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Domenica, 28 Novembre 2021
Vaccini nel Mondo

Quali rischi corriamo se non vacciniamo dal Covid i Paesi in via di sviluppo?

“Pensare anche agli Stati poveri non è una questione di pietà. Se non vacciniamo al più presto anche loro, non metteremo mai fine alla pandemia, perché il virus continuerà a circolare e a generare varianti”. L’intervista a Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr di Pozzuoli, e tra i disegnatori dei vaccini cubani

Dopo quasi due anni dall’inizio della pandemia, i dati relativi alla distribuzione delle dosi di vaccino nel mondo dimostrano che l’allocazione è tutt’altro che equa. Mentre nei Paesi occidentali più ricchi sono già partite le somministrazioni delle terze dosi, in seguito al via libera dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco), ai Paesi poveri ed in via di sviluppo sono stati consegnate meno della metà delle dosi di vaccino promesse. “Su più di 6 miliardi di dosi distribuite nel mondo, solo il 2,8% è stato assegnato a Nazioni a basso reddito” spiega a Today il ricercatore del Cnr di Pozzuoli (NAPOLI) Fabrizio Chiodo, tra i disegnatori dei vaccini cubani approvati. Appare chiaro, quindi, che dal punto di vista politico l’immunizzazione della parte più povera del mondo non è una priorità. Basti pensare al Piano Covax, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nato per garantire un’equa distribuzione delle dosi ma poi andato in fumo perché i Paesi più ricchi si erano già aggiudicati la maggior parte delle dosi (ancora da produrre), prima che il piano partisse.

Così l’egoismo dei più ricchi ha impedito a COVAX di trattare in modo competitivo sui prezzi dei vaccini per i Paesi in via di sviluppo, riducendo il suo ruolo alla beneficenza. Dal punto di vista medico-scientifico queste scelte avranno serie conseguenze non solo in questi Paesi ma anche nel resto del mondo, poiché i miliardi di persone ancora non vaccinate, soprattutto se mal nutrite e con sistemi immuni compromessi, costituiscono per il virus un terreno fertile per lo sviluppo di nuove varianti, anche più pericolose, che potrebbero eludere l’immunità scatenata dai vaccini, potenzialmente resistenti al vaccino. “Pensare anche ai Paesi più poveri non è una questione di pietà, di elemosina – sottolinea Chiodo. Se non vacciniamo al più presto anche questi popoli, non metteremo mai fine alla pandemia”.

Dai vaccini nei Paesi in via di sviluppo ("Cosa accade se non li vacciniamo?") alle terze dosi ("Sono davvero necessarie?"), dal piano COVAX ai vaccini nei minori, Today ha fatto il punto con Fabrizio Chiodo, ricercatore del CNR nell’Istituto di Chimica Biomolecolare di Pozzuoli, e tra i disegnatori dei due vaccini cubani (Soberana 2 e Soberana Plus).

Mentre la gran parte dei Paesi piu ricchi si occupano della somministrazione delle terze dosi, ai Paesi poveri sono stati consegnate meno della metà delle dosi di vaccino promesse. Cosa accadrà se non vacciniamo anche loro?

“Se non vacciniamo al più presto anche questi popoli, non metteremo mai fine alla pandemia, perché il virus continuerà a circolare e a generare varianti. Le varianti si evolvono anche da individui con sistemi immuni compromessi. Mi spiego meglio: quando il virus entra in un organismo sano si trattiene al suo interno per poco tempo (da 1 giorno a 2 settimane), perché il suo sistema immunitario, nella maggior parte dei casi, è in grado di rispondere all’attacco virale (pur lasciando, spesso, serie conseguenze a diversi organi); quando, invece, entra in un organismo con un sistema immunocompromesso, come un paziente HIV positivo, ad esempio, il virus può rimanere dentro di lui per mesi, ed è lì che il virus “impara” a scappare dal nostro sistema immunitario. Stesso discorso vale per un bambino mal nutrito: la mal nutrizione porta ad avere un sistema immunitario “debole” e questo fa sì che il virus possa trovare con facilità vie di fuga. Quindi, più tempo il virus trascorre interagendo con sistemi immunitari non ottimali, soprattutto in contesti a basso tasso di vaccinazione, più aumenta il rischio di varianti pericolose. E allora vaccinare anche loro non è un atto di pietà, ma un atto di dovere anche verso noi stessi. E’ un problema globale, che ci riguarda tutti da vicino. Ma purtroppo i Paesi più ricchi, non sembrano averlo ancora capito”.

Come mai il Piano COVAX dell’OMS è sfumato?

