Giovedì, 26 Novembre 2020
Dei diritti e delle pene

Dei diritti e delle pene

A cura di Alessio Scandurra

Chiudere la gente in carcere qualsiasi siano i numeri e le condizioni, serve davvero?

Ad agosto di quest’anno è stato approvato il decreto che prevede un risarcimento per tutti quei detenuti che abbiano subito in carcere un trattamento inumano e degradante ai sensi dell'articolo 3 della Convezione Europea dei Diritti dell'Uomo. La cosa ha scatenato le reazioni che di pensa che la soluzione a tutti i problemi sia chiudere la gente in carcere e buttare via la chiave, qualunque siano i numeri e qualunque siano le condizioni. Non torno sul decreto, ma ne approfitto per porre una domanda. Chiudere la gente in carcere qualunque siano i numeri e le condizioni, serve davvero? E serve a chi?

Alle vittime del reato? In molti casi queste sono più interessate a vedersi risarciti i danni subiti e semmai ad una mediazione con l’autore, per capire le sue motivazioni, per essere guardati da lui come persone e come vittime, e non solo come controparti in un processo. Per superare il trauma profondo di una violenza o di una sopraffazione subita, il processo penale purtroppo serve a poco.

Alla sicurezza dei cittadini? A giudicare dai tassi di recidiva del carcere, parrebbe proprio di no. Tra quanti sono detenuti oggi in carcere meno della metà è alla prima carcerazione. La maggioranza è al contrario già stata in carcere una o più volte, e ci torna per avere commesso nuovi reati.

Se ne deduce che il carcere serve a poco anche per gli autori del reato. Se doveva dare loro una opportunità di vita migliore, per non tornare più in carcere, cosa che vi assicuro non desidera nessuno che esca di galera, allora in questo ha fallito. Questo fallimento ha tante spiegazioni, alcune ovvie ed altre meno. Qui oggi non ne suggerisco nessuna, ma mi limito a fornire un dato.

Per la nostra legge penitenziaria uno dei pilastri della rieducazione e del reinserimento è il lavoro, che deve assomigliare, per come è organizzato, al lavoro libero, e che deve essere retribuito (anche se meno che fuori). Ma per il lavoro dei detenuti le risorse a disposizione sono ogni anno sempre meno. Sono calate, dal 2006 al 2013, del  30%. Dunque in carcere di lavoro ce n’è sempre meno e si passa sempre più tempo in cella, a fare nulla.

E questo, a chi serve?

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