Giovedì, 21 Ottobre 2021
Salute

Tumore al seno, come funziona la nuova terapia che garantisce una maggior sopravvivenza

Secondo i risultati di uno studio, la metà delle donne in post-menopausa con tumore al seno metastatico o avanzato, trattate con due farmaci in combinazione, cronicizza la neoplasia

Il carcinoma alla mammella è il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne. Ad ammalarsi è circa una su otto. La fascia più colpita è quella tra i 50 e i 69 anni, ma la neoplasia può insorgere anche in donne più giovani. Sono 55mila le nuove diagnosi registrate nel 2020 in Italia. Tuttavia, se l’incidenza (il numero di nuovi casi) è in leggera crescita soprattutto nelle donne più giovani, la mortalità è in diminuzione (una riduzione del 6% nel 2020 rispetto al 2015). Questo è stato possibile grazie alla sempre più diffusa diagnosi precoce, che ha permesso di aumentare il numero di tumori identificati ai primi stadi di sviluppo della malattia, ma anche ai nuovi trattamenti che migliorano la qualità di vita ed estendono l’aspettativa di vita delle donne con tumore avanzato e metastatico della mammella.

Ad aver dimostrato la più lunga sopravvivenza finora mai raggiunta per il tumore della mammella allo stadio avanzato è la combinazione di due farmaci, Ribociclib e Letrozolo, sperimentati nell’ambito dello studio di fase III “Monaleesa-2” su un particolare gruppo di donne in post-menopausa con tumore della mammella in stadio avanzato o metastatico. Si tratta di una terapia che combina Ribociclib, un farmaco di ultima generazione della classe degli inibitori CDK4/6 che ha mostrato una notevole efficacia clinica e bassi profili di tossicità, e Letrozol, farmaco inibitore dell'enzima aromatasi. I risultati dell'analisi finale dello studio, presentati al Congresso ESMO (Società Europea di Medicina Oncologica), hanno dimostrato che dopo 5 anni le pazienti trattate hanno avuto più del 50% di possibilità di sopravvivenza. I miglioramenti statisticamente significativi e clinicamente rilevanti rendono, quindi, possibile una "cronicizzazione" della malattia, cioè una convivenza con essa.

Cos'è il tumore alla mammella

Il tumore alla mammella è causato dalla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in maligne, si staccano dal tessuto che le ha generate e invadono quelli circostanti e, col tempo, anche organi più lontani (metastasi). In genere il carcinoma ha origine dalle cellule ghiandolari (lobuli) o da quelle che formano la parete dei dotti (condotti che collegano il capezzolo ai lobuli), ma teoricamente può originare da tutte le cellule presenti nel seno. Il tumore viene diagnosticato attraverso esami cosiddetti di “diagnostica per immagini”, in particolare mammografia ed ecografia mammaria: la scelta tra i due dipende da diversi fattori, tra i quali l’età. Se viene identificata una presenza di noduli o formazioni sospette, si procede con una biopsia, che può essere eseguita in un ambulatorio di senologia diagnostica con un prelievo mediante un ago inserito nel nodulo. Una volta stabilita la presenza di tumore, in base alle sue caratteristiche ed estensione, il medico valuterà la necessità di effettuare ulteriori indagini radiologiche per verificare l’eventuale diffusione in altre aree dell’organismo.

Tipi di trattamento

Il trattamento dipende dalle dimensioni e dalla sede del tumore, dalle caratteristiche patologiche del cancro e dall’età e dallo stato generale di salute. Le opzioni terapeutiche disponibili oggi sono: la chirurgia conservativa, con cui si asporta il tumore cercando di conservare la maggior parte possibile di mammella sana; la mastectomia, in cui viene rimossa tutta la mammella; la radioterapia che utilizza le radiazioni ionizzanti per danneggiare il DNA delle cellule cancerose e causarne la morte cellulare; la chemioterapia che distrugge le cellule cancerose; le terapie ormonali che riducono gli effetti degli ormoni (estrogeni, in questo caso) per bloccare la crescita della neoplasia; le terapie a bersaglio molecolare (o terapie biologiche) che utilizzano farmaci che bloccano specifiche vie di trasmissione del segnale all’interno delle cellule tumorali che ne promuovono la crescita. La nuova terapia sperimentata nell'ambito studio "Monaleesa-2" combina un farmaco biologico (Ribociclib) con un farmaco ormonale (Letrozolo) con risultati molto interessanti.

