Venerdì, 7 Maggio 2021

Variante indiana, Crisanti: "Se è stata trovata in Veneto è diffusa anche altrove"

Il microbiologo punta il dito contro l'assenza di un sistema di sorveglianza adeguato. Ma per molti esperti è ancora presto per fasciarsi la testa. Maga (Cnr): "Non si tratta di una mutazione nuova, c'è troppo allarmismo"

Andrea Crisanti

"Se la variante indiana di Sars-CoV-2 è stata trovata in Veneto, vuol dire che è già ampiamente diffusa anche altrove. Perché il nostro Paese ha una bassissima capacità di sorveglianza, non ha la sensibilità necessaria per intercettare tempestivamente" i mutanti. E' quanto afferma il microbiologo Andrea Crisanti, commentando la notizia - comunicata nel pomeriggio dal governatore Luca Zaia - dei primi due casi di variante indiana confermati in Veneto, all'Ulss Pedemontana di Bassano, dove peraltro ci sono anche due casi in valutazione in attesa di conferma. A risultare positivi a questa particolare mutazione del virus sono un padre e sua figlia di ritorno dall'India. Dobbiamo preoccuparci? "Sono mesi che dico che bisogna creare un sistema di sorveglianza adeguato in Italia, che ancora non c'è", dice Crisanti. Che poi chiarisce meglio il suo discorso. "Il problema è che tutte queste nuove varianti rappresentano una minaccia sia alle riaperture, per le quali è già un problema la variante inglese, ma sono una minaccia anche al programma di vaccinazione. Vanno monitorate e noi ancora non abbiamo la capacità per farlo".

"Quella indiana - prosegue Crisanti - sembra una variante che ha un'elevata capacità di trasmissione e, sulla base delle mutazioni che la caratterizzano, potrebbe avere anche una certa resistenza al vaccino". Se fosse confermato questo aspetto "si abbasserebbe la soglia di protezione. Ciò significa che se una persona vulnerabile è protetta dall'infezione da variante inglese/europea, con questa potrebbe non esserlo altrettanto e fare una malattia più grave". Il problema, però, per Crisanti "è generale". Il dramma dell'India "non si può spiegare solo con carenze strutturali, non è questa e basta la questione. Al di là della situazione sanitaria particolare, può accadere ovunque e lo abbiamo visto: laddove c'è trasmissione elevata del virus, c'è più probabilità che emergano varianti e, se si aggiunge anche il vaccino, il rischio è che si creino varianti resistenti" alle iniezioni scudo. L'ideale quindi "sarebbe vaccinare in una situazione di chiusura. Invece noi - argomenta Crisanti - stiamo facendo l'opposto. E' impressionante. Incredibile".

Come stanno le cose? Sulla variante indiana gli studiosi si dividono. Per Roberto Burioni è ancora troppo presto per fasciarsi la testa. Anzi. "In India la situazione è drammatica - ha scritto l'altroieri il virologo -, ma è tutto da dimostrare che sia dovuta alla variante indiana (B.1.617) che non sembra, almeno per ora, avere caratteristiche particolarmente pericolose considerando le sue mutazioni. Occhi aperti, ma niente panico e niente varianterrosismo".

Maga (Cnr): "Sulla variante indiana c'è troppo allarmismo"

Anche per Giovanni Maga, direttore dell'l'Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia, "la variante indiana non ci deve preoccupare, né deve generare allarmismi come purtroppo sto vedendo con notizie che girano sul web. Non si tratta, tra l'altro di una variante nuova. In India è stata individuata, per la prima volta, a ottobre scorso. E il virus mutato non presenta cambiamenti 'nuovi': sono essenzialmente due, presenti singolarmente anche in altre varianti che circolano, incluse quelle dell'Inghilterra, del Sudafrica e del Brasile".

Insomma, per Maga  "non siamo di fronte a qualcosa di completamente nuovo. Quello che possiamo dire, ad oggi, è che probabilmente - anche se non abbiamo ancora evidenze chiare - si tratta di una variante contagiosa, ma non più di quella inglese, oggi dominante in Europa. Non ci sono nemmeno evidenze che possa sfuggire alla copertura vaccinale. Al contrario, dato che i vaccini sono attivi rispetto alle varianti che presentano lo stesso tipo di 'cambiamenti', è molto verosimile che siano efficaci anche contro questa variante". "C'è, inoltre, uno studio di un gruppo indiano - riferisce - in cui i ricercatori dimostrano che il vaccino indiano in sperimentazione, protegge contro da questa variante, ed è un vaccino analogo a quello cinese, basato sul virus inattivato. Lo studio è al momento in revisione per la pubblicazione ma i dati sono già stati messi a disposizione su un banca dati pubblica perché la comunità scientifica potesse già valutarli".

E così la pensa anche l'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, assessore alla Sanità della Regione Puglia, che all'AdnKronos spiega: "La variante cosiddetta indiana, al pari di altre, può avere diverse caratteristiche di diffusibilità o resistenza all'immunità generata da infezioni precedenti o vaccinazione, ma quello che vediamo oggi accadere in India non ha nulla a che vedere con la presenza di questa variante, bensì con il mancato controllo della pandemia". "Il fenomeno delle varianti non a caso ha fatto introdurre il termine 'scariants', ovvero il dilagare della paura, spesso immotivata, legata al diffondersi delle varianti", aggiunge Lopalco, sottolineando che "le misure messe in atto in Italia e il piano vaccini non vengono alterati dalla presenza della variante indiana".

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