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Giovedì, 9 Dicembre 2021
Cronache marziane

Opinioni

Cronache marziane

A cura di Rossella Lamina

Memorie inconfessabili. 3 – Ooops….Il giocattolo si rompe

Dopo il post “Caccia agli sfigati” non mi aspettavo fasci di rose rosse dalle redazioni dei talk show, ma nemmeno di sentirmi dire d’aver  “buttato fango sulla categoria dei giornalisti”. Una categoria che, almeno sul versante carta stampata e on line, sembra aver colto lo spunto per interrogarsi. Sul confezionamento del “prodotto talk” ed anche, più in generale, su altre questioni di metodo.

A mettere in evidenza l’aspetto del “casting” ci ha pensato Alessandra Longo su La Repubblica, nella sua rubrica “Bel paese”.  Carlo Tecce,  in un appassionato articolo su Il Fatto Quotidiano, usa la metafora della macelleria: “un taglio preciso, un peso stimato, un gusto preteso. Un giorno puoi scoprire perché vogliono quel disoccupato, quel pensionato, quel precario, quel disperato - e conclude –  (…) pezzi di vita vissuta, ma costretti a recitare. A non essere se stessi. A giocare con la disperazione. A creare e sostenere un genere televisivo. Per far godere il pubblico e lo share”.

Prosegue la riflessione Libero, con un redazionale in cui si evidenziano  “I talk della tv perbenista al mercato del precario da mettere in vendita”. “Niente inchiesta giornalistica, solo pietismo sensazionalista. La televisione di approfondimento è anche questo: un suk dove gli autori, anziché storie da raccontare, cercano maschere da mettere in scena”.

È poi la volta di Nino Materi Il Giornale:  “il protocollo del perfetto talk show prevede personaggi fissi: da quello che interrompe tutti a quello che risponde insultando; da quello che abbandona offeso la trasmissione, a quello che fa ‘no’ col testone mentre parlano gli altri”. Peccato che Materi, (secondo cui sarei una “sindacalista che recluta i disoccupati per i talk show”) non abbia per nulla colto il “non possumus” attuato in questi anni. Ma forse era più attrattivo additare “il sindacato”  - in tutta la sua totalità - come una Spectre, che agirebbe anche dietro le brutte messe in scena costruite dalla nostra tv.

In realtà c’è da annotare che i veri “cacciatori”, i predatori nati, sanno anche fare anche a meno delle “reclutatrici”. Non è una missione impossibile in un Paese dove la televisione si è trasformata nel centro dell’universo conosciuto, dove purtroppo sono in tanti ad aver introiettato il desiderio di salire in quella scena, magari pensando di ottenere un momento di riscatto.  Basta attivare le giuste catene telefoniche, chiedere su e giù per l’Italia il contatto di quel tale nome, apparso in relazione a una qualche vertenza, e si bypassa quella rompiballe dell’addetta stampa (che continua a chiedere garanzie di dignità, di poter fare ragionamenti col capo e con la coda, che si possa apparire per quello che si è, inclusa l’appartenenza sindacale).

Spesso, più che una maîtresse, finisco per sentirmi un “casco blu” che assiste disarmato a troppi scempi….

Di scempi molti se ne compiono in piazza, un luogo dove in tanti farebbero bene a ritornare per confrontarsi con il Paese in carne e ossa. Ma il problema sta sempre nell’occhio di chi guarda, come dimostrano i resoconti del 18 e 19 ottobre, due giornate di sciopero e mobilitazione con decine di migliaia in piazza a Roma contro l’austerity, per il diritto a casa e reddito e per la difesa del territorio.

“Ho l’impressione che i giornalisti non siano più sui luoghi o, più precisamente, che, pur essendoci, è come se non ci fossero, tanto le loro opinioni preesistono ai fatti”, scriveva Sciascia nel ‘78, ma pare scritto ieri. Ce lo ha ricordato opportunamente l’interessante editoriale di Giovanni De Mauro su L’Internazionale.

Infatti, tranne pochissime eccezioni, l’informazione sul 18 e 19 ottobre, quando non si è messa l’elmetto sulla testa per l’arrivo degli “sfasciavetrine”, ha scelto la chiave del ridicolo. Come in questo servizio “Sindacati in piazza. Soluzioni del passato?” di Antonino Monteleone per Piazza Pulita: c’è una piazza a corteo finito (“siete un po’ pochini, eh?”, sottolinea l’autore) dove si ritrovano solo folklore e “garantiti”.

Possibile che a restituirci una relazione onesta con quella due giorni di mobilitazione, senza idee preconcette e adottando un metodo di ascolto, ci abbia dovuto pensare Blob? Il programma, di storica impronta satirica, spesso si trasforma (soprattutto nell’edizione domenicale) in una importante finestra sul reale come poche ce ne sono ancora in tv. Guardate queste due puntate:  La strada, sullo sciopero del 18 e Fuori casa, sulla mobilitazione del 19, realizzate da Fabio Masi - che, va ricordato, fu l’unico a occuparsi della prima grande manifestazione dei migranti in Italia (17 ottobre del 2009), su cui nessun tg nazionale fece uno straccio di servizio.

Se il giocattolo mostra più di un segno di rottura ed il talk in prima serata perde ascolti,  invece di ricorrere  a memorie hard (quelle sì, veramente inconfessabili) o alla presenza sempre più consistente di attori, dichiarati e non (con quelli comici che spesso incarnano l’unico momento di realismo in contesti del tutto surreali), forse sarebbe il caso di rimettere radicalmente mano a un prodotto televisivo che altrimenti rischia di non appassionare più nessuno.

….È un mondo molto, molto strano.

Memorie inconfessabili. 3 – Ooops….Il giocattolo si rompe

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