Lunedì, 25 Ottobre 2021
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Scuola e pandemia, lo psicoterapeuta: "Cos'è e perché è necessaria la figura dello ‘psicologo scolastico’"

“In partenza numerose attività che alcuni ministeri stanno pianificando per contrastare il disagio generato dalla pandemia”. L’intervista ad Agostino Carbone, docente di Neuropsichiatria infantile presso l'Università Sapienza

In questi quasi due anni di pandemia, i giovani si sono ritrovati a dover affrontare molti cambiamenti nelle relazioni con i compagni, nel modo di assistere alle lezioni scolastiche, nell’organizzazione della propria vita quotidiana. E’ chiaro che tutto questo ha avuto importanti ricadute sulla costruzione identitaria dei bambini e degli adolescenti che sviluppano e plasmano la loro identità proprio nel contesto sociale, nei rapporti con gli altri. Con la Didattica a Distanza e con tutte le restrizioni anti-Covid il loro ambito di vita si è fortemente ridotto e questo ha pesato fortemente sulla loro sfera emotiva e di crescita. La mancanza della scuola in presenza ha avuto un ruolo determinante anche nell’aumento degli accessi agli ambulatori urgenti per problematiche di natura psichiatrica, specialmente negli adolescenti e nei più piccolini, tra i 12 e 14 anni. Ma, a subire più di tutti la condizione di isolamento sociale sono stati i bambini e ragazzi con disabilità. “Gli allievi con disabilità - spiega a Today Agostino Carbone, docente di Neuropsichiatria infantile presso l'Univesrsità Sapienza Università Roma - hanno sofferto più di tutti la solitudine. Spesso ci dimentichiamo di quanto la scuola sia il principale luogo di inclusione e un contesto vitale importante per loro e per le loro famiglie”.

La pandemia, però, non ha portato solo conseguenze negative, è stata anche uno sprone a riflettere su cosa poter fare per migliorare la scuola e offrire agli studenti un contesto più efficiente e accogliente possibile. Tra le iniziative più importanti messe in campo c’è l’istituzione della figura dello “psicologo scolastico”, frutto di un accordo tra Ministero dell’Istruzione e Ministero della Salute, che ricopra un ruolo centrale all’interno dell’istituto scolastico. La figura fornirà un sostegno psicologico al personale scolastico, alle famiglie e agli studenti per rispondere a traumi e disagi derivanti dall’emergenza Covid-19; avvierà un sistema di assistenza e supporto psicologico per prevenire le forme di disagio e malessere psico-fisico tra gli studenti di ogni ordine e grado; e promuoverà il benessere fisico, psicologico, mentale e sociale.

Delle conseguenze che la pandemia ha avuto sulla sfera psicologica ed emotiva dei bambini e ragazzi, della ripresa della didattica in presenza dopo quasi due anni di DaD, e delle numerose iniziative in cantiere cui stanno lavorando diversi ministeri, ne abbiamo parlato con lo psicologo e psicoterapeuta Agostino Carbone, docente di Neuropsichiatria infantile presso l'Univesrsità Sapienza di Roma.

Prof. Carbone, quali sono state le conseguenze della pandemia sulla psicologia dei bambini e degli adolescenti? Che impattato ha avuto la DaD sui rapporti con insegnanti e compagni?

“Il periodo della pandemia Covid-19 va considerato come un arco temporale costituito da fasi diverse e mutevoli. La scuola, come tutti i sistemi sociali, ha subito in questo periodo numerosi stravolgimenti. In questi mesi si sono susseguite diverse modalità di fare scuola e di riorganizzazioni repentine della didattica. A mio parere, la DaD non si può né stigmatizzare né idolatrare, ma va considerata attraverso dimensioni psicologiche più complesse e che guardano al fenomeno della pandemia sotto specifici aspetti psico-sociali. Nella prima ondata (marzo-giugno 2021) ci siamo trincerati in casa: stare dentro le mura domestiche ci faceva sentire al sicuro, da una parte c’eravamo noi, dall’altra i malati Covid in ospedale. Nei primi giorni di DAD ricordo che era solito chiederci e informarci se tutti stavamo bene. Prima di iniziare la lezione io contavo gli alunni per essere sicuro che non fosse accaduto nulla a nessuno di loro e alle loro famiglie. Cercavo di essere sempre puntuale all’inizio delle video-lezioni, per non far preoccupare i miei ragazzi. Di quei mesi ricordo l’importanza della presenza, del prenderci cura gli uni degli altri attraverso la condivisione. A partire da settembre 2020 siamo poi entrati in una fase nuova, diversa: eravamo tutti molto preoccupati dal rientro a scuola, ci assaliva una profonda incertezza. Se da un lato eravamo contenti di rivederci, dall’altro avevamo paura che l’altro, il collega, il compagno di classe o di banco, potesse essere un veicolo di trasmissione del virus. Le relazioni erano intrise da una profonda ambiguità, uno stallo emozionale a cui non eravamo sicuramente abituati in precedenza. Talvolta questa atmosfera è sfociata, per i docenti in profonda preoccupazione e, per gli allievi nel desiderio di trasgredire, o di sottovalutare il pericolo. Questa situazione ha pervaso l’intero scorso anno scolastico. La situazione è migliorata solo a termine dell’anno quando, la maggior parte dei docenti ha effettuato la seconda dose di vaccino, così pure i genitori dei nostri alunni”.

