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Lunedì, 26 Febbraio 2024
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Dove vanno la Chiesa (e la Cei) con Zuppi

A tu per tu con Domenico Barrillà, scrittore e psicoterapeuta esperto di Chiesa - in quanto fenomeno sociale - sui temi caldi del cattolicesimo. Dall’elezione del nuovo presidente della Conferenza episcopale agli abusi

Un report annuale sugli abusi sessuali commessi nella chiesa, il cammino sinodale che punti su “ascolto” e la “collegialità”. E ancora no alla guerra, non solo quella in Ucraina. All’indomani della sua elezione a presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, tocca i temi caldi della Chiesa e delle annose piaghe dentro il cattolicesimo, per le quali l’opinione pubblica, sia laica che cattolica, chiede urgenti risposte.

Tutto questo mentre ogni anno, in particolare in Italia, sono sempre di più i sacerdoti che chiedono la dispensa per sposarsi o perché non si sentono più adatti a servire la Chiesa e sempre meno sono i giovani che si avvicinano ai seminari. Ma la crisi dei preti è una crisi della Chiesa? L’elezione dell’arcivescovo di Bologna a presidente della Conferenza episcopale italiana, considerato un “comunicatore” capace di parlare e di contaminarsi con mondi distanti da quelli ecclesiali, induce davvero nuove aspettative?

A fornire alcune chiavi di lettura utili in tal senso è Domenico Barrilà, noto analista adleriano e scrittore, che da sempre segue con attenzione e competenza le vicende della Chiesa in quanto fenomeno sociale, a cui ha dedicato più di un saggio. MessinaToday.it ci ha dialogato.

Lo storico delle religioni Alberto Melloni sostiene che abbiamo il primo presidente della Cei eletto e non nominato dal Papa. È d’accordo con questa affermazione?

“Un mio amico voleva regalarmi una cravatta, invitandomi a scegliere nel suo armadio. Ne prendevo una e lui si bloccava, ne prendevo un’altra e accadeva la stessa cosa. “Questa me l’ha regalata la mia fidanzata, quest’altra i miei genitori il giorno della laurea, questa i miei fratelli per quando sono stato assunto”. Alla fine, chiesi a lui di dirmi quale preferiva donarmi. Ecco, così è stato scelto Matteo Zuppi, come io avevo potuto scegliere “liberamente” tra una selva di cravatte”.

Conosce il cardinale Matteo Zuppi?

“Non personalmente, ma credo sia un brav’uomo, attento alle persone umili, caratteristiche che dovrebbero essere requisito minimo per un prete. È come sottolineare che un pasticcere fa i dolci. Sta facendo semplicemente il suo mestiere, il fatto che si metta in evidenza è curioso”.

Vero, ma sappiamo che anche questo non può essere così scontato perché ogni attività umana deve fare i conti con dalle mele marce e anche la Chiesa è stata travolta da scandali intollerabili.  Ma torniamo al nuovo presidente.

"Quattro anni fa, nelle ore successive l’esplosione di un’autocisterna sulla tangenziale di Bologna, aveva tenuto a dire che era stata la mano di Dio a evitare una strage, che la Provvidenza era palesemente intervenuta. Cinque giorni dopo è crollato il ponte Morandi, portandosi via 43 persone. La Provvidenza era in ferie, come lo è spesso, sarebbe meglio non tirarla per la giacca. A volte ti aspetteresti che i consacrati ricordassero che Gesù invitava a dire ‘si si, no no’”.

Percepisco tanta amarezza. Con che occhi guarda oggi la Chiesa?

“Con il giusto distacco. Aiuta a non fare i tifosi, a scansare la tentazione delle mitologie, che quasi sempre, finito l’entusiasmo, lasciano profondi solchi di delusione”.

Eppure, era stato contento dell’elezione di papa Francesco.

"Avevo partecipato, nei giorni successivi, a Milano, ad un dibattito a quattro voci con un frate francescano e due pastori protestanti. C’era fermento, avevo sottolineato alcuni aspetti che lasciavano presagire una svolta, l’atteggiamento era di generale e forte speranza”.

Pensa che la svolta ci sia stata?

“Questo lo dirà il tempo, adesso è presto, sebbene alla lunga sembrino imporsi tratti caratteriali di Bergoglio, non sempre gradevoli, che tendono a soffocare il resto. Immagino sono i tratti con i quali saranno stati scelti i cardinali: contiguità, fedeltà, simpatia personale. D’altro canto, è un consacrato anche lui, dunque soggetto alla legge dell’entropia, più veloce nelle persone che non devono fare i conti con il banale quotidiano con cui ci misuriamo noi laici”.

