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Sabato, 22 Giugno 2024
Capitale sociale

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A cura di Giuseppe De Marzo

"Ma questo non era il primo mondo?"

Martedì 29 aprile sono stato ospite dei frati francescani minori presso la Pontificia Università Antonianum per tenere la prima lezione del corso "Esclusi e diritti umani: verso una Chiesa per i poveri". Tante persone da diverse parti del mondo, impegnate in diverse missioni e a stretto contatto con le popolazioni: dall'America Latina, all'Asia, all'Africa. Un mondo di punti di vista per cercare di comprendere come far fronte all'emergenza povertà.

Siamo abituati a pensare la povertà come una malattia che affligge soprattutto il Sud del mondo e nell'immaginario collettivo l'Italia sta ancora dalla parte dei ricchi. Così Christian, giovane frate colombiano arrivato da Bogotà a Roma, durante il dibattito ha alzato la mano:

"Qui nella città eterna camminando mi sono emozionato vedendo le rovine della Storia, quelle che fanno la fama dell'Urbe. Poi c'è stato l'incontro con la Chiesa, quella trionfante costruita accanto alle rovine. Queste due immagini mi hanno fatto pensare alle logiche dell'impero, romano prima e cattolico poi. Mentre riflettevo poi, un terzo momento: a lato di San Giovanni in Laterano i migranti, che dormono per strada e chiedono l'elemosina per mangiare. Proprio come nel mio Paese, la Colombia, dove accanto allo sfoggio del profitto più sfrenato delle multinazionali ci sono i poveri, gli esclusi, gli sfruttati. Non ho visto differenze. Ma non eravamo in Europa? Non era questo il primo mondo?".

E' stata la semplicità di Christian a spiegare perché parlare di povertà è importante anche nel nostro Paese. Dal 2008, anno in cui si fa iniziare la crisi nell'occidente, i dati sulla povertà relativa sono quadruplicati e quelli sulla povertà assoluta sono una novità.

Il nostro Paese si trova drammaticamente coinvolto in un processo di impoverimento che riguarda ormai tutta Europa. Dati Eurostat e Istat fotografano una situazione drammatica: 9 milioni e mezzo di poveri relativi (che sopravvivono con 506 euro al mese) e 5 milioni di persone in povertà assoluta. Mentre nel vecchio continente sono 126 milioni quelli in povertà relativa e 43 milioni secondo la Croce Rossa Internazionale coloro che soffrono la fame! Il 'primo mondo' esiste ancora per quella piccolissima percentuale di popolazione che si è ancor più arricchita con la crisi.

Dobbiamo comprendere questo dato in maniera profonda, perché per uscire dalla crisi bisogna conoscerla. Le politiche di austerità e il pensiero unico sulle soluzioni non hanno fatto altro che aggravare la situazione. Non siamo di fronte a un momento di passaggio ma dinanzi ad una crisi inedita e strutturale. Ma dal passato possiamo imparare, ricordandoci che le grandi crisi hanno sempre conseguenze terribili se la politica e la società non rispondono restituendo dignità, diritti e democrazia alle vittime che produce. Ad esempio la crisi del '29 ha avuto come conseguenza nel nostro continente guerre, totalitarismi, genocidi.

In questo caso invece parliamo di crisi strutturale per descrivere una crisi decisamente inedita per la portata degli ambiti che investe. Infatti essa non è solo economica e finanziaria ma ambientale, alimentare, energetica e migratoria. Sia chiaro: siamo tutti coinvolti, dal nord al sud del mondo.

La crisi ambientale è evidente: da quanto si sottolinea che le risorse del nostro pianeta sono limitate? Questo porta necessariamente a una crisi alimentare, in particolare quando le risorse non sono ben distribuite, come accade adesso tra nord e sud del mondo, ma anche nel nostro Paese tra ricchi e poveri. Anche le risorse energetiche hanno un limite e non possono dirsi distribuite in una maniera equa. Questo lo abbiamo visto sempre riflettersi a livello economico e finanziario, visto che le grandi lobbies energetiche hanno forte potere sui mercati. Infine la crisi ambientale ha prodotto il surriscaldamento del pianeta, l'aumento della desertificazione, i cambiamenti climatici ed i disastri naturali: tutti fattori che hanno determinato una nuova categoria di migranti: i rifugiati ambientali.

Per uscirne dovremo ripensare la distribuzione e la gestione delle risorse in una maniera effettivamente equa e sostenibile per riassorbire le differenze segnalate dalla povertà e dall'esclusione sociale. Sono tanti gli economisti, i sociologi, i giuristi che stanno lavorando su questo da molti anni, perché solo così la crisi diventa una possibilità di cambiamento.

Così come tante sono le persone, le realtà, i comitati e i movimenti impegnati a costruire un'ecologia popolare fondata sui beni comuni, sulla democrazia partecipativa e sul riscatto dei saperi legati ai territori, aiutando così a ristabilire una relazione armoniosa con la vita intorno a noi e con la nostra Casa Comune.

Mai come oggi nel mondo non ci sono tanti attivisti impegnati nella difesa del proprio territorio, delle proprie risorse naturali. Noi con la campagna Miseria Ladra stiamo girando l'Italia andando a visitare tutte le realtà impegnate nella difesa della terra, dell'ambiente, della salute, perché la povertà la si sconfigge anche difendendo ciò che abbiamo in comune.

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