La mancanza della scuola in presenza ha avuto un ruolo determinante nell’aumento di episodi di autolesionismo e tentati suicidi. Quali sono i numeri?

“Non abbiamo ancora i numeri di tali fenomeni, l’Istituto Superiore di Sanità a inizio 2022 pubblicherà i dati dei ricoveri volontari e involontari inerenti ai casi di crisi psichiche dei nostri giovani. Fino ad ora è noto che nella prima fase del lockdown sicuramente i numeri dei ricoveri ospedalieri sono diminuiti, sebbene fosse aumentato il disagio psichico generale della popolazione. Le famiglie avevano timore di avere contatti con i servizi sanitari, avevano paura di venir contagiati dal personale medico e paramedico. Purtroppo, l’isolamento dai servizi di salute mentale ha comportato nei casi di persone affette da gravi disturbi mentali, un grosso inasprimento della loro sintomatologia, così come il ricorso ad atti di autolesionismo. In quella fase i giovani erano costretti a vivere forzatamente, 24 ore su 24 entro rapporti esclusivamente con i membri della propria famiglia. L’assenza della scuola in presenza ha sicuramente fatto venir meno le occasioni di socialità che il contesto scolastico offre. Talvolta, specialmente nei contesti familiari più fragili, i nostri studenti sono stati sottoposti a meccanismi di infantilizzazione (il controllo, la dipendenza affettiva, ecc) da parte dei loro genitori, spaventati da quello che accadeva intorno”.

Perché un bambino o un adolescente reagisce con l’autolesionismo o addirittura con il suicidio?

“La paura del contagio, assieme al repentino alternarsi delle condizioni che reggono la socialità hanno messo a dura prova i processi di convivenza delle persone, in particolare, adolescenti e bambini. Per di più, la mancanza per questa fascia d’età di contesti di socializzazione, come la scuola, l’andare in palestra, ecc, ha reso molto difficile l’incontrarsi tra pari, condividere esperienze, costruire giochi, fare esperienza della realtà. Venuti meno questi rapporti, il processo di regolazione emotiva ne ha risentito parecchio. Abbiamo assistito a situazioni di scoramento dei nostri giovani, di smarrimento, di solitudine, condizioni che hanno talvolta comportato il manifestarsi di disturbi d’ansia, di disturbi comportamentali, e di condotte autolesionistiche. Questo discorso, però, corre il rischio di attribuire dimensioni psicopatologiche ai nostri bambini e adolescenti. Sarebbe un errore psicopatologizzare la popolazione. Il disagio psicologico va considerato nel suo stretto rapporto con le dimensioni sociali, e solo con il graduale miglioramento di queste ultime si assisterà ad una ripresa del funzionamento dei processi di regolazione degli affetti che regge il rapporto individuo-contesto. Ben diversi sono i casi di giovani con psicopatologie pregresse, poiché con l’innestarsi della pandemia è stato difficile per i servizi territoriali e per le famiglie seguire ragazzi con disagio psichico e questo ha portato ad un serio peggioramento delle loro condizioni e al ricorso, specialmente nella seconda fase, a ricoveri ospedalieri e a collocamenti in comunità psichiatriche o in casa-famiglia. Non parlerei, però, di un aumento dei suicidi tra giovani e bambini”.

Lei è uno psicologo e psicoterapeuta, ma anche un docente. Secondo lei, la DaD poteva essere gestita diversamente?

“È mancato un coordinamento centrale, sono mancate linee guida per molto tempo, specialmente in ambito psico-pedagogico. Una scuola non può essere organizzata solo dall’orario scolastico o dalle discipline, e dunque serviva un tavolo di riflessione pedagogica attraverso cui ripensare agli obiettivi della scuola durante la pandemia, e attraverso la DAD. Il problema non è la didattica a distanza, che ,anzi, è stata in alcuni periodi l’unica soluzione che ha permesso il fare scuola. Si è lasciato troppo spazio all’improvvisazione e questo ha comportato anche un problema per la valutazione degli apprendimenti. Credo che il personale scolastico e i dirigenti ce l’abbiano messa tutta, ma è mancato, a mio avviso, un progetto culturale che sviluppasse un pensiero su quello che stava accadendo. La responsabilità non è imputabile solo alla politica, ma anche alla passività di un establishment culturale che ha incentrato il dibattito solo su aspetti di sicurezza sanitaria nelle scuole, tralasciando il resto. In Francia, per esempio, abbiamo assistito ad un grosso dibattito culturale, talvolta critico, a opera di insegnanti e allievi, ma anche da parte di storici e filosofi che hanno provato a leggere la trasformazione della scuola e l’università durante la pandemia con interessanti criteri”.