“Per evitare che i Paesi economicamente più ricchi potessero in qualche modo accaparrarsi la maggior parte delle dosi disponibili a discapito delle Nazioni più povere, l’OMS ha deciso, circa un anno fa, di elaborare e coordinare un programma ad hoc, chiamato COVAX. L’obiettivo era quello di comprare dosi sufficienti per tutte le Nazioni della terra, comprese quelle non particolarmente ricche e non in grado di acquistare tutto quello che sarebbe stato necessario. Ma, il piano è fallito perché l’OMS ha iniziato ad acquistare le dosi troppo tardi, quando i Paesi più ricchi si erano già aggiudicati la maggior parte delle dosi ancora da produrre. Il disegno del piano COVAX, inoltre, rischiava di trasformarsi in una sorta di imperialismo con cui i Paesi più ricchi avrebbero poi “donato” vaccini ai Paesi più poveri per acquisire sul territorio vantaggi futuri. Di contro, abbiamo un esempio positivo: Cuba. Questo Paese ha dimostrato che anche uno Stato povero e sotto bloqueo (embargo) economico, se investe in biotecnologia pubblica, può creare i suoi vaccini pubblici. E Cuba lo ha fatto in tempi record: i vaccini cubani (sono 3 quelli approvati: Soberana 2, Soberana Plus e Abdala) sono i vaccini proteici più somministrati nel mondo (quasi 25 milioni di dosi somministrate, con 99% della popolazione vaccinabile con almeno una dose). Al momento, questi vaccini sono stati approvati dagli enti regolatori del farmaco del Vietnam, del Venezuela, dell’Iran, e Nicaragua, e piano piano andremo avanti. Riguardo all’Italia, stiamo dialogando con il Ministero della Salute, ed in stretto contatto con l’ospedale Amedeo di Savoia di Torino con cui abbiamo diverse collaborazioni”.

A Cuba stanno vaccinando anche i bambini?

“Sì, il 92% dei bambini sopra i 2 anni a Cuba ha già ricevuto una dose di Soberana 2. Se utilizzi una tecnologia testata in 20 anni in pediatria (vaccino proteico coniugato) con una alta sicurezza, è piu semplice passare tra le diverse fasi cliniche. Con i vaccini basati sulla tecnologia a mRNA, una tecnologia nuova, mai testata prima sugli under 18, è tutto più difficile”.

Cosa pensa del via libera dell’EMA e dell’AIFA alle terze dosi?

“Negli USA l’FDA ha deciso di non somministrare a tutti la terza dose, ma solo agli anziani, ai fragili, ai medici e operatori sanitari. Perché è necessario prima vaccinare i Paesi in via di sviluppo che non hanno ancora ricevuto la prima. Sulle terze dosi vorrei aprire una parentesi. Con i vaccini approvati da EMA, uno schema di vaccinazione a due dosi sviluppa una serie di anticorpi contro l’intera proteina spike del virus. Con una terza dose ideale, chiamata “boost”, l’organismo vedrà solo un pezzo della proteina spike o dell’immunogeno, con l’obiettivo di svegliare solo una parte di queste cellule che producono gli anticorpi “migliori”. In realtà l’unico vaccino che sta facendo un “boost” è il vaccino cubano Soberana Plus, che utilizza un frammento della proteina spike, chiamato RBD. Qualsiasi scienziato sarebbe d’accordo con l’utilizzare per la dose “boost” un vaccino proteico, con schemi eterologhi, perché ha un costo più basso e una sicurezza maggiore. Quindi, fatti salvi i casi di fragilità (anziani, soggetti con chi ha patologie preesistenti, immunodepressi, ecc) che devono avere accesso alla terza dose, gli altri potrebbero anche aspettare”.

Parallelamente alle terze dosi, se arriverà il via libera dalle autorità regolatorie del farmaco, si procederà anche in UE con il vaccino nei bambini. L’Ema ha già avviato la valutazione del vaccino Pfizer per gli under 12…

“Come detto prima, mentre i vaccini proteici (ed i vaccini inattivati) vengono utilizzati in pediatria da 20 anni per ottimizzare alcuni tipi di risposte immunitarie, quello a mRNA è nuovo e, quindi, meno prevedibile (aspettiamo dati dei clinical trial). Ma vaccinare i bambini resta fondamentale, anche perchè è il prossimo target del virus che con molta probabilità evolverà per infettare “meglio” i bambini non ancora vaccinati. Il rischio legato ai vaccini a mRNA non è il materiale genetico - come molti credono -, ma la risposta infiammatoria che provoca, soprattutto in un sistema immunitario come quello dei bambini che potrebbe iper-reagire”.

Qual è la differenza tra vaccino proteico, a mRNA e inattivato?