Nella sua vita professionale non è mancata la collaborazione con questa categoria di persone, che tutti tendiamo a considerare migliori di noi laici.

“Abbiamo un profondo bisogno di modelli virtuosi, ma illudersi di trovarli più facilmente tra i consacrati può diventare un’illusione. Lo status celibatario, se viene imposto e non scelto con vera convinzione, può rappresentare un ostacolo al mantenimento dell’equilibrio personale, ad una vera presa di contatto con la realtà. I modelli dobbiamo cercarli tra le persone comuni, la loro normalità genera normalità, un circolo virtuoso reale”

Tra i suoi amici più cari ci sono dei consacrati.

“Pochi, ma davvero solidi, amicizie messe alla prova da anni di conoscenza. Si tratta di sacerdoti che amo definire laici. Un vero prete dovrebbe essere la persona più laica che esiste, la figura di Gesù è affascinante proprio perché incarnava benissimo questa natura. Una laicità che in casa di Simone il Fariseo esplode in tutta la sua magnificenza. Se ci fosse più laicità dentro la Chiesa, i casi come quello in cui è coinvolto il cardinale Giovanni Angelo Becciu sarebbero ridotti al lumicino, invece non mi pare sia così, ma qui apriremmo un altro capitolo delicatissimo, quello del rapporto di molti consacrati coi beni materiali”.

Anche fra i suoi pazienti, lei è uno psicoterapeuta, ci sono consacrati. Lei non ha fatto mistero in passato del fatto che tanti problemi hanno legami col celibato. Perché allora ci si accanisce nel confermare il divieto al matrimonio per i sacerdoti?

“Posto che sarei per la libertà di scelta e contro ogni obbligo, ritengo che le cause siano tante, ma mi soffermerei su due in particolare.  La prima è che si allargherebbe parecchio la platea nella quale pescare i sacerdoti, la qualità, per logica conseguenza, salirebbe molto, scuotendo gli attuali equilibri di potere. La seconda è legata al fatto che le decisioni in materia le prendono persone arrivate al vertice, già avanti negli anni e gratificate dalla posizione raggiunta. Impossibile che chi striscia da una vita per arrivare, una volta raggiunto lo scopo decida di segare le gambe della propria sedia”

Quanto è potente questa resistenza?

“Basterebbe considerare che i seminari sono vuoti e nessuno sembra preoccuparsene, cercando contromisure serie. Si fanno affermazioni vagamente preoccupate, ma la situazione stagna. Albert Einstein diceva: “Non possiamo pretendere che le cose cambino se facciamo sempre le stesse cose”. È scritto sulla parete dell’ufficio di un bravo dirigente scolastico”.

Quali sono gli altri fattori di rischio?

“Il più grave è nella stessa condizione che vive ogni giorno il prete. Bisogna conoscere i sacerdoti uno ad uno per capire, ma anche per misurare il futuro della Chiesa. Il livello di frustrazione all’interno del recinto è forte, e i vescovi sono impegnati in un braccio di ferro quotidiano per impedire che la situazione esploda, ma loro stessi sono ingaggiati coi propri bisogni personali, tensioni in parte sublimate nella gratificazione che può dare il potere. Tutto questo sottrae enormi e preziose energie all’impegno pastorale, mentre quella dei consacrati rischia di diventare una grande comunità terapeutica, per giunta poco efficiente. Ci sono casi di sofferenza personale spaventosi, che nessun padre accetterebbe per il proprio figlio, ma niente si muove, questo denuncia modalità di interazioni interne ai limiti del disumano, che si riversa all’esterno, sui fedeli, sulla collettività, sull’immagine della Chiesa, dunque sull’efficacia della sua missione”.

I vescovi, dunque, sono molto assorbiti da tensioni interne.

“Chi più chi meno, ma nessuno è escluso. I vescovi sono persone, prese dai propri mondi interiori e dai loro dubbi, anche di fede”.

Parla di dubbi di fede in uomini che definiamo “di fede”.

“Gli uomini con una fede solida sono pochi, li riconosci perché li senti sereni, distanti dalla ricerca di potere, camminano un metro sopra le miserie umane, che pure cercano di lenire. Guarda i sacerdoti che vanno in televisione, si percepisce un desiderio di protagonismo imbarazzante”.

