Mercoledì, 24 Febbraio 2021
Fac fer plei

Fac fer plei

A cura di Capitan Psycho

Storie di ordinario "Acab"

Verona, stazione di Porta Nuova. 24/09/2005. La partita fra Hellas Verona e Brescia è finita da poco. E' stata una gran bella sfida sugli spalti: emozioni che solo una partita "accesa" è in grado di regalare. Gli ultras bresciani vengono scortati fino alla stazione di Porta Nuova dove li attende un treno "speciale" che li riaccompagnerà a Brescia. Non mancano le scaramucce fra tifosi e agenti della celere, sezione di Bologna: qualche coro, qualche insulto e qualche manganello mostrato in maniera minacciosa. Ma niente di più. Almeno fino a quando alcuni poliziotti caricano alla cieca, senza motivo. Paolo Scaroni, giovane tifoso bresciano, si trova sulla strada di otto "schegge impazzite". Manganellato in maniera mostruosa, Paolo perde quasi subito conoscenza e dopo venti minuti è in coma. Si risveglierà solo parecchie settimane dopo: il tempo di aprire gli occhi e capire che da quel momento sarà invalido al 100%. Niente più viaggi, "quelli che amavo fare" racconterà poco dopo. Niente più stadio, "dove amavo cantare e saltare". Ma, soprattutto, niente giustizia. Sì, perché il 18 gennaio 2013 gli otto celerini responsabili del pestaggio, avvenuto sotto gli occhi di centinaia di testimoni, vengono assolti. "Insufficienza di prove" sentenzia il Tribunale di Verona. Ma dove sono finite le prove? Nei video che i funzionari della questura riprendono in ogni manifestazione, trasferte comprese, c'è un buco di dieci minuti. Prima e dopo il buco: nessun pestaggio. Durante quei dieci minuti "di nero"? Potrebbe esserci la verità. Ne sono convinti i pm di Verona che hanno deciso di riaprire il caso perché esistono "plurimi e seri motivi che inducono a ritenere che le riprese siano state manomesse per impedire una corretta ricostruzione degli eventi". E oggi, otto anni dopo, solo quel video "monco" può dire la verità perché Paolo non ricorda nulla di quella sera. Non può ricordare per quei colpi alla testa "del tutto compatibili - scrivono i giudici - con un manganello impugnato al contrario durante un pestaggio gratuito della polizia". 


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Catania, stadio Massimino. 2/02/2007. E' la sera del derby fra Catania e Palermo. Il dopo partita è di quelli "memorabili". Le due tifoserie cercano il contatto e alla polizia tocca il compito di cercare di riportare la calma. Camionette che accelerano e frenano di botto, lacrimogeni che volano fra i palazzi. Sassi, bottiglie, cassonetti incendiati. D'improvviso, poi, il silenzio. L'ispettore capo della polizia di Stato, Filippo Raciti, è morto. Ucciso, decideranno la Corte d'Appello dei minorenni di Catania, il 21 dicembre 2011, e la Corte di Assise di Catania, il 22 marzo 2010, da Antonino Speziale, all'epoca dei fatti minorenne, e Daniele Natale Micale. Otto anni di reclusione per il primo, undici per il secondo. Omicidio preterintenzionale per Speziale, concorso in omicidio per Micale. Tradotto: Raciti è morto in seguito ad un'azione violenta dei due tifosi catanesi. Ma da cosa è stato ucciso Raciti? Un lavandino, prima. Un tubo, poi. Un pezzo di lamiera, ancora dopo. Più di una volta si è tentato di trovare la "arma del delitto", ma niente: la missione è sempre fallita. Poi, a processo ancora in corso, compare un video: si vede un Discovery della polizia fare retromarcia e colpire Raciti che si porta le mani al volto e si accascia prima di essere soccorso da un collega. "Allo scopo di evitare che l'autovettura prendesse fuoco - un fumogeno era finito sotto il veicolo della polizia - chiudevo gli sportelli e, innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. - racconterà durante un'udienza il poliziotto che era alla guida del mezzo -  In quel momento ho sentito una botta sull'autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra". Lo "scontro" fra Raciti e il Discovery avviene poco prima delle 20:30, l'ora in cui è stata collocata la morte dell'ispettore. Un gruppo di ultras, fra cui Speziale e Micale, lancia una lamiera verso i poliziotti schierati, fra cui Raciti, fra le 19:04 e le 19:09. Se ad uccidere sono stati i due ultras, possibile che il poliziotto sia riuscito a lavorare ancora un'ora con quattro costole rotte e lesioni al fegato mortali? Per i Tribunali sì. Le conclusioni? Meglio affidarle al medico Giuseppe Caruso, consulente durante il procedimento in aula: "Le fratture delle quattro costole dell'ispettore e le sue lesioni al fegato sono compatibili, con abbondante verosimiglianza, con il bordo dello sportello di un fuoristrada o dello spigolo posteriore di un identico autoveicolo". 