Covid: perché i contagi non sono risaliti nonostante la riapertura delle scuole 

Dopo quasi due anni di pandemia, cosa significa per i ragazzi tornare in aula e riprendere un contatto “fisico” con i loro compagni e con i loro insegnanti? Quali sono le loro emozioni in questo momento?

 “I ragazzi stanno vivendo emozioni contrastanti: da un lato la gioia di iniziare un nuovo anno scolastico, che si spera sarà migliore, dall’altro devono fare i conti con un sentimento di stanchezza dovuto allo stress accumulato in questo periodo di emergenza. L’avvento dei vaccini ci lascia sognare che la normalità stia tornando tra i nostri banchi e finalmente la stragrande maggioranza dei nostri studenti ha fiducia nella scienza e ha recuperato la speranza nei confronti di un futuro che sembrava, fino a qualche mese fa, impensabile”.

Come ha impattato l’isolamento sociale sui bambini con disabilità? Per loro il periodo della pandemia è stato ancora più difficile?

“Gli allievi con disabilità hanno sofferto più di tutti la solitudine. Spesso ci dimentichiamo di quanto la scuola produca inclusione e si trasformi in un contesto vitale per loro, così come per le loro famiglie. C’è da dire che la dedizione dei numerosissimi insegnanti di sostegno è stata impressionante in questi ultimi due anni. La vera novità educativa l’hanno portata loro provando a sperimentare, entro le condizioni contingenti, nuovi processi entro cui sostenere la relazione educativa e l’apprendimento. L’urgenza ha fatto subito attivare i nostri insegnanti specializzati sul sostegno, diversamente, a mio avviso, dalle altre forme di sostegno e di inclusione sociale, di cui non è responsabile la scuola”.

Come sarà per loro la ripresa della scuola?

“Le scuole si sono attrezzate con una grande forza d’animo e con un numeroso personale attraverso cui farà fronte alle svariate esigenze. In particolare, per gli allievi affetti da disabilità afferenti all’area del disagio mentale la sfida è doppia. Da un lato, i due anni di continua incertezza hanno pesantemente impattato sul loro funzionamento, dall’altro, persiste una condizione di pervasiva incertezza. Sento, però, segnali positivi che ergono da vari contesti e mi fanno ben sperare in una presa in carico globale della condizione di disabilità. Inoltre, c’è da segnalare che sono in partenza numerose interessanti attività che alcuni ministeri stanno organizzando per contrastare il disagio generato della pandemia. Il Dipartimento per le Politiche Giovanili ha da poco varato un piano di contrasto del fenomeno dei NEET (acronimo di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”) e ha finanziato la nascita di più di 100 centri aggregativi in cui lo sport e la promozione alla salute sono i protagonisti. Inoltre, è in previsione l'istituzione  della figura dello "psicologo scolastico" in ogni scuola, frutto di un accordo tra Ministero dell’Istruzione e Ministero della Salute".

La pandemia ha trasformato il modo di comunicare. Non solo gli adulti, ma anche i bambini e i ragazzi si sono dovuti abituare ad una comunicazione fatta di schermi di pc e smartphone. Riusciranno i giovani ad allentare la dipendenza che inevitabilmente ha creato l’uso frequente di questi strumenti per tornare a una comunicazione più “fisica” e meno “virtuale”?

“Nei prossimi mesi assisteremo ad una lenta diminuzione dell’utilizzo di spazi virtuali e ad una maggiore ripresa degli incontri fisici. La dipendenza da PC e Smartphone è sicuramente un fenomeno da attenzionare, ma bisogna valutare anche l’utilità di questi strumenti. Credo che la scuola debba fare tesoro della repentina acquisizione delle competenze digitali da parte sia degli insegnanti che dei nostri studenti, tuttavia credo anche che vadano valorizzate l’esperienza di stare insieme e di sperimentare nuovi dialoghi con lo spazio, il contesto, il quartiere. Molto spesso il rifugiarsi nei social network è il prodotto di una grossa difficoltà ad intessere rapporti significativi nella vita reale, rapporti in cui sia possibile scambiare, fare esperienza della diversità e imparare da essa. Non ci rendiamo colto, ma molti bambini o adolescenti sono figli unici”.

Quale appello vuole lanciare ai genitori? Come possono aiutare i loro figli ad affrontare al meglio la ripresa della scuola e di una quasi normalità?

“Ai genitori vorrei dire questo: aiutate i vostri figli a costruire rapporti entro cui sperimentare la fiducia e il divertimento. Si tratta di un compito educativo arduo, ma di cui dovremmo occuparci per risollevare le sorti della futura gioventù. Penso sia arrivato il momento che le famiglie creino una rete tra di loro, sperimentando forme di comunità per sostenersi a vicenda e provando a dialogare con le istituzioni pubbliche, come la scuola, all’interno di un progetto comune”.

AGOSTINO CARBONE, PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA, DOCENTE DI NEUROPSICHIATRIA PRESSO L'UNIVERSITA' SAPIENZA DI ROMA 

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