Domenica, 28 Febbraio 2021

Sport di endurance: quali sono i rischi di una pratica eccessiva

L'iposodiemia è una condizione clinica caratterizzata da una concentrazione sierica di sodio e rappresenta uno degli squilibri elettrolitici più frequenti che può verificarsi durante o dopo l’attività fisica. Scopriamo quali sono i rischi

Foto d'archivio

Gli sport di endurance sono tutte quelle discipline fisiche che richiedono la capacità di resistere ad uno sforzo prolungato nel tempo (resistenza alla fatica), spesso di natura aerobica. Si tratta di un tipo di allenamento fisico cardiovascolare continuato, di solito a frequenza cardiaca costante (Steady State Training). Questo tipo di attività, intensa e prolungata, può comportare una serie di alterazioni bioumorali come la riduzione del magnesio, del potassio, del sodio, l’incremento dell’azotemia e della creatinina, nonché ad una condizione che viene chiamata iposodiemia.

L'iposodiemia (o iponatriemia) è una condizione clinica caratterizzata da una concentrazione sierica di sodio e rappresenta uno degli squilibri elettrolitici più frequenti che può verificarsi durante o dopo l’attività fisica. Come riconoscerla? Dei campanelli di allarme esistono e sono: nausea, confusione, sonnolenza, disorientamento, cefalea.

Iponatriemia e attività fisica

In particolare, l’iponatriemia associata all’esercizio fisico (Exercise associated Hyponatriemia o Eah) viene definita come un disordine elettrolitico che si verifica durante e fino a 24 ore dopo l'attività fisica di endurance. Le condizioni che predispongono a tale quadro clinico sono: esercizio ad elevata intensità praticato in ambiente molto caldo, aumentata perdita di sodio associata ad un elevato contenuto di tale elemento nel sudore in soggetti non allenati, alimentazione a basso contenuto di sodio. La maggior parte degli atleti che manifestano iposodiemia sono asintomatici  oppure possono presentare vertigini, cefalea, sonnolenza e nausea. Possono anche verificarsi, tuttavia, manifestazioni più gravi come convulsioni, edema cerebrale.

Durata dell'esercizio

Anche la durata dell'allenamento condiziona il rischio di iponatriemia. L’incidenza di tale condizione clinica aumenta a 4-8 ore dopo l’inizio della  prestazione. Gli atleti che affrontano una competizione in un tempo superiore a 4 ore  vanno incontro più frequentemente ad Eah indipendentemente dagli altri fattori concomitanti.

La disidratazione

Come leggiamo su lascienzainpalestra.it, questa fisiopatologia non è ancora chiara, ma sembra dipendere dalla perdita di sodio con la sudorazione, dalla conseguente disidratazione. Questi fenomeni sono associati a squilibri neurologici, che inducono la riduzione dell’escrezione dell’acqua libera. L’esercizio di lunga durata, protratto in condizioni di temperatura eccessivamente elevata, può indurre una significativa perdita di sodio con la sudorazione che può ammontare a più di 1 litro all’ora con una concentrazione/litro di sodio variabile da 20 a 100 mmol.

L’introito di elevati volumi idrici induce uno spostamento del sodio dal compartimento extracellulare all’acqua intestinale non assorbita, provocando una ulteriore diluizione del suo livello nel plasma. Il bilancio idroelettrolitico e l’osmolarità del plasma sono regolati dal rene e da sistemi ormonali che vedono in prima linea il ruolo dell’arginina vasopressina (Avp). I deficit di diluizione renale nel controllo ormonale dell’escrenzione dell’acqua libera e nell’intake di quantità eccessive di acqua concorrono allo sviluppo di ipo-osmolarità.

Consigli

Nel corso di un esercizio fisico strenuo e prolungato, si raccomanda un apporto di fluidi di 500 ml/h; tale apporto deve necessariamente comprendere un quantitativo di sodio tra 0.5  0.7 g/l. L’acqua eliminata mediante la sudorazione, in un atleta acclimatato, può raggiungere un massimo di circa 3 l all’ora in corso di esercizio fisico strenuo.

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