Domenica, 7 Marzo 2021

Cos'è questa storia dei vaccini prodotti in Italia (e perché non ci abbiamo pensato prima)

L'operazione è molto complessa: nella migliore delle ipotesi per iniziare a vedere le prime dosi ci vorranno dai 4 ai 6 mesi, ma secondo molti esperti vale la pena provarci

Foto di repertorio ANSA

E se i vaccini anti-Covid li producessimo in Italia? Di questa ipotesi, di cui si parla da mesi, discuteranno giovedì in un incontro al Mise il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. L’obiettivo più realistico, se l’idea dovesse andare in porto, è quella di iniziare la produzione nel giro di 4 mesi. Nella migliore delle ipotesi. "Faremo il punto della situazione sulle possibilità di dare una mano", ha detto Scaccabarozzi, "diremo al ministro come si produce un vaccino e quali sono i tempi: un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi".

Il problema delle licenze

Le incognite sono molte. In primis c’è il problema delle licenze che però non è insormontabile dal momento che le aziende farmaceutiche, non riuscendo a far fronte alle richieste, potrebbero essere interessate a produrre per conto terzi. Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, ha spiegato qualche giorno fa che in teoria si potrebbe anche ricorrere alla strada della licenza obbligatoria. "L’articolo 31 del Trade - Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPs) prevede il diritto, per gli Stati membri del World Trade Organization (WTO), di disporre, per legge, in condizioni di emergenza, l’uso del brevetto senza autorizzazione del titolare, pagando una congrua royalty - ha detto Anelli  -. Questo permetterebbe di produrre un maggior numero di vaccini e anche di esportarli in Paesi che non hanno le strutture per fabbricarli in proprio. Le condizioni di emergenza ci sono, e l’obbligatorietà della licenza sarebbe circoscritta alla durata della pandemia".

In realtà però è molto probabile che non ci sarà alcun bisogno di forzare la mano. "Prima di imporre la licenza obbligatoria - ha aggiunto Anelli -, gli Stati sono tenuti a richiedere formalmente alle aziende un’autorizzazione immediata alla produzione dei vaccini, sempre dietro pagamento di un corrispettivo. Solo se i titolari negano il consenso, si può imporre una licenza obbligatoria. Il fatto che alcune aziende si siano consorziate per produrre i vaccini ci rende fiduciosi nella loro collaboratività e apertura". Pfizer e BioNTech hanno ad esempio già stretto accordi con Sanofi e con Novartis per il confezionamento delle fiale, mentre lo scorso 8 ottobre Moderna ha annunciato che per la durata della pandemia rinuncerà a far valere il proprio brevetto nei confronti delle aziende impegnate nella lotta a Covid-19 (qui i dettagli).

I tempi (e gli ostacoli) per produrre i vaccini in Italia

L’ostacolo maggiore sembra invece essere quello della produzione vera e propria del vaccino. Lo scienziato Rino Rappuoli ha spiegato che la procedura comprende due fasi. "La prima riguarda la produzione della sostanza, il vaccino stesso: cioè produco l'RNA, o la proteina, il virus dello scimpanzé, a seconda dei vaccini. Per farlo ci vogliono i bioreattori ma in Italia non ci sono gli impianti". O meglio: "Solo Gsk li ha, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera (l'azienda che sta sviluppando il vaccino 'italiano', ndr) ce l'ha ma non credo per fare milioni di dosi. La seconda fase riguarda l'infialamento e da noi molte aziende sono in grado di farlo".

Come spiega Avvenire, lo stabilimento di Gsk - azienda farmaceutica britannica - si trova a Siena, ma "per modificare l’impianto con l’obiettivo di produrre vaccini anti-covid ci vorrebbero almeno 7-8 mesi e inoltre bisognerebbe produrre altrove i vaccini contro la meningite, che nel mondo colpisce circa 2,8 milioni di persone all’anno". 

Un’altra ipotesi di cui parla il 'Corriere della Sera' è quella di riconvertire gli stabilimenti utilizzati per produrre il vaccino anti influenzale. Ma presidente di Farmindustria è scettico. "La produzione parte tra un mese - ha avvertito Scaccabarozzi - fermarla ora significherebbe non avere le dosi necessarie in autunno. Un problema serio".

Un’altra possibilità, se non riuscisse nell’impresa di partecipare alla produzione vera e propria, sarebbe quella di limitarsi all’infialamento delle dosi. Ma l’obiettivo del governo sembra essere quello di gestire da soli tutta la fase della produzione. Sui tempi non tutti gli esperti sono concordi. Farmindustria parla di circa 4-6 mesi se si tratta di riconvertire aziende già dotate di bioreattori. Il rischio quello di iniziare la produzione quando in Ue (e in Italia) ci saranno già vaccini a sufficienza per tutta la popolazione.

L'idea di produrre i vaccini in Italia, Burioni: "4 mesi regalati al virus"

D’altra parte una produzione "made in Italy" potrebbe comunque tornare molto utile in futuro, dal momento che la lotta al Covid si preannuncia ancora lunga. "Ci serve organizzare la produzione di vaccini in Italia?" si chiede su facebook l’immunologa Antonella Viola. "Anche se chiaramente non è più la strada per affrontare questa prima campagna di vaccinazione, la risposta è comunque sì". 

"Se ci si fosse organizzati 4 mesi fa oggi saremmo probabilmente in grado di produrre parte delle dosi che ci servono - spiega l’esperta - ma non bisogna pensare che sia troppo tardi. I vaccini andranno aggiornati, è possibile che sia necessario vaccinarsi più volte (come per l’influenza) ed è necessario potenziare la produzione anche per i paesi più poveri. È quindi importante partecipare allo sviluppo e alla produzione dei vaccini".

Roberto Burioni insiste da tempo sulla necessità di riconvertire gli stabilimenti italiani ed europei alla produzione del vaccino anti-Covid. "Quando JFK disse che avrebbe portato un uomo sulla Luna - scrive il virologo su Twitter - gli dissero (in sostanza) che non sarebbe stata cosa facile né breve. Lui rispose dicendo che proprio per quel motivo non bisognava perdere tempo". "Forse - osserva in un altro tweet - questa geniale idea a novembre quando abbiamo saputo di avere due vaccini dall’efficacia mostruosa e non a fine febbraio. 4 mesi regalati al virus, centinaia di morti al giorno. Chi ha colpa per questo ritardo intollerabile?". Già. Perché non ci abbiamo pensato prima? Probabilmente il predecessore di Draghi riteneva l'operazione troppo complessa (e non è detto che abbia torto). O forse confidava di avere dosi a sufficienza per far decollare comunque la campagna vaccinale in primavera. 

Anche per Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), vale la pena tentare la strada della produzione nazionale. "L'Italia - ha detto a Rainews - è la prima nazione europea per fatturato di farmaci, oltre 34 miliardi, e anche se è vero che produce molto per conto terzi e produce tanto farmaci a brevetto scaduto, ha potenzialità tecnologiche. I vaccini sono farmaci". 

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