Lunedì, 10 Maggio 2021
Cronache marziane

Cronache marziane

A cura di Rossella Lamina

Santificare le feste nel settimo natale della crisi

Al settimo natale dall’inizio della crisi economica dovremmo finalmente domandarci se poter fare acquisti tutti giorni, inclusi domeniche e festivi, e con orario ininterrotto, sia una conquista di questa epoca storica o persino un diritto ormai acquisito. Soprattutto se questo nostro presunto diritto espropria altre persone del loro diritto di vivere e godere di quelle festività che noi santifichiamo comperando.

Provate a cercare un farmaco di domenica - od anche di sabato mattina  - nella capitale d’Italia: vi ritroverete a girare interi quartieri nella speranza che l’unica farmacia di turno (spesso in un’area vasta quanto una cittadina italiana di medie proporzioni) abbia in negozio la medicina che vi occorre urgentemente.  Ma se di domenica veniste colti  dall’impellente esigenza di comprarvi una camicia o uno smart phone, ecco allora l’imbarazzo della scelta fra gli esercizi commerciali aperti.

Dentro quei negozi, pronti a soddisfare le nostre esigenze, ci sono tanti lavoratori e lavoratrici che, come tutti i dipendenti, negli anni hanno visto precipitare il proprio livello salariale. Ma nel commercio e nella grande distribuzione dilaga la precarietà, che si accoppia alla richiesta di una totale disponibilità a coprire ogni sorta di turni: domenicali, festivi, serali; con orari spezzettati nell’arco della stessa giornata – a volte quasi funambolici. È inoltre massiccio l’impiego del part-time che, secondo una tiritera ormai stonata, aiuterebbe a “conciliare tempi di vita e di lavoro” e che invece ha trasformato l’organizzazione della vita quotidiana simile alla soluzione di un cubo di Rubik. Ha inoltre sfornato migliaia di working poors, poveri anche se con un posto di lavoro. E soprattutto, di povere: dove c’è lavoro dequalificato, sottopagato e sfruttato le donne sono sempre maggioranza.

Nei fatti chi lavora nel settore è sottoposto  ad una forte ricattabilità, che impatta pesantemente anche sulla vita di relazione e la sfera affettiva. Chi riesce a rispondere: “No grazie, questa domenica vorrei passarla con i miei figli - o i miei amici, o in riva al mare”, quando questo rifiuto potrebbe costare il posto di lavoro? E magari siete una madre single, che già fa i numeri da circo solo per portare e riprendere i bambini dall’asilo… Nel paese in cui tutti “tengono famiglia”, e i figli, si sa, “so’ piezz ‘e core”, passare una festività insieme ai propri affetti è diventata una “gentile concessione” del datore di lavoro.

Anni di rinnovi contrattuali a perdere hanno sancito la sottrazione dei diritti a chi lavora nel commercio: dal 2010 è significativamente decurtata la retribuzione della malattia ed il lavoro domenicale è divenuto obbligatorio un minimo di 26 domeniche per tutti (con ulteriori estensioni a seconda dei comuni),  per tutte le domeniche a chi viene assunto con uno specifico part time. E chissà cosa proporrà in materia Federdistribuzione, associazione della grande distribuzione organizzata, che recentemente è uscita da Confcommercio disdettando il - già pessimo - Contratto Nazionale a partire dal 1 gennaio 2014: si moltiplicano i seguaci di Marchionne?

È poi arrivato Monti con i suoi tecnici “modernizzatori”, che col decreto cosiddetto “salva Italia” (ma chi ci salverà da questi salvatori?) ha introdotto la massima liberalizzazione degli orari del commercio. Anche questo, “ce lo ha chiesto l’Europa”. Guardate, però, quali sono gli orari negli altri paesi europei, come riporta questo articolo pubblicato da Linkiesta: anche in questo caso il “professore” ha voluto ecceder nello zelo, portandoci fra i primi di una classe dove in materia di diritti e dignità sono tutti emeriti somari. Ed anche in questo caso la ricetta non ha funzionato.

Infatti, che senso ha poter trovare aperto 24 ore su 24 un esercizio commerciale se i soldi non ci sono? Parlate - non dico tutti i giorni, ma almeno di tanto in tanto – con chi lavora dentro agli alimentari. Vi dirà che più o meno (e sempre meno che più) l’incasso è stazionario, ma si è solo spalmato su diverse fasce orarie. Insomma, se in Italia i salari sono fra i più bassi in Europa (vedi dati Eurostat) e se in tanti il lavoro l’hanno perso, è da dilettanti pensare di risollevare i consumi con qualche escamotage. Anche per questo natale, tornano previsioni fosche su un ulteriore  calo dei consumi. Confcommercio stima che 6 italiani su 10 ridurranno le spese, continuando a comprare il cibo, ma tagliando tutto il resto.

Chissà cosa proporrà ora il nuovo segretario del Pd Renzi, che da sindaco nella “sua” Firenze è stato paladino della battaglia per i negozi sempre aperti, anche nella feste della Liberazione e dei Lavoratori, argomentando: "Noi continuiamo a pensare che il 1 maggio è una festa di libertà, e quindi è giusto che chi vuole tenere aperti i negozi in centro li tenga aperti, e chi non vuole abbia facoltà di scelta" – come se nei negozi lavorassero gli androidi…

Intanto il Movimento difesa del cittadino lancia persino una petizione per difendere le aperture domenicali (evidenziata ora in home page sul sito di Federdistribuzione), in cui si afferma che: È necessario mobilitarsi perché sia mantenuto un diritto di tutti, al lavoro, all’acquisto, al risparmio in libertà”.

Su come questi “diritti di tutti”  vengano osservati nelle catene della grande distribuzione,  invito a leggere integrale questa testimonianza diretta di una lavoratrice che, fra le molte cose, afferma:

Innanzitutto loro assumono come addette alle vendite solo donne, perché sono più facili da gestire e più deboli socialmente. (…) Ma le addette alla vendita non vengono assunte con contratto PART-TIME, che prevede 4 ore giornaliere? Ebbene no! Nel contratto c’è la clausola che dice che l’orario può diventare elastico e flessibile. Alla faccia della flessibilità! Erano sempre 2 ore in più !  (…) Le ragazze del turno di mattina siamo state impegnate dalle 9 di mattina alle 5 del pomeriggio, senza pausa pranzo, pausa bagno, e senza un attimo di tregua! È superfluo dire che non ci è stato pagato alcun straordinario.

…Evviva la libertà.

Personalmente, quando entro in un centro commerciale, dopo poco un senso di oppressione mi si abbarbica sul petto. Per moralismo, potrebbe dire chi sostiene che consumare è un diritto. No, perché in quegli ambienti chiusi e privi di ricambio d’aria c’è carenza – oggettiva - di ossigeno. E perché, fra quelle luci artificiali, rese adesso ancora più accecanti dalle decorazioni natalizie, gli occhi cominciano a bruciarmi. Ancora di più quando si fermano in quelli di un commesso o di una cassiera, arrossati da qualche congiuntivite ormai cronicizzata. E penso che in quell’aria viziata e sotto quelle luci, da cui io a breve mi libererò, c’è gente che sta immersa tutti i giorni, anche in ogni “festa comandata”.

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