Mercoledì, 24 Febbraio 2021
Cronache marziane

Cronache marziane

A cura di Rossella Lamina

Chi sono i veri "intrepidi"?

“L’intrepido” di Gianni Amelio, presentato in concorso all’ultimo festival di Venezia ed ora nelle sale, sembrava offrire numerose premesse di interesse, quasi da far presagire un film “importante”, uno di quelli che vanno a mettere il dito nelle piaghe del presente per restituircene una lettura illuminante.
Eppure le facce attonite ed i commenti negativi che si registrano all’uscita di un cinema romano, in rimando ai fischi di dissenso che hanno accolto il film dopo la proiezione stampa a Venezia, danno la misura di un appuntamento mancato.

“L’intrepido” ruota tutto attorno al personaggio di Antonio Pane, che dopo aver ha perso il lavoro a 48 anni si ritrova a fare il “rimpiazzo”: sostituisce altri lavoratori assenti svolgendo ogni sorta di attività - dall’operaio nei cantieri edili al cameriere, dal tranviere al pony express –  e per qualsivoglia durata (dalle tre ore ad un paio di giorni, quando è fortunato). Insomma, Antonio è il più precario dei precari. Chi gli procaccia questi “ingaggi” è un sordido personaggio meridionale, che oltre a sfruttarlo lo paga anche saltuariamente.  

Antonio è povero. Ma, soprattutto, è solo. Non i legami familiari o amicali (è separato e vive una altalenante relazione con il figlio); non la prospettiva di un nuovo amore (che si dissolverà tragicamente); tantomeno alcuna “solidarietà di classe”, del tutto assente in una Milano che nel film appare come desertificata, sono in grado di riempire l’agghiacciante vuoto in cui il personaggio si dibatte. Quanto poi il sindacato sappia dar voce e prospettive alla sua condizione, è chiaramente espresso nella scena in cui Antonio svolge il ruolo di “gonfiatore di palloncini” sotto ad un palco dove, letteralmente sopra la sua testa, risuona ancor più vuoto il comizio di un delegato sui diritti dei lavoratori…

Ma, nonostante tutto e tutti, l’intrepido Antonio va avanti. Esegue con dedizione ogni lavoro che gli viene assegnato e sempre con il sorriso sulle labbra. Al suo sfruttatore chiede di essere pagato almeno di tanto in tanto e non si perde d’animo di fronte alle umiliazioni, quando viene derubato, quando non ha di che mangiare. Antonio Pane non si ribella mai. Antonio Pane è buono come il pane.

La sua personale asticella, quel limite oltre al quale anche uno così buono non regge più, sta nel percepire realtà per lui intollerabili, come la prostituzione minorile. A quel punto Antonio fugge. Ed anche lo spettatore, messo di fronte a questa versione moderna non tanto del vagabondo chapliniano, a cui Amelio dichiara di essersi ispirato (ma Charlot non solo si incazzava e talvolta cercava di menar le mani, ma sapeva anche mettere radicalmente in discussione i rapporti di potere), quanto di una specie di Pollyanna, l’orfana protagonista del romanzo edificante di Eleanor Porter, la quale, di fronte alle numerose disgrazie che le toccano in sorte afferma sempre: “Tanto meglio così”.

In buona sostanza, la sensibile interpretazione di Antonio Albanese (a cui il film deve veramente molto), la curatissima fotografia di Luca Bigazzi, la studiata messa in scena di Amelio, non sono sufficienti a dare corpo e spessore ad un film la cui sceneggiatura è costellata di snodi meccanici ed il cui progetto di fondo ha i piedi di argilla.

"L'intrepido mostra la realtà in cui siamo immersi senza la pretesa di avere uno spirito documentaristico, perché per quello bastano i programmi tv di cronaca. Si tratta dell'esperienza delle persone che conosco bene, dei giovani”, ha dichiarato il regista (vedi articolo di Camillo De Marco su Cineuropa).

Il problema basilare de “L’intrepido” sta invece proprio in una mancanza di relazione con la realtà di questo Paese, sfera alla quale, secondo Gianni Amelio, dovrebbero dedicarsi media e generi “bassi”, come i programmi tv di cronaca, a cui il regista sembra affidare lo spirito documentaristico.

Eppure, in tempi recenti, un pezzo di realtà ha bussato direttamente alla porta di Amelio, quando nel suo ruolo di direttore artistico per la ultima edizione del Torino Film Festival il regista si è dovuto confrontare con dei licenziati in carne ed ossa, dei giovani sbattuti fuori da una cooperativa appaltatrice del Museo Nazionale del Cinema (che gestisce anche il festival di Torino) perché non avevano accettato di ridursi ulteriormente la già magrissima paga. Forse meno poetici di Antonio Pane. Sicuramente intrepidi, visto che si sono organizzati sindacalmente ed hanno denunciato in pubblico la loro condizione di sfruttamento.

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Quei giovani, ancora oggi alle prese con una dura battaglia per riconquistare il loro posto di lavoro, Amelio da direttore non li ha voluti incontrare, se non a ridosso della conclusione del Torino Film Festival e per qualche breve minuto. Come pure non li ha voluti incontrare Alberto Barbera, attuale direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino nonché attuale direttore artistico del festival di Venezia.

Sempre da direttore del Torino Film Festival, Gianni Amelio ebbe parole di fuoco nei confronti di Ken Loach, quando lo scorso novembre il regista britannico giunse a rifiutare il premio alla carriera attribuitogli dal TFF proprio in solidarietà con quegli stessi giovani lavoratori licenziati. Si potrebbe dunque concludere che c’è sempre un rapporto stretto fra l’opera di un cineasta e le sue azioni e che Amelio e Loach ne incarnano due esempi, fra loro molto distanti.

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