Domenica, 16 Maggio 2021
Il nuovo ceppo

Dai sintomi ai vaccini: cosa sappiamo della variante indiana

Questo nuovo ceppo, che ha causato un nuovo picco di contagi in India, è arrivato in Europa e in Italia. Sulla sua eventuale resistenza ai sieri anti-covid non si hanno conferme, ma preoccupa la sua doppia mutazione

Foto di repertorio Ansa

Dopo la variante inglese del coronavirus, nelle ultime settimane ha iniziato a destare preoccupazione anche la versione indiana, che sta causando migliaia di contagi nel Paese asiatico e che adesso è arrivata anche in Europa e in Italia. Sintomi, effetto dei vaccini e letalità sono tutte caratteristiche in fase di valutazione, per cui le informazioni su questa variante sono ancora sommarie. Facciamo il punto della situazione con quello che è stato scoperto fino ad ora.

Coronavirus, cosa sappiamo della variante indiana

Questo nuovo ceppo è stato scoperto la prima volta lo scorso ottobre a nel Maharashtra, stato dell'India Centro-occidentale, conosciuto per la capitale Mumbai: la variante è stata identificata con il codice B.1.617. La sua caratteristica principale è che presenta due mutazioni già note (E484Q e L452R), unione che sarebbe responsabile della drammatica ondata che sta stravolgendo l’India. La mutazione identificata come L452R corrisponde ad una modifica individuata anche nella variante californiana (B.1.427) che interessa la proteina spike e potrebbe aumentare la contagiosità del coronavirus. La mutazione E484Q potrebbe invece incidere sulla capacità di 'dribblare' la risposta immunitaria: quindi, potrebbe portare il coronavirus ad essere più resistente agli anticorpi sviluppati dopo un'infezione o di aggirare, almeno parzialmente, l'efficacia del vaccino.

I sintomi della variante indiana

Secondo i primi riscontri degli scienziati, i sintomi della variante indiana sembrano essere più gravi rispetto agli altri ceppi osservati fino ad oggi. Tosse, raffreddore, mal di testa e mal di gola, febbre, dolori muscolari, diarrea, stanchezza e spossatezza, ovvero i primi segnali della presenza del coronavirus nelle persone, sono di solito più forti. E di conseguenza anche i tempi di guarigione ne risentono.

Variante indiana e vaccini 

Una eventuale resistenza ai vaccini attualmente in circolazione non è ancora stata dimostrata. Secondo i primi dati da Israele, il vaccino Pfizer-BioNTech è parzialmente efficace contro la variante indiana e anche i primi test di neutralizzazione sul vaccino indiano Covaxin hanno mostrato una buona risposta.

Secondo il virologo Giovanni Maga, direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia, "c'è uno studio di un gruppo indiano in cui i ricercatori dimostrano che il vaccino indiano in sperimentazione, protegge contro da questa variante, ed è un vaccino analogo a quello cinese, basato sul virus inattivato. Lo studio è al momento in revisione per la pubblicazione ma i dati sono già stati messi a disposizione su un banca dati pubblica perché la comunità scientifica potesse già valutarli".

Crisanti: ''Variante indiana molto infettiva''

Un avvertimento sulla pericolosità di questa variante è arrivato dal virologo Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell'università di Padova: "Quello che sta succedendo in India, Cile e Brasile è il risultato combinato di aperture insensate e sviluppo di varianti con trasmissibilità elevata. La variante indiana è una variante che genera cluster molto numerosi, probabilmente ha un indice di infettività alto. In India ha completamente soppiantato la variante inglese. Poi ha due mutazioni nella regione che funziona da bersaglio per gli anticorpi neutralizzanti, quindi si ritiene che in qualche modo possa sfuggire al vaccino". 

"Le misure annunciate dal ministro Speranza, di bloccare i voli dall'India, sono corrette - ha commentato Crisanti  - ma dovrebbero essere affiancate da misure che prevengono la triangolazione. E poi bisogna creare l'infrastruttura, creare una quarantena vigilata per chi viene da questi posti, Non si può lasciare all'iniziativa dei singoli un problema di sanità pubblica così rilevante".

Abrignani (Cts): ''Della variante indiana preoccupano le mutazioni''

Secondo Sergio Abrignani, immunologo dell'università Statale di Milano, componente del Comitato tecnico scientifico (Cts) per l'emergenza Covid-19, la caratteristica più preoccupante di questo ceppo sta nelle sue mutazioni: "La variante indiana" del coronavirus Sars-CoV-2 dal punto di vista teorico è preoccupante, perché ha una serie di mutazioni per le quali potrebbe sfuggire alle vaccinazioni oggi disponibili. Però dall'altra parte sembrerebbe non essere particolarmente diffusiva, lasciando quella inglese come la più diffusiva. Va monitorata, e in via precauzionale ha fatto bene il ministro della Salute, Roberto Speranza, a bloccare gli arrivi dall'India, perché ancora dobbiamo imparare bene in queste settimane quanto veramente la variante sia poco diffusiva come sembra". 

''Nessun allarmismo sulle varianti''

Ma, come detto ad inizio articolo, le informazioni su questa variante sono ancora poche, motivo per cui non è necessario fare allarmismo. Un concetto espresso anche da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, in un post su Twitter: "Discutere di nuove varianti senza conoscere ancora il loro impatto epidemiologico e clinico, è come gridare tutti i giorni 'al lupo, al lupo'". 

Un pensiero condiviso anche da Francesco Vaia, direttore dell'Inmi Spallanzani di Roma, dove ieri sono arrivati i tamponi (ad oggi tutti negativi) fatti nella comunità Sikh della provincia di Latina per lo screening sulla variante indiana: "Non bisogna terrorizzare e rincorrere le varianti facendo preoccupare l'opinione pubblica. Il virus muta continuamente, quindi noi dobbiamo isolare le mutazioni, studiarle e adattare gli strumenti che abbiamo, i vaccini e le terapie innovative, per contrastare anche le mutazioni. In questo momento serve positività". 

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