Lo studio "Monaleesa-2"

“Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 55mila nuovi casi di questa neoplasia - spiega Saverio Cinieri, Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi e Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Più di 37.000 donne vivono con la diagnosi di malattia metastatica. I dati del MONALEESA-2, presentati al Congresso ESMO, riguardano la popolazione con carcinoma mammario più frequente nella pratica clinica quotidiana. Le donne in post-menopausa rappresentano, infatti circa il 70% di quelle con tumore al seno endocrino-sensibile e la metà di queste corrisponde al profilo delle pazienti incluse nello studio. Questi importanti dati di sopravvivenza globale sono incoraggianti e ci consentono di affermare che è stato raggiunto l’obiettivo di cronicizzare la malattia avanzata”.

“Attendevamo con ansia questi dati, che sono molti solidi e confermano l’efficacia della terapia a bersaglio molecolare con ribociclib – afferma Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare, Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli.

Tumori, perché i due nuovi farmaci "jolly" sono una rivoluzione 

I risultati: metà delle pazienti vive più di 5 anni

“Vi erano già due studi con Ribociclib - continua De Laurentiis - condotti su popolazioni diverse: MONALEESA-7 e MONALEESA-3. Il ‘pezzo’ mancante era proprio il MONALEESA-2. Lo studio è maturo, con un follow up mediano di circa 80 mesi: questo significa che metà delle pazienti è stata seguita per almeno 7 anni. Siamo di fronte a una sperimentazione il cui risultato è stabile, definitivo. Ribociclib ha mostrato una riduzione del 24% del rischio di morte, coerente con quanto già visto negli altri due studi MONALEESA. Altro dato che conferma la validità del farmaco è la sopravvivenza globale mediana, pari a 63,9 mesi. È la più lunga mai registrata in tutti i tipi di tumore della mammella. Significa che metà delle pazienti vive più di 5 anni. I dati delle tre sperimentazioni su Ribocliclib si rafforzano a vicenda e lo pongono come l’unico inibitore CDK4/6 ad aver dimostrato un vantaggio in sopravvivenza globale in tutte le popolazioni studiate, quindi in donne in pre/peri e postmenopausa e con diverse combinazioni ormonali”.

La terapia offre una maggiore sopravvivenza e una migliorare qualità di vita

“Ribociclib - sottolinea Pierfranco Conte, Direttore Divisione di Oncologia Medica 2, Istituto Oncologico Veneto di Padova - è l’unico farmaco della classe degli inibitori CDK4/6 in grado di vantare una totale coerenza e solidità di risultati, indipendentemente dalla condizione menopausale e dalla linea di terapia. Un altro ‘numero’ che misura la portata dello studio MONALEESA-2 è che, a 6 anni di follow up, quasi la metà delle donne, il 44%, è ancora vivo. Sono dati mai visti con nessun trattamento in questa popolazione di pazienti. L’Italia ha contribuito in maniera importante a tutto il programma degli studi MONALEESA. Gli inibitori di CDK4/6, inoltre, permettono di evitare il ricorso alla chemioterapia in prima linea o di posticiparla, con grandi vantaggi in termini di qualità di vita e di minori tossicità. Grazie a questa terapia riusciamo a offrire alle pazienti non solo una sopravvivenza a lungo termine ma anche a migliorare la loro qualità di vita, con un ottimo controllo della malattia. La maggioranza delle donne, infatti, può continuare a condurre una vita normale”.

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