Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Un problema non solo etico

Abbiamo troppi vaccini?

Ogni mese ne vengono prodotti 1,5 miliardi, ma mentre i Paesi ricchi fanno scorte in Africa arrivano le briciole. Col rischio (secondo l'Oms) di offrire un assist al virus. I pro e i contro della terza dose

Mentre in Occidente si discute della terza dose, i poveri del mondo restano con le armi spuntate di fronte al virus. Secondo 'Our World in data', sito di pubblicazione scientifica dell'università di Oxford, a livello globale sono state somministrate 5,82 milioni di dosi, ma ai Paesi in via di sviluppo arrivano le briciole: solo l'1,9% delle persone che vivono nelle nazioni a basso reddito ha ricevuto almeno una dose e in Africa meno di 4 persone su 100 ne hanno avuto due. 

E dire che oggi i vaccini ci sono e nel futuro prossimo saranno sempre di più: secondo un recente rapporto di Airfinity, agenzia di ricerca che si occupa di analisi dati, attualmente si producono circa 1,5 miliardi di dosi al mese che arriveranno a 2 entro la fine dell'anno. Per quella data dovrebbero esserci vaccini a sufficienza (più di 12 miliardi di dosi) per tutta la popolazione mondiale di età superiore ai 12 anni.

I vaccini che avanzano ai Paesi ricchi

Il punto sarà come distribuirli. Rasmus Bech Hansen, co-fondatore e ceo di Airfinity, ha spiegato che la produzione di vaccini è ormai arrivata a un "punto di svolta" e oggi la sfida per i Paesi occidentali "non è più l'offerta, ma la domanda". La destinazione delle dosi in eccesso sarà però diretta conseguenza delle "decisioni politiche" prese dai singoli Stati.

Secondo il report a fine anno Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Regno Unito avranno un surplus di 1,2 miliardi di dosi (di cui 500 milioni già a settembre), una stima che tiene conto anche dei vaccini necessari per somministrare la terza dose all'80% della popolazione over 12. Gli Stati del G7 e l'UE hanno promesso di destinare oltre 1 miliardo di dosi ai Paesi poveri, consegnandone ad oggi meno del 15%. Il motivo è lampante. Dopo i problemi di approvvigionamento della scorsa primavera, i governi occidentali preferiscono adottare un atteggiamento prudente e accumulare scorte nei magazzini per garantire eventuali richiami. Anche a scapito di quei Paesi che ai vaccini non hanno ancora accesso.

Meglio dell'Occidente ha fatto la Cina che ha già fornito 770 milioni di dosi ai Paesi emergenti o in via di sviluppo e che si è impegnata ad arrivare a due miliardi nel corso dell'anno. Per il 2021 da Pechino ci si attende una produzione di 5,7 miliardi di dosi, su un totale di 12,2 miliardi prodotte a livello globale. Il presidente cinese, Xi Jinping, ha definito i vaccini un bene pubblico e ha di recente annunciato un nuovo impegno di 100 milioni di dollari per il programma di distribuzione dei vaccini Covax dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). 

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L'Oms e la moratoria sulle dosi di richiamo

La domanda dunque è se i Paesi più ricchi, Occidente in testa, stiano facendo abbastanza per aiutare quelli emergenti ad uscire dalla pandemia. La risposta è: probabilmente no. In questo contesto va collocata la dura presa di posizione dell'Oms che già un mese fa aveva chiesto "una moratoria globale" sulle dosi di richiamo. 

"La terza dose - ha di recente ribadito il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus - potrebbe essere necessaria per le popolazioni più a rischio, dove ci siano evidenze di una riduzione dell'immunità contro la possibilità di sviluppare Covid grave e morte". Ad esempio per "le persone immunocompromesse che non hanno risposto sufficientemente alle dosi iniziali" di vaccino "o che non producono più anticorpi. Ma per ora - ha ammonito - non vogliamo vedere un uso diffuso di 'booster' per persone sane che sono completamente vaccinate". Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, la moratoria dovrebbe essere estesa "almeno alla fine del 2021, per consentire a ogni Paese di vaccinare almeno il 40% della propria popolazione".

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Il dilemma sulla terza dose. La comunità scientifica si divide

Ma la terza dose è davvero necessaria? Israele è stato il primo Paese a partire con i richiami sulla base di dati che evidenziavano, dopo circa sei mesi, una diminuita efficacia del vaccino nel prevenire l'infezione e la malattia lieve o moderata, sebbene lo stesso calo non sia stato osservato contro le forme severe di Covid. 

Sul punto nella comunità scientifica non c'è uniformità di vedute. Secondo una revisione condotta da un gruppo internazionale di scienziati, fra cui anche esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità Oms e dell'Agenzia del farmaco americana Fda, "gli studi attualmente disponibili non forniscono prove credibili di un sostanziale declino della protezione contro la malattia grave, che è l'obiettivo primario della vaccinazione".

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La stessa Fda nelle scorse ore ha puntualizzato che i vaccini forniscono già una protezione sufficiente senza la necessità di dosi aggiuntive, complicando le deliberazioni dell'amministrazione del presidente Usa, Joe Biden, sulla necessità del richiamo. Di diverso avviso il rapporto informativo di Pfizer nel quale viene affermato che il booster è necessario a causa dei dati provenienti da Israele e da altre fonti che indicano che l'efficacia del vaccino sta diminuendo. 

E così sulla terza dose ogni Paese va per conto suo: se Israele ha dato il via libera dai 12 anni in  su, in Italia, Francia e Germania il richiamo verrà per ora garantito solo alle persone a rischio, mentre in Regno Unito a tutti gli over 50. Nel dubbio però anche le dosi inutilizzate restano in magazzino.

Un errore grave secondo Ana-Maria Henao-Restrepo dell'Oms, autrice principale della revisione citata sopra, che sul punto è stata chiara. "Anche se alla fine la somministrazione di un 'booster' potrebbe produrre un certo beneficio", questo "non supererà i vantaggi di fornire una protezione iniziale ai non vaccinati" avverte l'esperta. "Se ora i vaccini venissero distribuiti dove più servirebbero, potrebbero accelerare la fine della pandemia, inibendo l'ulteriore evoluzione delle varianti".

Quando ci saranno vaccini per tutti?

Gli studiosi concordano ormai sul fatto che il Sars-Cov-2 resterà un virus endemico, ma non c'è dubbio che vaccinare gran parte della popolazione mondiale rappresenterebbe un punto di svolta decisivo, nuove varianti permettendo. Quando verrà raggiunto l'obiettivo? Difficile fare previsioni di fronte a scelte che sono sì politiche ma dipendono evidentemente anche dall'evoluzione della pandemia e da numerose altre variabili come la durata dell'immunità indotta dai vaccini (booster compreso).

Oggi però sappiamo che il problema della scarsità delle dosi non resterà tale molto a lungo: secondo le previsioni di Airfinity a maggio 2022 la produzione dovrebbe toccare quota 22 miliardi, abbastanza per garantire tre dosi a tutta la popolazione mondiale.    

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