“Nello stesso box possiamo inserire i vaccini a mRNA e i vaccini adenovirali, perché entrambi si basano su un concetto simile: dare informazioni genetiche all’organismo affinché le cellule producano pezzi del virus (la spike), con meccanismi un pò diversi, contro cui si sviluppano anticorpi. Entrambi, quindi, sono sotto l’etichetta di “vaccini a materiale genetico” (Pfizer, Moderna, Astrazeneca, Sputnik ed altri). I vaccini proteici, invece, che hanno bisogno di più tempo per essere prodotti, fanno vedere alle cellule direttamente la proteina spike o un pezzo di essa, contro cui l’organismo sviluppa anticorpi, senza passare per l’informazione genetica. Questi vaccini sono più stabili, più facili da produrre, più sicuri in pediatria, ma richiedono più tempo per il loro sviluppo. Poi ci sono i vaccini inattivati, in cui il virus vivo è inattivato nella fase della fabbricazione del vaccino, e richiede degli impianti di un certo tipo, soprattutto con un virus come SARS-CoV-2. Come si sviluppano? Si fa crescere il virus vivo in delle cellule modello (un ambiente artificiale creato in laboratorio), in cui il virus si ipermoltiplica, e poi lo si inattiva chimicamente in questo caso. Quasi tutti i vaccini antivirali che utilizziamo nei bambini e nei lattanti sono vaccini inattivati, come quelli cinesi. I vaccini cinesi sono, oggi, i più somministrati e esportati al mondo, hanno una efficacia un poco inferiore rispetto ai vaccini a mRNA, perché per inattivare il virus viene utilizzato un tipo di reagente che fa sì che la maggior parte della proteina spike si metta in una conformazione non ottimale agli occhi del nostro sistema immunitario che reagirebbe meglio nel vedere una proteina spike in una conformazione ottimale”.

Dal 15 ottobre (e fino al 31 dicembre 2021, termine di cessazione dello stato di emergenza) è diventato obbligatorio esibire nei luoghi di lavoro pubblici e privati il Green pass. Di fronte a questo obbligo i lavoratori immunizzati con un vaccino non riconosciuto dall’EMA si trovano in grosse difficoltà perché sono costretti ad eseguire un tampone ogni 48 ore. Di fatto sono messi alla pari dei "No Vax". Non basterebbe risolvere prevedendo un’esenzione dall’obbligo di possesso del Green pass per coloro che dimostrano, attraverso un test sierologico, di possedere un certo livello di anticorpi anti-Covid?

“Non è così semplice. Il problema è che esistono ben 25 kit di test sierologici diversi in commercio che nella maggior parte dei casi non restituiscono numeri assoluti, ma numeri “normalizzati e calibrati spesso in maniera differente a seconda del kit che si usa. Il “numero” di anticorpi contro la proteina spike, conta, ma non è tutto. Una volta che il tuo corpo ha dimostrato di saper produrre anticorpi, il numero basso o alto è molto relativo: se il numero è superiore a una certa soglia X vuol dire che l’organismo ha una maggiore capacità neutralizzante, ma se il numero è più basso non significa che il soggetto non è in grado di difendersi dall’attacco del virus. Il numero degli anticorpi rimane comunque un parametro molto delicato sul quale ragionare, anche perché questa soglia X che correla con la protezione dall’infezione ancora non è stata ben individuata, e con la variante delta, che si moltiplica piu rapidamente, anche il rapporto tra quantità di virus e quantità/qualità degli anticorpi, cambia”.

Quali tipi di anticorpi può rilevare il sierologico di cui si sta parlando in questi mesi?

“Questo test è disegnato per rilevare diversi tipi di anticorpi contro differenti pezzi del virus. Prima di sottoporre un soggetto al test è necessario rispondere a due domande: 1) Ha avuto l’infezione? 2) E’ vaccinato?. Se chi si sottopone al test ha contratto l’infezione, dovrebbe avere la maggior parte degli anticorpi contro la proteina del virus che si chiama “nucleo capside” (se ha questi anticorpi vuol dire che ha visto il virus o ha ricevuto il vaccino cinese (vaccino inattivato) e contro la proteina spike. 2) Se è stato vaccinato con un vaccino basato su spike, ed il suo sistema immunitario ha risposto in maniera efficiente, dovrebbe avere gli anticorpi contro tale proteina (che si possono rilevare in tantissimi modi)”.

Perché alcuni vaccinati non hanno sviluppato anticorpi?

“Questo dipende dalla complessità dell’immunologia e della diversità delle persone. Se ho zero anticorpi vuol dire che il vaccino con molta probabilità non ha funzionato, e, quindi, che non ho anticorpi protettivi, ma sono casi molto rari. Se, invece, ho un numero basso di anticorpi non significa che non sono protetto perché il sistema immunitario ha diversi strumenti a disposizione. Le cellule B di memoria e le cellule T sono pronte a rispondere in caso di attacco del virus. Ovviamente, nel caso di immunodepressi, trapiantati, over 80, ecc, sarebbe meglio un livello di anticorpi più alto. Non è una gara tra chi ne ha di più, ma tra chi ne ha di più in un determinato “contesto” (organismo)”, e soprattutto di che “qualità” e “forza” sono questi anticorpi. Ricordo che i vaccini da soli non sono l’unico strumento per contrastare la propagazione del virus, ma servono, sempre, politiche di distanziamento, contenimento e test”.

Nel grafico in basso, la percentuale di vaccinati tra un paese e l'altro

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