Domenica, 25 Luglio 2021

Pechino fissa gli obiettivi di crescita fino al 2020

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Entrata nel 2016 con forti scossoni in Borsa a Shanghai e Shenzen (il peggior avvio borsistico nei 25 anni di vita dei mercati azionari cinesi: Shanghai ha perso circa il 10%, Shenzhen oltre il 14%), la Cina ha varato il Tredicesimo piano quinquennale (il primo del presidente Xi Jinping) nella doppia seduta annuale, dal 3 al 15 marzo, dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento cinese) e della Conferenza politico-consultiva del popolo cinese (un organo con funzioni consultive).

Per il quinquennio 2016-2020 Pechino punta a una crescita del 6,5-7% (l’anno scorso la crescita è stata del 7,4%) con l’obiettivo di raddoppiare per il 2020 il Pil pro-capite disponibile nel 2010. Nello specifico, questo tasso consentirebbe di crescere da un Pil di 67.700 miliardi di yuan del 2015 a 92.700 miliardi di yuan nel 2020.

Il XIII Piano quinquennale cinese si articola in 7 punti e si concentra su innovazione, coordinamento, protezione ambientale, apertura e condivisione. I 7 punti sono: 

Riduzione della povertà nelle aree rurali; promozione della “riforma dal lato dell’offerta” (supply-side reform): ottimizzazione della struttura economica; Una Cintura una Via (One Belt, One Road) ovvero il rilancio della Nuova Via della Seta; revisione della legge sulla beneficienza; riforma del sistema giudiziario; sviluppo verde; lotta alla corruzione nelle istituzioni. 

In linea con altri piani già presentati negli scorsi mesi (“Made in China 2025” e “Internet +”), il Paese del Dragone mira a rinnovare il tessuto industriale sostituendo la produzione manifatturiera di prodotti a basso costo e bassa qualità con quella di beni industriali high tech. In parallelo, vuole ridurre l’impatto ambientale del sistema industriale anche alla luce degli accordi siglati alla conferenza Cop 21 di Parigi sull’ambiente. 

Per il 2020 Pechino vuole portare il peso del settore dei servizi al 56%, dal 50,5% attuale, e creare 50 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane (aumentando il tasso di popolazione urbana dal 56,1% al 60%). Punta inoltre a contenere il totale di energia consumata entro 5 miliardi di tonnellate equivalenti di carbone, rispetto ai 4,3 miliardi del 2015 (la Cina è il Paese più energivoro del mondo, nonché il primo consumatore di materie prime), a ridurre il consumo energetico e le emissioni di CO2 per unità di Pil rispettivamente del 15% e 18% rispetto ai livelli del 2015, a ottenere una classificazione dell’aria delle città a livello “buono” o migliore per almeno l’80% del tempo rispetto al 76,7% del 2015, ad aumentare la capacità installata di energia nucleare da 28,3 a 58 gigawat (attualmente vi sono 26,7 gigawatt di capacità nucleare in costruzione). Last but not least, nei prossimi 5 anni la Cina intende espandere la rete ferroviaria ad alta velocità fino a 30.000 km, partendo dai 19.000 km del 2015, e realizzare almeno 50 nuovi aeroporti civili.

Il passo più lento della Cina può giovare alle imprese italiane, secondo Sace, perché l’evoluzione delle abitudini alimentari cinesi consentirà di esportare beni alimentari lavorati di alta qualità. Un numero crescente di città costiere mostra forti segnali di occidentalizzazione dei consumi (che in campo alimentare significa maggior consumo di pasta e di prodotti tipici come l’olio extra-vergine di oliva o  il parmigiano) e dal 3015 sono stati ridotti i dazi sui prodotti di lusso, inclusi quelli alimentari di alta qualità (a partire dal vino). La crescente domanda di alimenti sicuri da parte dei consumatori cinesi funge inoltre da stimolo all’importazione di prodotti finiti e allo sviluppo delle tecniche di conservazione degli alimenti freschi. E infine  le imprese italiane potranno incrementare le forniture di macchinari per la lavorazione delle materie prime agricole ai Paesi latinoamericani, che sono un importantissimo partner commerciale di Pechino. 

L’export di agroalimentare italiano in Cina potrebbe toccare i 410 milioni di euro per il 2018, contro i circa 320 milioni del 2014, pronostica Sace. Il principale prodotto esportato è il vino, con un peso sul totale di oltre il 23%, seguito dal cioccolato (22%) e dai prodotti da forno (10%); l’olio di oliva, benché rappresenti solo il 7% circa dei beni alimentari esportati in Cina, vede l’Italia come il secondo esportatore dopo la Spagna. I prodotti residuali, come le carni e gli insaccati e i prodotti lattiero-caseari hanno ancora un peso ridotto ma proprio per questo presentano margini di crescita elevati. 
 

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