Martedì, 3 Agosto 2021

Pro e contro dei tassi di interessi negativi praticati dalle banche centrali

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A inizio marzo la Banca Centrale Europea ha tagliato ancora una volta il tasso sui depositi portandolo a -0,4%. Sulla sua scia altre quattro banche centrali (la Banca nazionale danese, la Banca nazionale svizzera, la Riksbank svedese e la Banca del Giappone) hanno fatto altrettanto. Chi ci guadagna? Chi ci perde? Di seguito alcune valutazioni sui pro e i contro di tali manovre.

Il settore bancario rischia di veder erosi i margini di profitto perché le banche commerciali guadagnano addebitando un tasso di interesse sui prestiti più alto rispetto a quello che pagano sui depositi. Se il tasso sui prestiti si riduce ulteriormente in seguito al calo dei tassi di interesse ufficiali (fissato dalle banche centrali e punto di riferimento per i tassi praticati sui prestiti) e le banche commerciali non vogliono o non possono abbassare il tasso pagato sui depositi sotto lo zero, per evitare che i correntisti ritirino i depositi, il margine di interesse netto delle banche scende sempre di più.

Le banche centrali possono però ridurre l’impatto di tassi negativi sulle banche, come ha fatto la Banca centrale del Giappone, che ha applicato i tassi di interesse negativi solo al 10% delle riserve che le banche commerciali hanno depositato presso di lei, mentre sul restante 90% ha applicato tassi dello 0% o di poco superiori (nel gergo finanziario, questa differenziazione si chiama multi-tier system). 

Se lasciare denaro presso la banca centrale non conviene i prestiti sono incentivati, perché coi tassi negativi lasciare somme alla banca centrale significa dover pagare il ‘parcheggio’ di quelle somme e questo è chiaramente uno stimolo a utilizzarle piuttosto per impieghi su cui avere un ritorno. I tassi negativi dovrebbero ridurre il costo del credito e quindi favorire la domanda di prestiti, ridurre il costo del capitale e quindi incoraggiare gli investimenti, nonché ridurre il tasso di sconto sui prezzi degli strumenti finanziari e quindi far salire le valutazioni.

I tassi negativi suscitano preoccupazione sulle capacità delle banche centrali perché vengono interpretati come il segnale che esse hanno raggiunto il limite massimo della politica monetaria, che non possono più praticare ulteriori quantitative easing (cioè fornire liquidità al sistema nel suo complesso) e suscitano dunque interrogativi sul modo in cui quelle stesse banche potranno affrontare una nuova recessione.

In Danimarca, Svizzera e Svezia i tassi negativi non hanno avuto conseguenze negative, anzi: il credito bancario nei confronti del settore privato sta crescendo più rapidamente in Svizzera e in Svezia rispetto all’Eurozona, nonostante i tassi di interesse delle loro banche centrali siano assai inferiori al tasso della Bce.

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