Quale il peso del potere e della sua ricerca, tra i consacrati.

“Quando non ti misuri con una vita affettiva, familiare, con tutto il vuoto che questo determina, il potere può diventare una tentazione potente, più che nei laici, che pure non scherzano, ma i consacrati dovrebbero abbassare la media non farla schizzare in alto. Il potere è il cibo di una bulimia esistenziale frequente tra il personale consacrato”.

Quale ruolo, del potere, nella scelta del cardinale Zuppi alla testa della Cei.

“Di sicuro c’è stata dialettica, almeno all’inizio, poi sono arrivate le esternazioni di Bergoglio, sorprendenti e avvilenti, consegnate al Corriere della Sera. Con una malizia degna di un politico consumato, il Pontefice si è messo di traverso, cancellando dalla corsa il vescovo di Modena Erio Castellucci, molto stimato dai colleghi e amato dai fedeli. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti ma io preferisco un cardinale». Era l’unico non cardinale della terna. Quindi, va bene un prete di strada, purché cardinale, una contraddizione tanto sfacciata da apparire persino ingenua. La buona notizia è che almeno un adulto in questa storia si è visto, proprio Castellucci che, dopo avere incamerato una bella quantità di voti nel primo scrutinio, si è ritirato, a riprova del fatto che infallibile non sempre significa adulto”.

È un momento di grande difficoltà per il mondo, che ne pensi delle parole di Bergoglio sull’Ucraina?

“Il mondo è sempre in difficoltà, il punto è che noi censiamo solo quelle che toccano il nostro specifico e i nostri interessi. Se nasci in Afghanistan o in luoghi simili, la tua speranza di vita si riduce molto, non parliamo poi della qualità dell’esistenza stessa. Sulla guerra il papa dice le stesse cose che dicono tutte le persone di buon senso, niente di più. È difficile essere pontefice, andare un passo avanti, soprattutto quando gli anni aumentano”.

Il papa si è espresso anche contro la lobby delle armi in America.

“Anche in questo caso è una posizione generale, forse bisognerebbe osare di più. Il metodo esortativo non funziona più nemmeno alla scuola dell’infanzia. Se uno prende la comunione e compra un’arma di certo è in contraddizione, qualcuno gli dovrebbe imporre di rinunciare all’arma oppure alla comunione, ricordargli che le due cose insieme non possono stare. Altrimenti la chiesa non serve a niente. Se poi taci perché temi di perdere fedeli, allora qualche domanda è d’obbligo”.

Il silenzio, dunque, come paravento. Diventa complicità e le parole servono a poco?

“Purtroppo è un metodo, la scusa recondita è che se denunci danneggi la Chiesa e il suo messaggio, la verità è che stai facendo un calcolo oppure sei timoroso. I consacrati in genere attribuisco troppa importanza alla parola che, invece, dovrebbe essere semplicemente la descrizione fedele dei loro comportamenti. Proprio qui casca l’asino e si aprono le porte a figure coreografiche, magari giovani e azzimati teologi mediatici, saggiamenti fermati in passato da rettori illuminati ma poi recuperati da altri vescovi, giusto per dimostrare di essere bravi dei colleghi. Tanto, i regali rimangono alla chiesa e alle comunità”.

Ma il nuovo presidente della Cei, secondo lei, sarà in grado di lasciare un segno?

“Dipenderà da lui e dai colleghi, di certo non mancheranno le sportellate. Potrebbero servire se fossero ordinate all’accrescimento della verità del bene comune, ma in genere sono questioni di bottega. Intanto speriamo, dobbiamo sperare, in fondo la storia cammina sulle spalle di chiunque occupi un ruolo che consenta di ispirare cambiamenti”.

Una domanda finale. Qualche giorno fa c’è stata l’ultima infornata di santi, dieci per l’esattezza.

“In poco più di quattro secoli, sono stati proclamati oltre 1700 santi, la Chiesa è molto affezionata a questi momenti autopromozionali di cui una religione forte non necessita. Le lezioni del passato non servono e il supermercato continua a rimanere aperto. Credo che gli unici veri santi siano coloro che passano da questa vita senza che nessuno ne registri la presenza sui radar. Un destino orrendo, che speriamo sia riscattato in quella seconda possibilità che il cattolicesimo promette e per la quale, in definitiva, esiste”.

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