: ieri infatti è uscito l'ultimo monitoraggio settimanale della Cabina di Regia Benessere Italia, che ha attestato che  "l’indice di trasmissibilità Rt sale a 0,90: tredici regioni sono ancora oltre la soglia critica per i ricoveri e per questo — avvertono dall’Istituto superiore di sanità — bisogna evitare il più possibile i contatti".

I numeri dicono che il Veneto attualmente è la regione più colpita con 3357 contagiati in 24 ore, seguita dalla Lombardia (2153), l'Emilia-Romagna (1129) e la Campania che è tornata stabilmente sotto quota mille. Il Veneto è anche primo nella casistica dei morti con 166 decessi, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. Mentre calano i ricoverati ordinari e le terapie intensive, secondo gli scienziati la lettura dei dati fa emergere "una situazione estremamente variegata che espone alcune aree a un maggior rischio in vista della riapertura delle attività del 7 gennaio". Ma c'è di più. Scrive oggi La Stampa che le regioni con livello complessivo di rischio alto sono cinque: Liguria, Marche, Puglia, Umbria e Veneto. 

Ma è quest’ultima a destare maggiore allarme, perché in zona rischio ci si trova da due settimane, il suo Rt è a 1,1 e il numero di contagi sulla popolazione è più che doppio rispetto al resto d’Italia. Tant’è che lo stesso premier Conte ieri ha parlato «di strani segnali da approfondire provenienti dal Veneto».

Sempre secondo il monitoraggio mentre è complesso prevedere quale tipo di impatto potrebbero avere le feste natalizie sull'epidemia, "tuttavia le aumentata mobilità e interazione interpersonale potrebbero determinare un aumento rilevante della trasmissione di Sars-CoV-2". E questo comporterebbe "un conseguente rapido aumento dei casi a livello potenzialmente superiore a quanto osservato a novembre". Ovvero, si arriverebbe alla terza ondata. 

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Il pericolo terza ondata dopo Natale 

Gli esperti esortano il Veneto "ad applicare con urgenza le misure previste per questo livello di rischio nel documento “Prevenzione e risposta a Covid-19”", ovvero a varare nuove restrizioni, anche perché la regione ha un'incidenza di quasi 500 positivi per centomila abitanti, la più alta in Italia. Intanto il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe conferma nella settimana 16-22 dicembre una lieve flessione dei nuovi casi (106.794 vs 113.182), a fronte di una sostanziale stabilità dei casi testati (465.534 vs 462.645) e in linea con la riduzione del rapporto positivi/casi testati (22,9% vs 24,5%). Si riducono del 9,2% i casi attualmente positivi (605.955 vs 667.303) e, sul fronte degli ospedali, diminuiscono ricoveri con sintomi (24.948 vs 27.342) e terapie intensive (2.687 vs 3.003); in calo anche i decessi (3.985 vs 4.617). In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:

  • Decessi: 3.985 (-13,7%)
  • Terapia intensiva: -316 (-10,5%)
  • Ricoverati con sintomi: -2.394 (-8,8%)
  • Nuovi casi: 106.794 (-5,6%)
  • Casi attualmente positivi: -61.348 (-9,2%)
  • Casi testati +2.889 (+0,6%)
  • Tamponi totali: 28.289 (+2,6%)

"I dati di questa settimana – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della fondazione – confermano che la frenata del contagio è sempre meno evidente, come documentato dalla stabilizzazione dei rapporti positivi/casi testati e positivi/tamponi totali, dalla modesta riduzione dell’incremento percentuale dei casi totali (5,7% vs 6,4%) e dalla lieve flessione dei nuovi casi settimanali (-5,6%)". Se le situazioni regionali sono piuttosto eterogenee, è evidente che in generale le misure di contenimento introdotte con il DPCM del 3 novembre 2020 stanno esaurendo i loro effetti. «L’incremento percentuale dei casi infatti – afferma Renata Gili, Responsabile Ricerca sui Servizi sanitari della Fondazione Gimbe – che la scorsa settimana era in flessione in tutto il Paese, questa settimana ha invertito la tendenza in 6 Regioni». Per quanto riguarda i ricoveri, continua la lenta discesa delle curve, ma l’occupazione da parte di pazienti Covid-19 supera ancora la soglia del 40% nei reparti di area medica in 9 Regioni e quella del 30% nei reparti di terapia intensiva in 8 Regioni (tabella). La curva dei decessi sale in maniera meno ripida, ma il numero è ancora molto elevato e sfiora i 4.000. "Al di là del potenziamento delle misure restrittive per il periodo di Natale – conclude Cartabellotta – due fattori influenzeranno nei prossimi mesi l’evoluzione della pandemia nel nostro Paese: l’avvio della campagna vaccinale e la diffusione della variante UK recentemente isolata".

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