Domenica, 24 Gennaio 2021

L’operatrice dello sportello antiviolenza: “Questo secondo lockdown per le donne è massacrante”

Il racconto a Today: “Spesso sono la prima persona con cui trovano il coraggio di aprirsi”

Una delle foto di Marzia Bianchi esposte alla mostra di Fondazione Pangea e Reama "L’invisibilità non è un superpotere" alla WeGil di Roma

“Proprio stamattina una donna mi ha detto: ‘il primo lockdown è stato difficile, però questo secondo è veramente massacrante e deleterio’”. Paola (nome di fantasia) lavora con le donne e per le donne. È una delle operatrici dello sportello antiviolenza online di Reama, la rete di Fondazione Pangea Onlus per il contrasto alla violenza di genere, l’empowerment e l’auto mutuo aiuto. Soltanto tra marzo e metà maggio, a livello nazionale, Reama ha preso in carico oltre 800 donne e un centinaio sono quelle accolte attraverso lo sportello antiviolenza online. Paola risponde alle email, spesso è la prima persona con cui donne vittime di violenza trovano il coraggio di aprirsi, raccontarsi e chiedere aiuto.

“Il periodo del covid è stato molto complesso per diverse ragioni. Molte donne sono rimaste in casa con il maltrattante e hanno avuto difficoltà ad accedere a servizi come il pronto soccorso o a chiamare le autorità per sporgere denuncia, ma anche a usare il telefonino o scrivere una mail. Il secondo lockdown in molti casi ha peggiorato queste situazioni, anche dal punto di vista psicologico”, spiega Paola a Today.

Le restrizioni ad esempio non fermano gli stalker, sottolinea: c’è chi non si è fatto problemi a continuare a uscire e perseguitare la propria vittima, come pure chi ha approfittato di questo periodo e ha aumentato messaggi e telefonate, aggravando la pressione psicologica. In quelle zone poi dove le restrizioni sono più severe e magari può uscire soltanto una persona della famiglia, per alcune significa che è l’uomo avere in mano la situazione, lui e solo lui gestisce tutto, anche il semplice decidere o meno di comprare un pacco di assorbenti per la moglie o la figlia. Per molte donne poi il lockdown ha comportato anche rivivere in una sorta di flashback situazioni di violenza che avevano rimosso e ritrovarsi chiuse in casa le ha portate a rielaborare quel vissuto, per poi avere la necessità di arrivare a parlare con una professionista.

Il lockdown e la violenza sulle donne

Le situazioni di violenza sono tante, come tanti sono i profili delle donne che ne sono vittime. “Si pensa di solito che la donna vittima di violenza sia la casalinga poco istruita con cinque figli, ma non è così. Capita davvero di sentire di tutto, perché la violenza è trasversale”, dice Paola. “Le donne che ci scrivono hanno tutte le età. C’è la ragazza di 20 anni, la madre di 40, donne più mature, in alcuni casi anche donne anziane, che magari non sono riuscite a contattarci direttamente ma è arrivata la segnalazione di qualcuno che le conosceva e ci ha passato il contatto. Sono vittime del marito, dell’ex marito, ma anche dei fratelli e dei padri, nel caso delle donne più giovani”.

Il lockdown ha esasperato molte situazioni e ha spinto tanti a chiedere aiuto. Durante questo periodo, ricorda Paola ci sono state più richieste di contatto da parte di figlie (“ma anche figli maschi”, sottolinea) che hanno scritto per chiedere consigli riguardano alle situazioni difficili vissute in casa, una volta ritrovatisi a vivere di nuovo in famiglia dopo essersi allontanate per diverso tempo per motivi di studio o lavoro: “Trovandosi nuovamente con mamma e papà, alcuni di loro hanno visto le cose in un ottica diversa. Molte storie in questo periodo sono emerse così”.

Riconoscere la violenza è il primo step

Perché il primo passo è soprattutto rendersi conto della situazione di violenza. “È il primo step, il più difficile. Chi la vive spesso non la vede. È facile giudicare da fuori e dire: ‘Lui la gonfia di botte, possibile che lei non scappa? Perché rimane, perché ci fa addirittura un figlio?’. Riconoscere di essere finita in quella spirale non è facile. Molte donne non riescono nemmeno a parlare con le amiche, addirittura non riescono a confidarsi nemmeno con le sorelle, perché quello che molte volte viene fuori è soprattutto il giudizio”.

Sul sito di Reama c’è un test per aiutare a riconoscere se si è vittime di violenza. “Anche qui scatta il pregiudizio: ‘ma serve davvero un test per capirlo?’. Sì, in alcuni casi sì. Chi ad esempio ha vissuto sempre in queste situazioni, perché magari la madre veniva picchiata dal marito oppure perché ha subito altri traumi, cresce pensando che quella sia la normalità. Per non parlare poi della violenza psicologica e di quella economica. Il test spesso è uno strumento utile”, racconta Paola.

Dopo il primo contatto via email, Paola e il team di professionisti che fanno parte della rete di Reama forniscono informazioni sul percorso da intraprendere, danno informazioni sui servizi di prossimità, fissano appuntamenti per il colloquio di accoglienza ed eventualmente per i servizi di informazione legale o consulenza psicologica, in sicurezza e con la garanzia dell’anonimato e della riservatezza. Una presa in carico che ovviamente non si limita alla “semplice” risposta via email. “Continuiamo a sentirci anche al telefono, per sapere come procede il loro percorso, come si trovano".

Una rete per contrastare la violenza sulle donne

“Una di loro mi ha mandato proprio oggi un messaggio per ringraziarmi e dirmi che grazie a noi non si sente più sola. Le donne hanno bisogno di questo, di sapere che c’è una rete le aiuta e che funziona, perché ‘fare rete’ non è soltanto uno slogan. La maggior parte di loro è isolata, non può chiedere aiuto né alla famiglia né agli amici, e sente il peso di questa solitudine, una conseguenza delle violenze che subiscono. Sapere invece che ci sono delle persone alle tue spalle che ti credono e possono darti ascolto e indicazioni non è poco, soprattutto in questo momento”, afferma Paola. Il suo lavoro di operatrice volontaria la mette a contatto con tanta sofferenza. 

"Anche gli amici, la famiglia mi chiedono spesso: ‘Quanto ti resta di quei racconti? Come fai?’. Siamo umani, è impossibile a volte non lasciarsi coinvolgere, ad esempio quando ci sono di mezzo i bambini. Questo lavoro mi ha aiutato anche a guardare alle cose diversamente, alcune situazioni che prima etichettato con molta facilità adesso non lo faccio più. Mi sento grata della fiducia che queste donne mi danno, senza neanche vedermi in faccia in molti casi, spesso sono la prima persona a cui raccontano una storia così pesante, sapendo che otterranno solo aiuto e mai un giudizio. Che poi è quello che penso dovremmo fare un po’ tutti nella vita”.

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