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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Asso di denari

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A cura di Carlo Sala

Perché il prossimo autunno significa paura di un rincaro dell’Iva

Come ogni autunno, gli italiani rischiano di veder rincarare l’imposta sui consumi (Iva) ed il rialzo dello spread successivo al varo del governo in carica, il rallentamento dell’economia (e quindi del gettito fiscale) che il crollo del ponte Morandi comporterà, la fuga di capitali stranieri dall’Italia (registrata anche dal Wall Street Journal) rendono molto stretto il sentiero che il governo può percorrere per evitarla.

Il rincaro dell’Iva è uno stabilizzatore automatico dei conti pubblici previsto dalla legge di bilancio. In base a tale legge, l’aumento scatterà ove il governo non riesca per altra via a recuperare quanto occorre per evitare che il deficit (la differenza tra le risorse necessarie e quelle disponibili) e il debito pubblico (l’ammontare totale dei crediti nei confronti della pubblica amministrazione) superino la soglie prefissate.

I rincari dell’Iva sono prestabiliti ed in caso scattino saranno i seguenti: l’aliquota ridotta (quella che riguarda i beni di prima necessità come cereali, carne, pesce, latte ecc.) passare dal 10 attuale all’11,5% nel 2019 e al 12% nel 2020; l’aliquota ordinaria (oggi al 22%) passerà al 24,2% nel 2019, al 24,9% nel 2020 e al 25% nel 2021.

Il rincaro dell’Iva richiede una legge per essere evitato, non per essere applicato, perché è già previsto da norme precedenti e dunque può solo essere evitando, trovando le risorse del caso, dalla prossima legge di bilancio.

Questo significa che per non avere un aumento dell’Iva, il governo dovrà dimostrare nella legge di bilancio di essere in grado di reperire le entrate necessarie attraverso altri canali sia nazionali (dalla lotta all’evasione fiscale al recupero delle imposte mai versate, per esempio) che internazionali (a fronte del piano della Bce di ridurre il quantitative easing e l’acquisto di titoli di Stato occorre trovare altri finanziatori del debito pubblico italiano) e/o parallelamente di ridurre alcune spese (il che comporta la rinuncia ad alcuni servizi o a misure come una nona legge di salvaguardia degli esodati che pure le forze di maggioranza stanno discutendo).

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