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Arezzo, autogrill di Badia al Pino est. 11/11/2007. "Daje Lorè, ho finito di suonare e sono in partenza per portarvi fino alla vittoria. Sempre con voi". Quel giorno, invece, Gabriele non finirà soltanto di suonare. Quel giorno sarà la sua vita a finire. Spezzata, a ventisei anni, da un proiettile dritto nel collo. Gabbo sta andando a Milano a vedere la sua Lazio giocare contro l'Inter. Durante una sosta in autogrill comincia a discutere con un gruppo di tifosi juventini: qualche minaccia, qualche spintone. Fino a che dall'altro lato della carreggiata, ad oltre cinquanta metri di distanza, un'auto della Polstrada accende le sirene per disperdere i due gruppi di tifosi. La rissa, però, continua. Allora il solerte agente Luigi Spaccarotella impugna l'arma d'ordinanza, stende le braccia e spara. Prende la mira: e colpisce Gabriele Sandri al collo. Gabbo morirà sul colpo, steso sul sedile di quella Renault Megan che lo stava portando a San Siro. Cinque anni dopo, il 14 febbraio 2012, Luigi Spaccarotella sarà condannato a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Cassazione non ha dubbio alcuno: fu omicidio volontario. Nel giorno più buio della Repubblica italiana, un agente di polizia sparò ad un tifoso per ucciderlo. Nel giorno che sarà per sempre di Gabbo, un poliziotto uccise volontariamente un cittadino italiano. 

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Basterebbe solo questo a spiegare perché A.C.A.B. non può essere un film. E non lo è. Potrebbero essere sufficienti Paolo, Raciti e Gabbo per fare capire che "All Cops Are Bastards" non è solo una sigla. Ma c'è altro, molto altro. C'è quel "morto di fame" di Cucchi: entrato vivo in galera il 15 ottobre 2009 per possesso di sostanze stupefacenti e uscito morto da un ospedale sette giorni dopo. In mezzo: i lividi sul corpo di Stefano e le sue richieste di aiuto. Ma no. Cucchi è morto per "sindrome da inanizione": è morto di fame. Nessun poliziotto gli ha mai torto un capello, tutta colpa dei medici: così ha deciso il tribunale per la gioia degli agenti che hanno levato al cielo il dito medio in direzione di Ilaria Cucchi. Coscienza dei giudici. 

Ma c'è ancora altro. C'è Aldro: morto, il 25 settembre 2005, a soli diciotto anni durante un controllo di polizia a Ferrara. Ucciso di botte: la realtà è cruda tanto quanto le parole. I quattro agenti che lo uccisero, condannati a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo, sono già liberi. Hanno passato in cella sei mesi, mamma Patrizia passerà tutta la vita senza il suo Aldro. 

Sono fatti successi lontano dallo Stato? Vero. Ma spesso accade che chi ha un ideale, lo ha sempre. Dentro e fuori da uno stadio. 

E poi, c'è quella orrenda sensazione che esista una qualche differenza fra la morte di un poliziotto, un "uomo di Stato", e la morte di un ultras, che prima ancora sarebbe, anzi è, un cittadino. Cosa è passato nella mente di Giancarlo Abete e Antonio Matarrese quando hanno deciso di fermare il calcio per la morte di Raciti e di non fare lo stesso per la morte di Gabbo? Forse l'omicidio di un poliziotto "vale di più" dell'omicidio di un ultras? Nel 2007, per i presidenti di Figc e Lega Calcio fu così. Cosa è passato nella testa della signora Daniele Santanchè quando il giorno dopo la condanna definitiva a Spaccarotella commentava: "Gli uomini delle forze dell'ordine anche se non sbagliano non sono mai assassini"? La signora Santanchè, deputata della Repubblica Italiana per sette anni, ha mai guardato negli occhi il papà e il fratello di Gabbo? Forse no. Anzi sì, al funerale di Gabriele... 

In una sola cosa forze dell'ordine e ultras sono uguali, anzi simili. Sanno unirsi, sanno fraternizzare, sanno essere una sola cosa. I primi, però, sono capaci di farlo quando c'è da proteggere uno dei loro. I secondi sanno andare oltre ogni rivalità quando c'è da difendere uno dei loro. E fra proteggere e difendere c'è una grande differenza. Enorme.

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(Nella foto: "Bocia", storico capo ultrà dell'Atalanta stringe la mano a Paolo, "nemico" bresciano)

Per questo, per tutto questo, A.C.A.B. è una convinzione, è un ideale. E non ci si giustifichi con la cazzata: "Se hai bisogno chi chiami?". Perché il loro è un lavoro. Hanno scelto di obbedire, di dire sempre sì: G8 di Genova docet. Di fronte a loro c'è chi ha scelto di pensare, di capire. Nero, bianco. Obbedire, riflettere. Polizia, Ultras: A.C.A.B.

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