Lunedì, 10 Maggio 2021
L'andamento dell'epidemia

I numeri della terza ondata e le zone rosse locali in ritardo

I nuovi casi in aumento del 33% nella settimana 24 febbraio-2 marzo. La crescita dei ricoveri e l'accelerazione impressa dalle varianti. E la campagna vaccinale che non decolla. Il monitoraggio della Fondazione Gimbe e la denuncia: "Nell'ultimo Dpcm non c'è una nuova strategia per contenere l'epidemia"

Il reparto covid dell'ospedale Poliambulanza di Brescia, 22 febbraio 2021. Ansa/Filippo Venezia

Mezza Italia è a rischio zona rossa e arancione, con dieci regioni che potrebbero ritrovarsi nelle aree a maggiori restrizioni covid dopo la nuova ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza attesa per domani, venerdì 5 marzo. In zona rossa da lunedì 8 marzo, dopo il consueto report del venerdì dell'Istituto superiore di sanità, potrebbero finire l'Emilia-Romagna, la Campania e l'Abruzzo. A rischio zona arancione ci sono invece Calabria, Friuli-Venezia Giulia e Veneto, mentre Lazio e Puglia sono al limite dei parametri che fanno scattare le aree a maggiori restrizioni. La Lombardia, invece, passa in zona arancione scuro o "rafforzata" da subito, già dalla mezzanotte tra giovedì e venerdì e fino a domenica 14 marzo. Il governatore Attilio Fontana ha firmato una nuova ordinanza che prevede la chiusura delle scuole di ogni grado, asili nido esclusi.

Fin qui lo scenario, in attesa del responso di domani. Ma cosa dicono i numeri sull'epidemia? Il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe rileva nella settimana 24 febbraio-2 marzo 2021, rispetto alla precedente, un netto incremento dei nuovi casi (123.272 vs 92.571) (figura 1) e un modesto calo dei decessi (1.940 vs 2.177).

I numeri della terza ondata e i casi attualmente positivi in aumento in 16 regioni

In forte rialzo i casi attualmente positivi (430.996 vs 387.948), le persone in isolamento domiciliare (409.099 vs 367.507), i ricoveri con sintomi (19.570 vs 18.295) e le terapie intensive (2.327 vs 2.146) (figura 3). In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:

  • Decessi: 1.940 (-10,9%)
  • Terapia intensiva: +181 (+8,4%)
  • Ricoverati con sintomi: +1.275 (+7%)
  • Isolamento domiciliare: +41.592 (11,3%)
  • Nuovi casi: 123.272 (+33,2%)
  • Casi attualmente positivi: +43.048 (+11,1%)

Figura_1-3

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"Per la seconda settimana consecutiva - afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - si registra un incremento dei nuovi casi che negli ultimi 7 giorni supera il 33%, segnando l’inizio della terza ondata". Rispetto alla settimana precedente, in 16 regioni e nella provincia autonoma di Trento aumentano i casi attualmente positivi per centomila abitanti e in tutto il Paese sale l’incremento percentuale dei nuovi casi ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano, Umbria e Molise già sottoposte a severe misure restrittive (tabella 1). Sul fronte ospedaliero, l’occupazione da parte di pazienti covid supera in 5 regioni la soglia del 40% in area medica e in 9 regioni quella del 30% delle terapie intensive.

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L’indagine dell’Istituto superiore di sanità ha stimato, al 18 febbraio, la prevalenza della variante inglese al 54% (range: 0-93,3%), di quella brasiliana al 4,3% (range: 0-36,2%) e di quella sudafricana allo 0,4% (range: 0-2,9%). "Con la situazione epidemiologica in rapida evoluzione - commenta Renata Gili, responsabile ricerca sui servizi sanitari della Fondazione Gimbe - la diffusione attuale è sicuramente maggiore ed è pertanto fondamentale essere realmente tempestivi nell’istituzione delle zone rosse a livello comunale e provinciale".

La "non strategia" delle chiusure locali in ritardo

In particolare, nella settimana 24 febbraio-2 marzo, in 94/107 province (87,6%) si registra un incremento percentuale dei nuovi casi rispetto alla settimana precedente, con valori che superano il 20% in ben 65 province (tabella 2). "Nonostante l’allerta lanciata dalla Fondazione Gimbe già da due settimane - continua Cartabellotta - gli amministratori locali continuano a ritardare le chiusure se non davanti a un rilevante incremento dei nuovi casi, quando è ormai troppo tardi. Infatti, in presenza di varianti più contagiose, questa “non strategia” favorisce la corsa del virus, rendendo necessarie chiusure più estese e prolungate".

