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Domenica, 14 Aprile 2024
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Infarto, come riconoscere i sintomi e quando intervenire: le indicazioni dell’esperto

"E' un evento imprevedibile ma se interveniamo sui fattori di rischio, riduciamo al minimo la possibilità che si verifichi. Inoltre, specifici esami possono essere d'ausilio per determinare la presenza o meno di ischemia cardiaca, e quindi agire tempestivamente”. L'intervista al dott. Giovanni Ciccarelli, cardiologo interventista del Monaldi di Napoli

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte in tutto il mondo. Solo in Italia, ad oggi si registrano 240 mila decessi per malattie ischemiche del cuore, come l'infarto del miocardio e l'angina pectoris, e malattie cerebrovascolari. Una situazione resa ancora più grave dall’emergenza Covid, che ha interrotto drasticamente le cure ambulatoriali e i percorsi diagnostico-terapeutici. “Si stima - spiega a Today Giovanni Ciccarelli, cardiologo interventista presso l’Ospedale Monaldi di Napoli, premiato nel 2017 dalla Società Europea di Cardiologia con lo Young Investigator Award - che oltre 100.000 persone all’anno in Italia siano colpite da infarto del miocardio, e che nel nostro Paese vengano eseguiti circa 300.000 interventi di rivascolarizzazione percutanea, per il ripristino della fornitura di sangue al miocardio ischemico (dati Società Italiana di cardiologia interventistica GISE 2021)".

Nel caso di infarto miocardico il tempo è il peggior alleato. "Se si sospettano sintomi cardiaci tipici ad esordio improvviso - spiega il dott. Ciccarelli -, è fondamentale chiamare subito il 118 o recarsi al pronto soccorso più vicino, soprattutto se già si ha una storia di cardiopatie. Le prime due ore dall’insorgenza dei sintomi vengono chiamate "golden hours", perchè se non viene ripristinato il flusso sanguigno entro questo lasso di tempo, aumenta in modo esponenziale il rischio di danni permanenti al muscolo cardiaco”.

Dott Ciccarelli, cos'è l’infarto del miocardio?

“L’infarto del miocardio è una patologia ad esordio acuto e imprevedibile, dovuta, nella maggior parte dei casi, ad una ostruzione totale o parziale delle arterie coronarie, i vasi sanguigni deputati alla distribuzione del circolo ematico cardiaco. In casi più rari, invece, può essere causato da uno spasmo coronarico o da fenomeni micro embolici”.

In cosa si differenzia dall’angina pectoris?

"L’angina pectoris è il dolore toracico tipicamente causato da problemi cardiaci. Viene descritto come una oppressione, bruciore o dolore in sede precordiale e può irradiarsi all’epigastrio, alle spalle, alla gola, alla mandibola o in sede interscapolare. Solitamente il dolore è associato a sintomi neurovegetativi come la sudorazione fredda, il vomito o la nausea. È un tipo di sintomatologia che, se costante nel tempo e si manifesta dopo sforzi fisici, può indicare la presenza di una ostruzione parziale della coronaria. In quel caso c’è la necessità di effettuare un controllo cardiologico approfondito sia per escludere altre cause di dolore toracico (spasmo esofageo, dolori muscolari), sia per pianificare eventuali indagini più approfondite per individuare la causa del problema. L’infarto, invece, può avere una sintomatologia molto simile ma si differenzia da questa perché ha un esordio acuto, come dicevo prima, ed è accompagnato al rialzo degli indici di miocardionecrosi (i cosiddetti enzimi) e a modifiche dell’elettrocardiogramma e dell’ecocardiogramma".

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Quali danni può causare un infarto del miocardio?

“La conseguenza dell’infarto è la necrosi o morte delle cellule cardiache, danno irreversibile se non si interviene nei tempi giusti. In alcuni casi, invece, il miocardio può subire uno “stordimento” transitorio con il recupero completo della funzione dopo alcune settimane di terapia”.

Quali sono i fattori di rischio e i soggetti che rischiano di più?

