Domenica, 6 Dicembre 2020
Fantasy
MENU

“AGHARTA non è un gioco, è la risposta”

Nell’epoca dell’Italia chiusa in casa su Amazon è appena uscito “AGHARTA”, il primo romanzo distopico di Orione Lambri, in cui le atmosfere mentali ed emotive da lockdown sono il contrappasso di un messaggio di speranza e cambiamento

Nel 2012, al tempo della pandemia mediatica sull’Apocalisse Maya, il mondo si contorce fra crisi economiche, sociali e ambientali e viene scosso dall’annuncio dell’imminente impatto di una cometa. Mentre governi, capi religiosi e poteri secolari a trazione maschile non sono in grado di fronteggiare in alcun modo il caos e il panico dilagante, la risposta arriva da un gioco: AGHARTA. Dinanzi alla fine del mondo questa neurosimulazione interattiva di massa è l’unica voce che promette la salvezza. Il suo messaggio di speranza è affidato alla testimonial Cassiopea, una pornostar scomparsa misteriosamente quasi vent’anni prima. Fra le migliaia di iscritti c’è anche Jane Stuart Mill che realizza presto che AGHARTA è ben più di un semplice gioco: è la porta del cambiamento in cui la salvezza è nelle mani delle sue giocatrici, le guerriere dei sogni. Sognare ad AGHARTA, infatti, è qualcosa di potente, che apre molte porte misteriose e Jane, grazie ai dreamfile, conoscerà Klandestina e la verità: il destino non esiste e ogni farfalla che spicca il volo può far tremare il cielo.
Di seguito un passo del libro, potete leggerne un ampio estratto ed acquistarlo qui.

01/11/2012 h 00.30
ILE DE LA CITÉ, PARIGI
...
Klandestina riaprì gli occhi per la terza volta e le venne il sospetto di aver sognato. Gli occhi le si erano intorpiditi come dopo un sonno tanto rapido quanto pesante e sentiva la classica fatica a mettere a fuoco pensieri e persone. Riportò l’Attenzione sul presente, su quello che stava succedendo, e si rese conto che la Nota era giunta ormai alla sua lenta parabola discendente. Poteva analizzare freddamente la situazione grazie al nuovo potere appena
scoperto, guardare sé stessa e gli altri da fuori come in un film. La gente, i suoi fedeli, erano quasi tutti ancora ad occhi chiusi. Molti avevano le mani giunte in preghiera, al modo classico dei cristiani, mentre alcuni giovani esibivano dignitosissime posture yoga. Erano persone di tutte le età e di tutte le fasce sociali, ma soprattutto spiccava la gran massa di persone anziane, imbacuccate per il gran freddo che aveva sorpreso quella che più che un autunno assomigliava a una stagione delle piogge di stampo subtropicale. Le notizie, che negli ultimi anni erano diventate progressivamente di dominio pubblico, sulla repentina rivoluzione del clima fungevano da scenario coordinato al countdown dell’arrivo della cometa che campeggiava inesorabile sui siti delle testate di tutto il mondo e stava provocando un esodo bliblico verso i Poli, assalti ad aeroporti e stazioni, eterne code su strade con gente che cercava di fuggire con ogni mezzo, anche a piedi e con carri trainati da animali, come nel Medio Evo.

Non c’era da stupirsi, dunque, se la platea dei fedeli di Klandestina fosse così piena di gente umile. Le stesse persone che, fino a che anche buona parte dei preti in circolazione non si era volatilizzata, affollavano chiese e monasteri cercando conforto nell’unica soluzione gratuita alla disperazione: la preghiera. “I mansueti della Terra”, considerò grave fra sé e sé Klandestina, mentre faceva ritorno nel suo corpo fisico, e per la prima volta il concetto di empatia trasmutò in lei da tecnica di gioco a presa di coscienza. C’erano anche molti bambini, nella navata centrale della Cattedrale di Notre-Dame, che ogni tanto sbirciavano di qua e di là e si lanciavano complici sorrisi furtivi. Erano vestiti con abiti di seconda, terza e quarta mano, frutto d’infinite girandole fra cugini, fratelli e amici, le cui famiglie avevano escogitato da decenni il modo per resistere alla dittatura del business dell’infanzia. Non avevano colpa del peso del mondo, il peccato a cui ora l’umanità era chiamata a rispondere tramite la punizione della paura, davanti a sé stessa, alla terra e al cielo. “Come in alto, così in basso”, si scoprì a declamare Klandestina con voce stentorea, mentre la Nota si era ormai diradata e la gente si guardava intorno un po’ spaesata, stropicciandosi gli occhi. Regnava una calma irreale per quei tempi e sulle facce che aveva di fronte era comparso un raggio di sole, sereno. L’effetto della preghiera, o della meditazione, aveva portato via pensieri e paure almeno per qualche istante balsamico e la gente ora la rimirava con la gratitudine un po’ incredula di chi sta vivendo un’esperienza su cui, prima, non avrebbe scommesso alcunché.

“Questo mondo è sporco e merita di essere lavato... il 21 dicembre l’Onda s’incaricherà di fare pulizia di tutte le incrostazioni. Noi però non dobbiamo avere paura, i mansueti della Terra, voi, non devono avere paura... i bambini, i ragazzi, che non hanno ancora fatto in tempo a sporcarsi devono ringraziare la Dea perché questo, dopo la paura e il dolore, sarà il primo Natale di vera pace. Il primo Natale del futuro...”.

Detto questo, con l’ispirazione commossa che le faceva incrinare la voce e veniva trasmessa in tempo reale a chi la stava ascoltando, Klandestina scese dal palchetto stretto che i designer e gli architetti di EDA avevano allestito per lei e raggiunse una ragazzina di circa dieci anni, che nel vederla sopraggiungere s’irrigidì senza smettere di sorridere. La guardò dolcemente negli occhi, scuri come quelli dei popoli della terra d’origine della sua famiglia, e le fece una carezza tenue sul volto, senza dire una parola. Poi, senza variare il ritmo lento e cadenzato dei suoi movimenti, l’abbracciò con lo stesso slancio di affetto con cui avrebbe potuto abbracciare sua sorella. Sentì la naturale resistenza sciogliersi pian piano e la bimba ricambiò l’abbraccio, stringendola forte. La sentì scoppiare in un singhiozzo sommesso, terribilmente dignitoso, che la commosse a sua volta. Senza bisogno di guardarsi intorno, percepì nitidamente che tutti gli altri le stavano imitando. Intanto il silenzio si era colorato di una nuova sfumatura di turchese. “Scambiatevi un segno di pace.” L’aveva solo pensato. Era la ciliegina sulla torta di ogni messa cattolica, il gesto simbolico di unione fra estranei richiesto dal prete ogni domenica, che più di ogni salmo racchiudeva l’insegnamento di Cristo: ama il prossimo tuo come te stesso. Non aveva bisogno d’inventarsi niente e neanche di parlar troppo, l’aveva già capito da tempo. Bastava un po’ di amore.”

Orione Lambri è un pubblicitario bolognese, co-fondatore e direttore creativo dello studio “Lance Libere”; “AGHARTA” è il suo primo romanzo.
 

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

“AGHARTA non è un gioco, è la risposta”

Today è in caricamento