Domenica, 7 Marzo 2021

Vaccino Covid: come i ritardi di AstraZeneca e Pfizer rischiano di farci restare in casa per altri mesi

L'Italia minaccia azioni legali ma ci sono poche speranze che vadano a segno. E potrebbero slittare altre consegne nei prossimi tempi. Ma così si rischia di ritardare l'immunità di gregge. E la fine dell'emergenza

I ritardi nella consegna dei vaccini da parte di Pfizer e AstraZeneca rischiano di far slittare il piano per raggiungere l'immunità di gregge di tre mesi. E quindi di dover prorogare ancora l'emergenza e le zone rosse, arancioni e gialli per altro tempo. Quanto? Se i pronostici degli esperti dicevano che il sistema delle zone andava mantenuto per altri due mesi, con il ritardo servirà sicuramente altro tempo. 

Vaccino Covid: come i ritardi di AstraZeneca e Pfizer rischiano di farci restare in casa per altri mesi

I primi a comunicare problemi nella distribuzione dei vaccini sono stati quelli di PfizerBionTech che ne hanno rallentato le consegne in tutta Europa rispetto alle quantità pattuite. Poi è arrivata AstraZeneca che non ha ancora il via libera dell’Ema ma è atteso in settimana: l’azienda britannica ha annunciato una riduzione del 60% delle dosi che verranno distribuite nel primo trimestre. Con AstraZeneca l’Italia ha il contratto più importante: con i tagli verrebbero consegnate 3,4 milioni di dosi invece di 8. E ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è sceso in campo con un post su Facebook sui ritardi annunciati di Pfizer e BioNTech, minacciando azioni legali: "Tutto questo è inaccettabile. Il nostro piano vaccinale, approvato dal Parlamento italiano e ratificato anche in Conferenza Stato-Regioni, è stato elaborato sulla base di impegni contrattuali liberamente assunti e sottoscritti dalle aziende farmaceutiche con la Commissione Europea. Questi rallentamenti delle consegne costituiscono gravi violazioni contrattuali, che producono danni enormi all’Italia e agli altri Paesi europei, con ricadute dirette sulla vita e la salute dei cittadini e sul nostro tessuto economico-sociale già fortemente provato da un anno di pandemia. Ricorreremo a tutti gli strumenti e a tutte le iniziative legali, come già stiamo facendo con Pfizer-Biontech, per rivendicare il rispetto degli impegni contrattuali e per proteggere in ogni forma la nostra comunità nazionale". Nella strategia presentata dalla Commissione c’è l’obiettivo di raggiungere il 70% della popolazione entro l’estate. Ma adesso si rischia un rallentamento che potrebbe farlo slittare a fine anno. 

Ora gli scenari possibili, spiega oggi il Corriere della Sera, sono tre: il primo è che l'esposto promesso dal commissario all'emergenza Domenico Arcuri vada a segno: se le due aziende dovessero fare marcia indietro o compensare velocemente i tagli, qualche ritardo ci potrebbe essere ma limitato e sostenibile. Ma, come abbiamo spiegato qualche giorno fa, le possibilità di farcela sono pochissime visto che il rispetto del calendario settimanale delle consegne non rappresenta un obbligo legalmente vincolante nel contratto. L'unica scadenza da rispettare per l'azienda farmaceutica è quella trimestrale. Intanto però il ritardo mensile e settimanale causa uno stop al piano vaccinale e il problema non è solamente italiano visto che i paesi hanno ricevuto in media il 35-40% in meno delle dosi e i leader dell'Unione Europea ne discuteranno oggi. L'unica strada legale possibile è quella di dimostrare danni sanitari, per esempio a chi non ha ricevuto la seconda dose e nel frattempo si è ammalato. Il secondo scenario presentato dal quotidiano prevede che i tagli alla distribuzione si fermino a quelli annunciati finora, solo uno slittamento ma senza recupero. In questo caso l’immunità di gregge potrebbe essere raggiunta con poche settimane di ritardo. Il terzo scenario invece è quello più preoccupante: tagli e ritardi che vanno avanti per mesi. In quel caso diventerebbe difficile chiudere persino entro l’anno. Anche se nel governo c'è chi non la pensa così: "Chiudere a settembre - ha detto il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa - è comunque possibile. Per farlo potremo estendere gli orari di somministrazione, portandoli a 16 o 18 ore al giorno".

Domenico Arcuri e il piano vaccini dimezzato

Ma se questo non dovesse accadere o dovesse essere impossibile anche a causa dell'impiego di personale in emergenza, l'alternativa è che a fine marzo il piano vaccini sia già in ritardo. Ovvero, calcola oggi Repubblica, potremmo aver vaccinato in totale "solo" 7 milioni e mezzo di italiani, i medici e il personale sociosanitario, il personale delle Rsa e gli over 80. Ovvero circa la metà dell'obiettivo iniziale. E i ritardi cominciano a farsi sentire già ora, visto che nell’ultima settimana si è passati da una media di 80mila al giorno alle 30mila di ieri. Giuseppe Ippolito del Comitato tecnico scientifico dice oggi che i ritardi possono essere recuperati: "Non disperiamo. Abbiamo il tempo per riprenderla. La pianificazione della campagna vaccinale è stata effettuata sulla base di una potenziale disponibilita' di dosi in un dato momento. Purtroppo non tutti i vaccini sono stati approvati nei tempi previsti. Inoltre, quando le quantità attese non vengono, come sta accadendo, consegnate è necessario rimodulare i programmi e l'Italia lo sta facendo".

Ma il governo deve fare i conti anche con il problema della mancanza di siringhe di precisione, smentito da Arcuri ("Sono state distribuite meno siringhe perché Pfizer ci ha inviato un numero inferiore di siringhe") e con il piano vaccini dimezzati. Il governo dovrà aggiornare quello presentato al parlamento il 2 dicembre, quando nel primo trimestre del 2021 sarebbero dovute arrivare in Italia 28 milioni di dosi. L'Ansa scrive che non è ancora chiaro se e quando Pfizer ripristinerà le forniture previste per garantire entro la fine di marzo 8,7 milioni di dosi (fonti Ue hanno fatto sapere che l'azienda entro la prossima settimana dovrebbe riportare la media delle consegne al 92%). E, soprattutto, AstraZeneca ha confermato la riduzione a causa di un problema alla produzione. Si parla di un taglio del 60%, che, ha detto Conte, per l'Italia significherebbe passare da 8 milioni a 3,4 milioni di dosi. Il nostro paese potrebbe quindi trovarsi a fine marzo ad avere meno di 14 milioni di dosi, compreso il milione e 300mila di Moderna, anziché 28. La metà di quanto previsto. E così 13 milioni e 400mila italiani tra i 60 e i 79 anni e i 7 milioni e 400mila con almeno una comorbilità cronica, gli insegnanti, il personale scolastico, le forze di polizia e gli altri rischiano di restare fuori. E se slitta l'immunizzazione, slitta anche la data della fine dell'emergenza. Di quanto? Ieri Francesco Forastiere, epidemiologo, professore all’Imperial College di Londra, nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera pronosticava almeno altri due mesi di zone rosse ed arancioni, visto che l"’impatto dell’epidemia anche se la diminuzione dei casi osservata nell’ultimo monitoraggio non è sufficientemente rapida. La flessione è frutto dei divieti di spostamento in vigore nel periodo natalizio e nei primi giorni di gennaio". Con i ritardi si rischia di slittare ancora. 

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