“Distinguiamo fattori di rischio modificabili e non modificabili. Tra i non modificabili rientrano il sesso, l’età e la familiarità. Quelli modificabili sono, invece, il fumo di sigaretta (sia quella tradizionale che l’e-cigarette), la sedentarietà, il diabete mellito, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia e l’obesità. Un intervento multidisciplinare è essenziale per correggere i potenziali effetti di ogni singolo fattore di rischio. Attraverso l’eliminazione o la correzione dei fattori di rischio, si riduce drasticamente la possibilità di sviluppare un attacco cardiaco”.

Come si interviene in caso di infarto? Quando si opta per l’angioplastica e quando per il bypass?

“La coronarografia è un esame invasivo che viene eseguito nel contesto di un ricovero ospedaliero di una durata di circa 3 giorni che prevede l’inserimento di speciali cateteri attraverso un’arteria, più frequentemente la radiale a livello del polso o, ormai raramente, quella femorale che si trova nell’inguine. Attraverso questi cateteri viene iniettato un mezzo di contrasto all’interno delle coronarie, cioè le arterie che portano il sangue al cuore, e si valuta se ci sono o meno dei restringimenti. In tal caso, quasi sempre nella stessa procedura, si provvede ad effettuare l’angioplastica attraverso la dilatazione con dei palloncini e l’inserimento di stent metallici che garantiscono la pervietà delle arterie. L’esame, ovviamente, è un esame invasivo non scevro da complicanze, ma quelle serie si attestano sotto l’1%. Nel caso in cui, invece, l’anatomia coronarica risulti complessa o non ci siano le indicazioni per effettuare l’intervento per via percutanea, si può provvedere al by pass aorto coronarico, intervento chirurgico che prevede l’impianto di graft arteriosi o venosi che svolgono la funzione di mettere in comunicazione due territori sani delle coronarie, evitando la lesione che provoca l’ostruzione. Rispetto alla coronarografia, il bypass ha dei tempi di recupero più lunghi”.

Si può prevenire l’infarto? Quali sono gli esami diagnostici che consentono una diagnosi precoce?

“La prevenzione è alla base di qualsiasi proposta terapeutica da indirizzare ad un paziente. Solo attraverso una minuziosa visita cardiologica e un’attenta raccolta anamnestica si può valutare il rischio cardiovascolare di ogni singolo paziente. L’infarto non è un evento prevedibile ma possiamo sicuramente intervenire sui fattori di rischio per ridurre al minimo la possibilità che possa verificarsi. Allo stesso tempo, se il cardiologo lo ritiene opportuno, vengono raccomandati ulteriori esami che possono determinare direttamente o indirettamente la presenza di ischemia cardiaca. Tra questi ricordo l’elettrocardiogramma, l’ecocolor Doppler cardiaco, la scintigrafia miocardica, il test da sforzo o la coronato TC. Attraverso uno o più esami, si può determinare la necessità o meno di effettuare una coronarografia, esame gold standard per la diagnosi di coronaropatia ostruttiva”.

Test del dna per prevenire l’infarto e valvole biologiche sono gli ultimi progressi della cardiologia. Di cosa si tratta?

“La genetica ha fatto dei passi da gigante negli ultimi anni. In ogni caso, siamo ancora lontani dalla messa a punto di esami diagnostici di routine che consentano di scovare fattori di rischio che predispongano ad eventi cardiaci. Allo stesso tempo, nell’ultimo decennio si è assistito ad una totale rivoluzione per il trattamento delle valvulopatie. Oggi esistono, infatti, delle alternative terapeutiche al tradizionale intervento chirurgico che prevedono la sternotomia anche per la sostituzione o riparazione delle valvole cardiache. In particolare, la TAVI (sostituzione percutanea della valvola aortica) rappresenta una procedura sicura ed efficace anche nei pazienti con stenosi aortica a basso rischio, al pari della sostituzione chirurgica. Inoltre, è possibile riparare la valvola mitrale o la tricuspide per via semi invasiva in caso di insufficienze di grado severo”.

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