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Sabato, 2 Marzo 2024
Mieloma Multiplo

Allevi e il mieloma multiplo: cos'è e come si cura il tumore che lo ha colpito

Dopo due anni di assenza dalle scene, il pianista torna a esibirsi sul palco dell'Ariston. L'oncoematologo Claudio Cerchione spiega che tipo di tumore ha colpito il pianista e quali sono le prospettive di cura

Nel 2022 Giovanni Allevi aveva comunicato via social di "avere una neoplasia dal suono dolce: mieloma, ma non per questo meno insidiosa". La malattia (un tumore del sangue) lo ha costretto a sospendere i suoi impegni lavorativi per iniziare un lungo periodo di cure. Dopo due anni di assenza dalle scene, è tornato a esibirsi sul palco di Sanremo, in occasione della 74esima edizione del Festival, come "testimonial della sua battaglia, e portavoce di chi si trova nella sua situazione". Prima della meravigliosa performance sulle note di "Tomorrow" (brano scritto durante le terapie), si è concesso un lungo monologo rivolto al pubblico, un vero e proprio inno alla vita. 

"All'improvviso mi è crollato tutto - ha esordito Allevi, ricordando il momento in cui ha scoperto la malattia -. Non suono più il piano davanti a un pubblico da quasi due anni. Nel mio ultimo concerto a Vienna il dolore alla schiena era talmente forte che sull'applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello e non sapevo ancora di essere malato. Poi è arrivata la diagnosi pesantissima, ho guardato il soffitto con la sensazione di avere la febbre a 39 per un anno consecutivo. Ho perso molto: il mio lavoro, i miei capelli, le mie certezze, ma non la mia speranza e la voglia di immaginare". Il dott. Claudio Cerchione, oncoematologo dell’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori (IRST IRCCS) di Meldola, e tra i maggiori esperti nella clinica e nella ricerca del mieloma multiplo (MM), spiega cos'è il tumore che ha colpito Allevi, come si manifesta e quali sono le nuove armi terapeutiche che oggi abbiamo a disposizione contro questa neoplasia.

Cos’è il Mieloma multiplo

"Il Mieloma multiplo - spiega l’oncoematologo - è un tumore che colpisce le cellule del midollo osseo (plasmacellule) che derivano dai linfociti B e hanno il compito di produrre gli anticorpi per combattere le infezioni. La neoplasia causa una moltiplicazione abnorme e incontrollata di plasmacellule che si accumulano nel midollo osseo o, più raramente, in tessuti extramidollari, causando danni agli organi. Nonostante sia una neoplasia rara, l’MM è il secondo tumore del sangue per incidenza. In Italia si stimano circa 8 nuovi casi per 100.000 abitanti ogni anno, e circa 30.000 pazienti in trattamento o in monitoraggio".

"Fino a qualche anno fa - sottolinea Cerchione - , il mieloma multiplo era considerato una malattia incurabile, a prognosi infausta, con poche terapie e scarsa efficacia. Oggi siamo di fronte ad una nuova era, quella dell’immunoterapia, con farmaci altamente selettivi che vanno ad agire non soltanto sulle cellule mielomatose ma anche sull’ambiente che le tiene in vita".

Le forme di mieloma

"La prima distinzione che occorre fare - continua Cerchione - è quella tra le diverse neoplasie plasmacellulari, e in particolare con la Gammopatia monoclonale di incerto significato (MGUS), condizione che è presente in circa il 4% della popolazione con età superiore ai 50 anni, e purtroppo anche in molti giovani. Si tratta di una forma preneoplastica con tassi di evoluzione di circa 1%/anno, che non richiede alcun trattamento, ma soltanto di monitoraggio coordinato da uno specialista esperto. Il secondo step evolutivo è il Mieloma Smoldering, termine che non ha una vera e propria traduzione in lingua italiana, ma equivale ad una forma indolente, condizione asintomatica in cui il clone di plasmacellule si è però espanso rispetto all'MGUS, vi sono livelli più elevati di componente monoclonale e plasmacellule midollari ed il rischio di evoluzione in mieloma multiplo è notevolmente aumentato. Quando le plasmacellule tumorali aumentano, la concentrazione di componente monoclonale nel sangue e nelle urine cresce notevolmente, ed è presente almeno uno degli indicatori di danno d’organo chiamati 'criteri CRAB' si parla di mieloma multiplo. E' una patologia molto eterogenea nella presentazione, ma, ad oggi, non si distinguono ufficialmente forme diverse, sebbene siano note caratteristiche genetiche che differenziano la risposta ai trattamenti e la prognosi".

Sintomi e fattori di rischio  


"La sintomatologia - spiega l’oncoematologo - è legata ai criteri CRAB stessi, che danno indicazione al trattamento della patologia (CRAB, da granchio in inglese, è un acronimo): C=ipercalcemia, R=insufficienza renale, A=anemia e sintomi dell’anemizzazione (astenia, tachicardia, difficoltà di concentrazione, ridotta resistenza allo sforzo, dispnea, ecc), B=lesioni osteolitiche (da bone-osso). Per quanto riguarda le cause, non vi è ereditarietà, né nel mieloma né nella MGUS. E come in gran parte delle neoplasie non sono noti fattori di rischio causa-effetto, ma sappiamo sicuramente che è due volte più frequente negli individui di etnia afro-caraibica che in quelli di razza bianca. Sembra, inoltre, che gli individui obesi affetti da MGUS mostrino un maggior rischio di evoluzione mielomatosa".

