Mercoledì, 23 Giugno 2021
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Cosa succede con i vaccini agli under 16 dopo l'ok dell'Ema

Oggi è previsto il via libera dell'Agenzia Europea del Farmaco al siero Pfizer-BioNTech per la fascia d'età tra i 12 e i 15 anni. Ma perché è importante immunizzare questa fascia d'età? 

Oggi l'Agenzia Europea del Farmaco darà l'ok al vaccino Pfizer-BioNTech per la fascia d'età tra i 12 e i 15 anni. Il via libera dell'Ema segue quello della Fda degli Stati Uniti e darà il via a una campagna di vaccinazione estiva negli studi dei pediatri e dei medici di famiglia dopo che anche l'Aifa, di solito entro 48 ore, avrà dato il suo benestare. Ma cosa succede con il vaccino agli under 16 e perché è importante immunizzare questa fascia d'età? 

Cosa succede con i vaccini agli under 16 dopo l'ok dell'Ema

 "Dobbiamo essere ottimisti e allo stesso tempo cauti nell'estendere le vaccinazioni alle fasce più giovanili, e soprattutto sui bambini io sarei prudente perché il rapporto beneficio/rischio è molto meno evidente", ha detto ieri all'Adnkrons Salute il virologo Francesco Menichetti, primario di malattie infettive all'ospedale di Pisa, alla vigilia del possibile via libera dell'Agenzia europea del farmaco Ema al vaccino Pfizer/BioNTech per la fascia di età 12-15 anni. 

Quale potrebbe essere il rischio? "Più che porre l'enfasi sui rischi che - ricorda Menichetti - comunque sono venuti fuori vaccinando (non sono emersi dagli studi registrativi ma da quella fase che si chiama post marketing sorveillance e cioè dall'osservazione dei vaccinati, vedi il caso dei fenomeni trombotici), dobbiamo pensare che il rischio potenziale di un vaccino relativamente nuovo lo accetti in virtù di un beneficio che è molto consistente. Ed è così nella fascia più avanzate di età. Ma mano a mano che scendi con l'età - ricorda il virologo - questo beneficio si riduce. Per questo dico riflettiamo. Nel vaccinare i più giovani c'è sicuramente il vantaggio offerto da questa potenziale riduzione delle circolazione del virus però direi 'ragioniamoci ancora'".

Sulla questione però ci sono pareri discordanti. Anche se quella fascia d'età rappresenta attualmente la popolazione colpita più raramente, è attraverso loro che si proteggono i familiari più stretti. E secondo alcuni studi rispondono al farmaco meglio degli altri: "I dati preliminari degli studi clinici avevano già mostrato un profilo di sicurezza molto buono dai 12 ai 15 anni", ha detto oggi a Repubblica Chiara Azzari, immunologa dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. "Anche l’efficacia è eccellente. Sappiamo che, tanto più le persone sono giovani, tanto meglio rispondono ai vaccini. E il medicinale anti Covid di Pfizer non fa eccezione".

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Secondo Azzari la dose deve essere uguale a quella per gli adulti: "Nella sua autorizzazione del 10 maggio scorso, la statunitense Fda non ha fatto distinzioni di dosaggio, e neanche di tempi di richiamo, rispetto agli over 16. Il via libera è arrivato sulla base dei risultati di uno studio clinico che ha coinvolto 2.260 ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Nella metà dei partecipanti che hanno avuto il placebo ci sono stati 18 casi. Tra chi ha avuto il vaccino, nessuno". 

Infine, la risposta alla domanda più complessa. Ovvero quanto dura la copertura del vaccino: "Non lo sappiamo ancora. Probabilmente più di quella degli adulti, anche se non credo ci sia una differenza stratosferica". Riguardo ai richiami, secondo la professoressa, "forse ci sarà bisogno di farli, sia sui giovani che su noi adulti, con un vaccino leggermente diverso. Cioè con una sequenza modificata rispetto a quella originaria".

Intanto proprio su questo argomento due studi segnalano che l'immunità potrebbe durare anche anni. E questo grazie alle cosiddette cellule B di memoria, ovvero i linfociti "dormienti" che ricordano il patogeno che ci ha contagiati e, di riflesso, anche l'antigene derivato dall'inoculazione del vaccino. Il Corriere della Sera racconta oggi di un'indagine della Washington University di Saint Louis che ha analizzato il midollo osseo di 19 pazienti a sette mesi dall’infezione: 15 di loro avevano cellule B di memoria pronte a intervenire in caso di bisogno. Gli altri quattro ne avevano pochissime o nessuna, segno che non tutti i guariti da Covid sviluppano un’immunità adeguata, per questo è importante che si vaccinino. Un altro studio della Rockfeller University di New York ha osservato che le cellule B continuano a maturare per almeno un anno tra i guariti. La risposta neutralizzante è valida anche contro le varianti. 

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