Tabella_2_Province_prima_parte-2

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Le forniture e somministrazioni dei vaccini

Per quanto riguarda i vaccini, delle dosi previste per il primo trimestre 2021, al 3 marzo (aggiornamento ore 10:17) ne sono state consegnate alle regioni 6.542.260. Questo significa che per rispettare le scadenze contrattuali fissate al 31 marzo, nelle prossime quattro settimane dovranno essere consegnate in media 2,3 milioni di dosi/settimana. In dettaglio:

Tabella_dosi_vaccino_1_trimestre-2

Al 3 marzo (aggiornamento ore 10:17) hanno completato il ciclo vaccinale con la seconda dose 1.454.503 milioni di persone (2,44% della popolazione), con marcate differenze regionali: dal 4,18% della provincia autonoma di Bolzano all’1,72% dell’Umbria (figura 4). "L’avvio della campagna vaccinale fuori da ospedali e Rsa - commenta Gili - ha determinato una frenata sul fronte delle somministrazioni, con quasi due milioni di dosi (pari al 30% delle consegne) ancora inutilizzate". Si rilevano inoltre rilevanti differenze tra i diversi vaccini (figura 5): mentre le somministrazioni di Pfizer si attestano all’89% delle dosi consegnate, quelle di Moderna e AstraZeneca stanno infatti procedendo più lentamente.

Figura_4-2

Tuttavia, se il 29,1% di Moderna è condizionato al ribasso dalla recente consegna della metà delle dosi, per AstraZeneca le somministrazioni si attestano al 26,9%, spia di problemi organizzativi nella vaccinazione di massa, anche se non si possono escludere possibili rinunce selettive a questo vaccino o ritardi nella rendicontazione dei dati. "Peraltro a differenza dei vaccini di Pfizer e Moderna - spiega Cartabellotta - per i quali, visti i ritardi nelle forniture, è prudente mettere da parte le dosi per il richiamo previsto rispettivamente a 3 e 4 settimane, per AstraZeneca è possibile somministrare la seconda dose sino a 12 settimane: non esiste quindi alcuna ragione per accantonare le dosi, ma bisogna invece velocizzare le somministrazioni". Infine, rispetto alla protezione dei più fragili, degli oltre 4,4 milioni di over 80, 762.271 (17,2%) hanno ricevuto solo la prima dose di vaccino e solo 149.620 (3,4%) hanno completato il ciclo vaccinale, anche qui con rilevanti differenze regionali.

Figura_5-2

"Tuttavia la strada per accelerare la campagna vaccinale - puntualizza Cartabellotta - non deve certo portare ad avventurarsi in rischiosi azzardi, come l’ipotesi di somministrare un’unica dose di vaccino Pfizer o Moderna. In assenza di robuste evidenze scientifiche che permettano alle agenzie regolatorie di modificare le modalità di somministrazione del prodotto si tratterebbe di un uso off-label del vaccino, con risvolti sul consenso informato e sulle responsabilità medico-legali".

"La Fondazione Gimbe - conclude Cartabellotta - già da settimane segnala le spie rosse di un’aumentata circolazione del virus, la cui forte accelerazione sta di fatto avviando la terza ondata. Ma i tempi di politica e burocrazia sono sempre troppo lunghi e le zone rosse locali arrivano quando la situazione ormai è sfuggita di mano. La campagna vaccinale, intanto, stenta a decollare non solo per i noti ritardi di produzione e consegna delle dosi, ma anche per difficoltà organizzative di molte regioni che lasciano “in fresco” dosi di vaccino che potrebbero evitare ricoveri e salvare vite, soprattutto tra le persone più a rischio di Covid-19 severa. Infine, il primo Dpcm a firma Draghi non segna affatto il cambio di passo auspicato: il sistema delle regioni “a colori” resta di fatto immutato, così come le misure per la maggior parte delle attività produttive e commerciali. E a pagare il conto più salato, come sempre, è la scuola".

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