Giovedì, 29 Luglio 2021

Luci e ombre intorno all’idea del ministro delle Finanze europeo

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Emersa già nel 2011, quando i bilanci di Grecia, Portogallo e Irlanda destavano massime preoccupazioni per le tenuta dell’euro, l’idea di un ministro delle Finanze europeo è stata rilanciata qualche settimana fa dai banchieri centrali di Germania e Francia, Jens Weidmann e Francois Villeroy de Galhau attraverso un articolo scritto quattro mani “Europe at a crossroads” (l’Europa a un bivio) pubblicato sul quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”), col quale in buona sostanza hanno riproposto una delle obiezioni più ricorrenti avanzate quando si stava discutendo la realizzazione della moneta unica: la Banca centrale europea da sola non basta, occorre anche un ministro delle Finanze.

LA PROPOSTA - La banca tutela la moneta, il ministro decide come usarla è in buona sostanza  l’argomentazione di chi sostiene la necessità del dicastero europeo delle Finanze ed è proprio su questa falsariga che si sono mossi i due banchieri e, accogliendo e rilanciando la proposta, anche il governo italiano. 

IL MINISTRO EUROPEO - Il ministro delle Finanze europee potrebbe emettere Eurobond, come si intuisce sia quando i due banchieri ne perorano l’introduzione per garantire la crescita economica europea sia quando l’Italia fa sua questa perorazione. Emettere obbligazioni, quali sono i bond, significa infatti utilizzare del denaro, sia quello che serve per pagare le cedole a chi compra i bond stessi sia quello che si incassa vendendo i bond stessi e che potrebbe e dovrebbe essere sfruttato per finanziare iniziative che diano slancio all’economia europea.

GLI EUROBOND - Gli Eurobond sono proprio come i bond dei singoli Paesi o delle aziende, da questo punto di vista, vengono emessi per procacciarsi del denaro con cui realizzare iniziative che si suppone saranno proficue e ripagheranno il debito contratto (le cedole da pagare) attraverso il bond stesso. C’è però una differenza non da poco, poiché gli Eurobond verrebbero emessi non da uno Stato ma da un complesso di Stati (Unione europea o eurozona) essi avrebbero un tasso di interesse inferiore (quindi le cedole da pagare costerebbero meno), perché nel suo complesso l’Europa (Ue o eurozona che sia) appare più economicamente stabile della maggior parte dei suoi Stati. Si tratterebbe quindi di un modo più conveniente di finanziare progetti europei. Ma è davvero così? 

IL RISCHIO DI ESSERE SUBALTERNI ALLA GERMANIA - Intanto per valutarne l’attrattività bisognerebbe vedere come si posizionano gli Eurobond rispetto ai Bund tedeschi, talmente solidi vista la forza della Germania da essere presi a termine di raffronto dello spread (cioè della maggior onerosità per via del maggior rischio) che le obbligazioni degli altri Paesi hanno rispetto a quelle della Germania. Investire in Eurobond. I casi qui sono due: o gli Eurobond rendono più di quelli tedeschi, e questo significa che l’Europa nel suo complesso è più rischiosa dell’intera Germania, oppure rendono di meno, ma allora perché gli investitori non dovrebbero comprare Bund teutonici?

TASSE EUROPEE - Per ripagare gli Eurobond il ministro delle Finanze europeo deve poter tassare come è evidente, per quanto passi sottaciuto, perché chi presterebbe denaro, comprando i suoi bond, a qualcuno che non offre un minimo di garanzia di poter ripagare il prestito? Certo, gli introiti degli Eurobond serviranno per progetti che si sperano redditizi e dai quali trarre proventi per ripagare i Bond stessi, ma chi comprerebbe così a scatola chiusa?

CHI GOVERNA? Chi c’è dietro il ministero delle Finanze europeo è un’altra delle scelte cruciali per istituire il ministro stesso, come evidenziato anche da Enrico Letta (probabilmente ben lieto di smorzare l’entusiasmo del governo Renzi in proposito). Il ministero è sostenuto e quindi finanzia e tassa tutti i 28 Paesi della Ue o solo i 19 che hanno aderito all’euro? E con quale criterio decide che gli Eurobond, o qualsiasi altro mezzo a sua disposizione, servano per sostenere un certo progetto, in un certo Paese o in certi Paesi, piuttosto che un altro, in un altro/i Paese/i? 

UNO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE - Il ministero delle Finanze potrebbe essere anche uno specchietto per le allodole in effetti, perché suona strano che a sostenerlo sia proprio la Germania. I tedeschi sono da sempre contrari alla mutualizzazione dei debiti, all’idea cioè che i 19 o i 28 Paesi di eurozona e Ue debbano farsi carico delle esigenze gli uni degli altri anziché ciascuno delle proprie. Ma con gli Eurobond il ministro delle Finanze europeo farebbe proprio questo: attraverso il sostegno di 19 o 28 Paesi si procaccerebbe risorse per aiutare X o Y (seppur, verosimilmente, un aiuto arriverebbe a turno a tutti). Con la proposta del ministero delle Finanze la Germania sta forse rilanciando l’idea, che le sta molto a cuore, di una più attenta ponderazione della solidità di ciascun socio dell’euro e della Ue, cioè del cosiddetto “rischio Paese”. Potendo chiedere che gli Eurobond vengano utilizzati a loro favore, i singoli Paesi sarebbero forse meno intransigenti di oggi rispetto alla linea tedesca di valutare in maniera più approfondita e diversa i Bond dei singoli Stati (cioè il rischio Paese sottostante) e potrebbero sempre contare che i loro sono e continuerebbero ad essere i Bond nazionali più sicuri per gli investitori. Non va dimenticato, d’altra parte, che il ministro delle Finanze sarebbe il gendarme preposto a vigilare sulla tenuta dei conti dei singoli Stati (dell’euro o dell’Ue ancora non si sa, ma ai fini delle sue funzioni questo è un dettaglio secondario seppur la sua decisione sia tutt’altro che scontata e di poca rilevanza).

IL RUOLO DI LONDRA - Un contentino a Londra contro la Brexit non è da escludere, anche se non appare certo la ragione principale della proposta. Già oggi la piazza di Londra tratta una cospicua fetta di tutte le operazioni denominate in euro e un domani sarebbe una delle naturali candidati a località di svolgimento delle operazioni che il ministro delle Finanze europeo dovesse svolgere. All’interno dell’opinione pubblica inglese la City spicca per la sua contrarietà all’uscita dell’Inghilterra dalla Ue e la prospettiva di combinare altri affari è certamente tale da rafforzarla in questa sua idea.

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