Martedì, 20 Aprile 2021

Coronavirus, test sierologici per 150mila italiani: cittadini contattati al telefono

La ricerca degli anticorpi con i test sierologici è utile per capire chi realmente è entrato in contatto con il coronavirus, premessa per poter pianificare le prossime fasi. L'obiettivo: capire quanto il virus ha circolato nel Paese. Non mancano però i dubbi sull'accuratezza del test

Foto Ansa

La fase 2 dell'emergenza coronavirus, che inizierà ufficialmente lunedì 4 maggio con le prime riaperture e le nuove modalità di spostamento, prevede anche l'avvio dell'indagine su un campione di 150mila italiani (strutturato dall'Inail e dall'Istat per anagrafe, zona e censo) che si sottoporranno al test sierologico nei laboratori selezionati dal ministero della Salute. L'annuncio è arrivato dal commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, durante la consueta conferenza stampa alla Protezione Civile.

Cosa sono e a cosa servono i test sierologici

A differenza degli ormai noti tamponi, esame di laboratorio che serve per individuare la presenza del coronavirus all'interno delle mucose respiratorie, i test sierologici servono ad individuare tutte quelle persone che sono entrate in contatto con il virus. Mentre i primi forniscono un'istantanea sull'infezione, i secondi "raccontano" la storia della malattia. Attraverso i test sierologici infatti è possibile andare ad individuare gli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus.

I test sierologici sono essenzialmente di due tipi: quelli rapidi e quelli quantitativi. I primi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi e quindi è entrata in contatto con il virus; i secondi, dove serve un prelievo, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, le IgG, significa che l'infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona tendenzialmente è immune al virus.

Come spiega la Fondazione Umberto Veronesi, conoscere la presenza di questi anticorpi è utile per molte ragioni. Innanzitutto, poiché forniscono il "film" della malattia e non un'istantanea, ci consentono di sapere quante persone hanno realmente incontrato il virus. Ciò è importante soprattutto alla luce del fatto che molte persone con Covid-19 hanno avuto sintomi blandi o addiruttura sono asintomatiche. Ciò accade grazie agli studi di sieroprevalenza, ovvero studi in cui si sottopone al test un campione rappresentativo della popolazione. Grazie a queste analisi è possibile conoscere la reale letalità della malattia, la diffusione geografica e la diffusione nelle diverse fasce di età. Indicazioni utili per pianificare quando, come e quanto allentare le misure restrittive.

"I cittadini - ha detto il commissario Arcuri - verranno contattati e verrà chiesto loro di sottoporsi al test nel laboratorio più vicino. Ovviamente lo faranno gratuitamente". L'obiettivo degli esperti del Governo è quello di capire se chi fa il test è venuto in contatto con il virus e se ha sviluppato la famosa immunità. Un'indagine che potrebbe fotografare quanto il virus ha realmente circolato nel Paese.

"Così il test sembra un sondaggio, poi andrà allargato"

"Le modalità di esecuzione del test sierologico, con delle estrazioni secondo i tabulati Istat, hanno più l'aspetto di una specie di sondaggio o di 'exit poll'. Quindi può andar bene per una prima fase, ovvero indagare dal punto di vista statistico cosa è successo in Italia. Ma poi bisognerà allargare il test sempre di più per capire esattamente cosa è accaduto nella diffusione del virus". Così Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive al Policlinico San Martino di Genova e componente della task force della Regione Liguria.

I dubbi sull'accuratezza del test sierologico

Non mancano però i dubbi sull'accuratezza del test, sui possibili falsi positivi, e l'aver sviluppato l'immunità. Su quest'ultimo fronte però un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica specializzata Nature ha scoperto che tutti i guariti da Covid-19 sviluppano gli anticorpi. "Il problema dei test diagnostici - ha spiegato Luca Richeldi, primario di Pneumologia della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma e componente del Comitato tecnico-scientifico sul coronavirus, nell'ultima conferenza stampa alla Protezione Civile - è che nessuno è accurato al 100%, ha una certa percentuale di falsi positivi e negativi. Si cerca di fare con il meglio che c'è. E il meglio che c'è sono alcuni test che sono arrivati in tecnica 'Elisa' o 'Clia' e sono test affidabili".

Il test, come detto prima, cerca la presenza di alcuni anticorpi: IgM (immunoglobuline m) e IgG (immunoglobuline g). Queste ultime ci dicono se nell'organismo si è sviluppata l'immunità. Cosa succederà se sottoponendosi ad un test affidabile questo rileva la presenza di anticorpi IgG per Sars-CoV-2? Si dovrà fare un tampone? "E' un protocollo che non c'è ancora - ha fatto notare Richeldi - ma quel test è mirato a vedere se c'è stato un contatto col virus e una risposta immunologica. Quindi non è mirato a vedere se c'è attualmente Rna virale in quell'organismo. Immagino che il grande studio di sieroprevalenza che sta partendo su più di 150mila italiani con uno dei test affidabili ci darà delle risposte in questo senso".

test sierologico ansa2-2


 

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