Chi colpisce

"E' una patologia - spiega Cerchione - che insorge, generalmente, in età avanzata con un'età mediana alla diagnosi di 68 anni, ma esistono delle forme giovani con circa il 2% dei pazienti all'esordio che ha meno di 40 anni, mentre il 38% dei pazienti ha un'età superiore a 70 anni. Pertanto, è bene sottolineare che non colpisce soltanto gli anziani, come spesso si crede. Giovanni Allevi ne è un esempio. La sopravvivenza dopo 5 anni dalla diagnosi di mieloma multiplo è del 51%, in notevole incremento rispetto agli anni precedenti, grazie ai meravigliosi risultati della ricerca".

Come si cura

"I pazienti con forme indolenti (che non crescono attivamente) ad alto rischio (mieloma smoldering) - continua l’oncoematologo - vengono trattati con protocolli basati sull’immunoterapia per frenare la progressione della malattia. I pazienti con MM sintomatico (o attivo) vengono trattati, invece, con una terapia specifica seguita dal trapianto di cellule staminali e una successiva terapia di mantenimento, ma solo se hanno meno di 70/75 anni e non presentano altre particolari patologie. Tuttavia, sebbene oggi è possibile "cronicizzare" il mieloma, la malattia può riaccendersi".

Articolo: Sanremo 2024, l'emozione di Giovanni Allevi: "Torno dopo 2 anni, la mia malattia è cronica"

Quando si ricorre al trapianto

"Si fa una distinzione tra pazienti in eleggibili e non eleggibili a trapianto autologo di cellule staminali - spiega Cerchione -. La scelta dell’eleggibilità avviene non soltanto in base all’età, ma anche per le comorbidità, terapie concomitanti e condizioni generali del paziente. Per entrambe le categorie di pazienti la rivoluzione è avvenuta con l’utilizzo fin dalla diagnosi dell’anticorpo monoclonale Daratumumab, oggi in modalità di somministrazione sottocutanea, che viene utilizzato nella terapia di prima linea in combinazione con diversi farmaci a seconda delle caratteristiche del paziente. In questi ultimi anni, sono state scoperte numerose molecole che permettono di fronteggiare le malattie recidivate e refrattarie, tra cui gli inibitori del proteosoma di seconda generazione, i farmaci immunomodulanti, gli anticorpi monoclonali. Questi farmaci non soltanto hanno permesso di raggiungere miglioramenti notevoli in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale, ma, grazie ad un’ottima tollerabilità, permettono di mantenere una qualità di vita che consente di utilizzare queste terapie in modo continuativo, al fine di ottenere un controllo continuo della malattia, che viene in tal modo cronicizzata".

Le CAR-T 

"Il futuro del paziente resistente alle cure convenzionali o che perde la risposta precedentemente ottenuta è quello di nuove terapie che agiscono sul sistema immunitario con nuovi meccanismi d’azione, come gli anticorpi bispecifici e le CAR-T, già approvate per altri tumori del sangue. Le CAR-T sono una terapia rivoluzionaria, ancora non approvata in Italia per questa patologia, e ad oggi riservata soltanto per alcuni pazienti selezionati. Si basa sul prelievo dei linfociti T del paziente stesso che vengono addestrati in laboratorio a riconoscere nel modo più selettivo possibile le cellule mielomatose. Al termine dell’addestramento sono reinfuse nel paziente al fine di attaccare il nemico nel modo più specifico possibile. Per entrambe le categorie di farmaci i dati sono davvero molto incoraggianti in questa patologia, ma non vanno dimenticate altre nuove molecole sperimentali per il mieloma multiplo recidivato/refrattario, e che comprendono sia le combinazioni di più farmaci che già conosciamo ma che possono agire in sinergia migliorando ulteriormente l’efficacia, o molecole nuove, attualmente testate in protocolli di ricerca, come gli anticorpi bispecifici".

Gli anticorpi bispecifici

“Gli anticorpi bispecifici - spiega l’oncoematologo - sono molecole più potenti di quelle convenzionali e in grado di colpire le cellule malate con più efficacia, per arrestare la progressione del cancro e minimizzare il rischio di recidive. Come suggerisce anche l'aggettivo "bispecifici", agiscono in due modi diversi: legandosi da una parte alle cellule T (che sono le cellule del nostro sistema immunitario responsabili dell'eliminazione degli agenti patogeni), e dall'altra alle cellule tumorali realizzando una sorta di ponte tra le due. Questa connessione fa sì che il sistema immunitario possa aggredire e distruggere più facilmente le cellule cancerose".

Prospettive future di cura

"Oggi - conclude Cerchione - tutte le terapie per il mieloma multiplo si basano sull'immunoterapia, molto più efficace e soprattutto più tollerabile rispetto alla chemioterapia: i pazienti in trattamento possono continuare a vivere, lavorare e dedicarsi ai loro hobbies, e questo è il più bel risultato raggiunto negli ultimi anni. Non dimentichiamo, inoltre, la possibilità di prevenire lo sviluppo del mieloma multiplo andando ad individuare le forme pre-neoplastiche ad alto rischio (mielomi smoldering) e a trattarli prima della progressione. Inoltre, grazie ai brillanti risultati ottenuti dalla ricerca, i tassi di sopravvivenza raggiunti in questa patologia sono tanto incoraggianti da permettere di pensare finalmente alla cura, intesa come guarigione, per una malattia che prima era considerata curabile ma non guaribile. Penso sia l’augurio più bello che possiamo fare ai nostri pazienti che, come Giovanni Allevi, stanno combattendo la battaglia contro un nemico che non è più invincibile”.

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